di Riccardo Antonucci

La convention repubblicana di Cleveland ha finalmente visto salire sul palco l’uomo che ha ricevuto l’incarico di rappresentare il partito all’interno delle elezioni di novembre di quest’anno: Donald Trump, l’outsider inviso ai dirigenti del GOP (Grand Old Party, nome con cui si identifica il Partito Repubblicano) e famoso per il suo stile di comunicazione profondamente irriverente ed aggressivo, ha pronunciato di fronte al pubblico di delegati e sostenitori il discorso che conferma ufficialmente l’investitura ottenuta a seguito della vittoria delle primarie di partito. Il 21 luglio è la data che segna un cambiamento epocale nella politica statunitense, un taglio drastico fra una vecchia ed una nuova generazione di leader che promette di ribaltare non solamente la destra americana, bensì l’intero sistema democratico. Nessuno fra i principali politologi scommetteva sul successo di Trump nella corsa al vertice repubblicano, reputando il suo esperimento destinato a collassare sotto il peso della violenza verbale del suo stesso esponente. Eppure, nonostante la stessa classe dirigente del partito si sia impegnata fortemente per eliminare il candidato più scomodo degli ultimi 20 anni, inviso ai politicanti di professione ma capace di far breccia nelle masse, i risultati sono stati chiari: l’elettorato repubblicano ha voltato le spalle ai Bush, ai Cruz, ai Rubio e agli altri candidati beneducati e morigerati. Si è preferito uno stile duro, da uomo d’azione, che “risolve i problemi” al modo classico e formale di gestire le dinamiche elettorali. Volendo citare Niall Richard Hofstadter (ripreso recentemente da Niall Ferguson in un suo articolo per il Corriere), si tratta del modus operandi del politico paranoico: attraverso una rappresentazione catastrofica della situazione corrente – lamentando il dilagare della criminalità violenza, del terrorismo e dell’immigrazione selvaggia – si rafforza la convinzione del pubblico che sia giunto il momento in cui un uomo forte assume il compito di portare il suo popolo alla salvezza.

È ormai chiaro che, piuttosto che parlare di un “fuoco di paglia”, sarebbe più corretto parlare di un autentico incendio che ha riportato l’adozione di toni sempre più aggressivi nel dibattito pubblico – la stessa affermazione del consigliere di Trump Al Baldasaro sul fucilare Hillary Clinton ne è solo un esempio – e che minaccia di riportare la democrazia al suo livello più basso, dove l’emotività e la rabbia prevalgono sulla razionalità ed il realismo.
La prospettiva di un Trump alla Casa Bianca potrebbe divenire realtà anche grazie al messaggio lanciato dal Brexit e cavalcato dall’imprenditore: il globalismo, come ideologia e pratica economica, è sempre più inviso alle masse lavoratrici, ai pensionati ed ai poveri, che vedono più vicino ai propri interessi un messaggio neo-nazionalista ed antimoderno come la ripresa della sovranità nazionale, abbandonando dunque la famiglia politica della sinistra progressista sempre più imparentata con l’alta borghesia.

I dati sull’elettorato di Trump, oltre alla celerità con cui ha appoggiato l’iniziativa britannica, confermano questa tendenza: la classe medio-bassa bianca, spaventata dalla delocalizzazione e desiderosa di portare l’attenzione del pubblico sulle proprie esigenze oscurate dall’élite culturale, decide di indirizzare il proprio voto a destra, liquidando l’intellettualismo dei vari Clinton, Corbyn e simili. Anche il linguaggio, provocatorio e volutamente scorretto – ribaltando il politically correct contro cui già si pronunciò Robert Hughes ne La cultura del piagnisteo (1993) –, riflette la volontà di cogliere le ambizioni di quelle masse sedotte dallo stile paranoide che, sempre secondo Hofstadter, rispondono all’esclusione politica con la richiesta di soluzioni sempre più drastiche ed irrealizzabili. Mosse dal risentimento, essi credono al messaggio di chi afferma che il loro Paese sia stato “rubato” da qualcuno, che ci si debba mobilitare contro una cultura elitaria responsabile di aver “rubato l’America agli americani”. Funzionava con MacArthur nel 1952 come funziona oggi.

Si tratta, in fondo, della stessa cultura politica che il sociologo Christopher Larsch nel suo La ribellione delle élite (1996) denunciò come dilagante all’interno del sistema politico americano: il dibattito pubblico, monopolizzato dal gruppo culturale ed economico dominante, viene polarizzato attorno a quelle questioni e portato avanti con quel linguaggio che l’élite stessa pretende di adoperare. Diviene un problema ciò che l’élite percepisce come un problema, mentre diviene una soluzione ciò che l’élite stessa afferma sia una soluzione secondo il suo modo di analizzare e portare avanti un discorso sulla realtà. Questo processo ha escluso le masse politicamente più deboli dal dibattito, accusandole di ignoranza e incapacità di gestire i problemi complessi della democrazia, finendo per alimentare il loro risentimento e perpetrare il loro stato di minorità rispetto a chi esercitava realmente il potere economico ed ideologico.

Ora, le masse hanno deciso di reagire, spinte anche dall’evidenza dei problemi portati dal mondialismo che avvantaggiava le élite culturali danneggiando il ceto medio-basso e, non meno importante, dal difficile contesto politico internazionale che porta a chiedere un ritorno alla dicotomia “legge ed ordine” portata avanti da Trump stesso. Il sostegno delle masse al leader repubblicano è la dimostrazione di quanto lo stesso Lasch sosteneva: quando verrà raggiunto il punto critico, sarà il risentimento a guidare gli animi della popolazione, fino a quando sarà la rabbia dei molti a prevalere sulla cecità dei pochi.