Ferizaj, Gjakovica, Dečani, Prizren e Pejë: nomi sconosciuti ai più e che tali sarebbe meglio fossero rimasti. Tornati, invece, famosi, grazie ad una recente inchiesta de “L’Espresso” basata su dettagliati report dei servizi segreti russi. Questi nomi sono di campi d’addestramento di Daesh situati in Kosovo, vere e proprie fucine di tagliagole e centri di smistamento di combattimenti takfiri per i diversi scenari internazionali ove ve ne sia bisogno. A poche centinaia di chilometri dai nostri confini, nati e proliferati a seguito della guerra del 2008 perpetrata dalla Nato che provocò la secessione della provincia a maggioranza albanese della Serbia. E quando si dice <<tornati famosi>> se ne ha ben d’onde: che la “terra dei monasteri” – così com’è chiamata dai Serbi, per i quali rappresenta la culla storico-religiosa della Nazione – sia diventata un crocevia di terroristi e di ogni traffico più abietto, è infatti cosa nota e arcinota – ma taciuta – da anni.

Come si è arrivati ad avere le bestie islamiste appena fuori dal nostro giardino di casa? Il copione è più o meno quello di sempre: l’individuazione di un nemico sanguinario (la Serbia) e di un agnello sacrificale (la popolazione di etnia albanese del Kosovo guidata dal famigerato UCK) senza possibilità di distinguo; la creazione di un casus belli opportunamente orchestrato; una massiccia campagna mediatica per convincere l’opinione pubblica dell’urgenza di un intervento internazionale; l’aggiramento del veto sino-russo in seno al Consiglio di Sicurezza ONU proprio in virtù dell’”urgenza”, e l’avvio delle operazioni da parte della Nato. Poi, la sconfitta dei Serbi e la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo; infine, l’inizio della radicalizzazione e della “wahabizzazione” del territorio. Grazie a munifici finanziamenti provenienti dai soliti noti (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, ecc.) sotto forma di associazioni caritatevoli e assistenziali e, evidentemente, ben tollerati quando non addirittura benedetti dalle Potenze occidentali per i propri secondi fini. Il risultato più diretto? Oggi il Kosovo ha la più alta percentuale europea di affiliati al sedicente stato islamico e in spregio alla “laicità” di cui si parla nella sua costituzione, si sta sempre più spostando verso il fondamentalismo religioso – creando non pochi problemi anche ai musulmani moderati di etnia albanese.

A destare inquietanti scenari è poi una “coincidenza”, una di quelle che provano come a pensar male spesso ci si azzecchi: a Ferizaj, una delle località più interessate dalla presenza di campi d’addestramento jihadisti, sorge la base di Camp Bondsteel, la più grande base americana della regione. Un caso? Una svista? Può essere. Del resto, anche in Via Gradoli, per un caso fortuito, il covo delle BR scoperto durante il sequestro Moro era circondato da appartamenti riconducibili ai servizi segreti. “Isis is coming” è recentemente apparso scritto su una chiesa ortodossa della capitale Pristina. Magari: Isis is already here. Ringraziamo i soliti noti.