Sarebbero più di 300 i morti nella battaglia di Palmyra, in Siria,, città che ospita il sito archeologico patrimonio dell’UNESCO minacciato dalle bandiere nere di Al-Baghdadi. Nonostante i jihadisti avessero dichiarato più volte di essere ormai in totale controllo della zona, le forze armate siriane sono riuscite a respingere l’attacco dei miliziani. Il sito archeologico e la città sono ora sotto il completo controllo dell’esercito e dei suoi alleati, come hanno affermato fonti ufficiali del governo di Damasco. La battuta di arresto inflitta ai guerriglieri dell’ISIS, oltre ad aver temporaneamente salvato il Mondo dall’ennesimo scempio ai danni del patrimonio artistico-culturale, permette al governo siriano di tirare un sospiro di sollievo. Perdere Palmyra significherebbe lasciare la strada spianata ai jihadisti verso Homs e Damasco, in un momento tutt’altro che positivo per il presidente Bashar al-Assad. Se dal fronte orientale arrivano notizie non proprio entusiasmanti, con lo Stato Islamico in avanzata verso la costa e in completo controllo di gran parte dell’est del Paese fino al confine con l’Iraq, dove l’ultima a cadere è stata la città di Ramadi, ad occidente l’umore è tutt’altro. Dai primi di maggio, infatti, l’esercito siriano, con le milizie degli Hezbollah libanesi, ha lanciato una potente offensiva lungo le montagne del Qalamoun, zona di confine tra Libano e Siria.

“A Qalamoun, i libanesi e i siriani hanno mischiato il loro sangue contro i gruppi takfiri”, ha affermato il leader del movimento libanese, Sayyed Nasrallah, in un videomessaggio. La zona appena riconquistata è di grande importanza strategica, per i siriani significa il pieno accesso alle vitali vie di comunicazioni che collegano Damasco ad Homs e da lì alla costa, roccaforte del governo e della minoranza alauita. Con il Qalamoun sotto controllo, l’esercito potrà rinforzare le difese di quella zona orientale così in difficoltà e, perché no, pensare alla riconquista delle città recentemente perse, come quella di Idlib. La messa in sicurezza del confine è però di vitale importanza per Hezbollah. Da quando è iniziato il massacro in Siria, le milizie sciite si sono sobbarcate i costi della difesa del Libano e dei libanesi, in particolare di quelli direttamente minacciati dai qaedisti di Al-Nusra e dai jihadisti dell’ISIS, come sciiti e cristiani. Assicurare il confine non è di fondamentale importanza solo per la stabilità interna del movimento libanese, che dal governo siriano deriva gran parte della sua forza, ma anche e soprattutto per l’equilibrio del Libano stesso. Il confine con la Siria è particolarmente poroso e non è un mistero che gruppi di miliziani vicini allo Stato Islamico siano già in controllo di alcune città libanesi nelle zone montuose di confine, come nel caso di Arsal, città su cui l’esercito libanese lancia a scadenza regolare continue offensive nella speranza di allontare i miliziani dalla città per ricacciarli all’interno dei confini siriani.

Il ruolo di Hezbollah è un ruolo chiave. Senza le sortite dei suoi guerriglieri probabilmente il Libano sarebbe da tempo caduto nelle mani del sedicente Stato Islamico. Tenere le frontiere sicure significa anche non permettere alla sempiterna fiamma dell’odio etnico-religioso libanese di accendere una nuova miccia e portare il paese in una nuova guerra civile. Ormai le milizie di Hezbollah collaborano a pieno regime con l’esercito libanese per la sicurezza dei confini, un contributo di vitale importanza che sta aumentando notevolmente il credito dell’organizzazione sia a livello interno che internazionale.