La strage di sabato scorso compiuta dagli aerei della NATO sull’ospedale di Medici senza Frontiere, nella città afghana di Kunduz, è solo l’ennesima di una lunga serie di “danni collaterali” dell’organizzazione nord atlantica. Almeno 19 morti e decine di feriti in quello che le Nazioni Unite non hanno esitato a definire “crimine di guerra”. Secondo Msf (Mèdecins sans Frontières) i raid sono stati compiuti da velivoli statunitensi che hanno bombardato la struttura per almeno mezz’ora, nonostante le coordinate dell’ospedale fossero arcinote agli stati maggiori NATO e afgani. La strage di Kunduz riporta al centro delle cronache una guerra, quella afghana, dimenticata dai media, ma tutt’altro che finita. Quattordici anni di morte e distruzione in un Paese ingiustamente bersagliato per il presunto sostegno del governo dei Talebani alle organizzazioni terroristiche che avevano colpito l’America l’11 settembre 2001. L’Afghanistan è stato il primo, cinico, esperimento di quella lotta al terrorismo proclamata dall’ex Presidente USA George W. Bush che, lungi dal pacificare ed estirpare la minaccia jihadista, ne ha solo favorito l’ulteriore espansione e radicalizzazione. Kunduz ci ricorda che la guerra non è mai finita, così come non sono finite le stragi programmate con bombe “intelligenti” che spesso finiscono nel dimenticatoio o sbrigativamente etichettate come “danni collaterali”. Le scuse però non bastano, così come non sono sufficienti le parole di cordoglio del presidente Obama che, con la sua strategia dei droni, ha trasformato la guerra e la morte in un videogioco per ragazzi di provincia annoiati, che in una stanza buia a migliaia di chilometri di distanza, decidono della vita e della morte di altri esseri umani.

I bombardamenti mirati con i droni del primo Presidente insignito del Premio Nobel per la pace, hanno ucciso centinaia di civili innocenti nel corso di raid in Paesi come Yemen, Pakistan e Somalia. Vittime definite “errori” per cui si sono dette innumerevoli parole di cordoglio senza che nulla poi effettivamente cambiasse. L’attacco di Kunduz mette a nudo tutta l’atrocità e la debolezza di un’alleanza militare, la NATO, ormai fuori dalla storia, con scarsa legittimità, sempre più cinica e spietata nel selezionare obiettivi non strategici nelle guerre degli altri, salvo poi piangere lacrime di coccodrillo che in pochi minuti sistemano il polverone alzato dalle loro “bombe intelligenti”. La guerra in Afghanistan non è un caso isolato. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e il conseguente scioglimento del Patto di Varsavia,la NATO ha cambiato rotta e strategia, perdendo la sua funzione difensiva dell’Occidente e di contenimento del blocco sovietico, per trasformarsi in un’alleanza militare offensiva. La guerra nella ex Jugoslavia è l’esempio perfetto per dimostrare questo mutamento e mettere alla luce tutti i crimini e gli “errori” dell’Alleanza Atlantica.Più che in Afghanistan e in altri scenari di guerra successivi a quello dei Balcani, durante l’operazione Allied Force, messa in piedi nel 1999 per punire la Jugoslavia di Sloban Milosevic, la strategia militare della NATO ha provocato morte e distruzione. Secondo Human Rights Watch, nel corso dell’operazione, furono almeno 530 le vittime civili in meno di tre mesi, senza considerare gli innumerevoli danni alle proprietà pubbliche e private del Paese. I “danni collaterali” furono diversi, alcuni particolarmente eclatanti, come l’attacco alla sede della televisione di Stato, che provocò la morte di almeno 16 persone, tutti dipendenti dell’emittente, come i raid compiuti contro la ferrovia nei pressi di Grdelika, dove morirono 14 civili tutti pendolari, o il bombardamento su una colonna di rifugiati albanesi a Gjakova, nel corso del quale le vittime furono 73.

Come a Kunduz, anche nei Balcani la NATO colpì ospedali e strutture mediche, come nell’attacco del 31 maggio 1999 contro un ospizio nella città di Surdulica,dove morirono 20 civili, mentre solo un mese prima, nella stessa città, sempre aerei della Coalizione, avevano causato altrettante vittime innocenti nel fallito bombardamento di una caserma. Secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale del 1998, la direzione di attacchi contro popolazioni civili che non partecipino direttamente alle ostilità è, all’articolo 8, classificabile come crimine di guerra, come tale lo è attaccare intenzionalmente, nella consapevolezza che le conseguenze saranno la perdita di vite umane tra la popolazione civile, lesioni a civili o danni a proprietà civili, duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti vantaggi militari previsti. Le fattispecie descritte dall’articolo 8 e da altri nello statuto della CPI e del diritto internazionale generale, si adattano perfettamente sia ai casi dell’operazione Allied Force del 1999 che a quello più recente dell’attacco contro l’ospedale afghano di Kunduz. Le responsabilità sono evidenti, ma per quanto tempo ancora le vittime non avranno giustizia e per quanto ancora un’organizzazione militare colpevole di crimini di guerra, avrà l’autorità politica, militare e morale di esistere?