Se la guerra tra afghani e sovietici durò una decade, quella di Bosnia molto meno, dall’aprile 1992 al dicembre 1995. Ciò non impedì però a migliaia di mujahideen arabi, molti dei quali veterani dell’Afghanistan, di confluire in territorio bosniaco per affiancare quei musulmani autoctoni che non vedevano con favore tale presenza a causa della lettura fanatica, di stampo wahhabita, che i jihadisti divulgavano. I bosniaci avrebbero di gran lunga preferito ricevere armamenti, visto che gli uomini per combattere li avevano.  Ciò nonostante la comunità internazionale e in primis Stati Uniti, Nato, Onu ed Europa preferirono chiudere entrambi gli occhi davanti a quel pericoloso flusso di jihadisti che avrebbero poi posto le basi per la radicalizzazione islamista oltre Adriatico. La prova più evidente della presenza jihadista in Bosnia è l’unità “el-Mudzahid”, composta in prevalenza da jihadisti arabi, formata tra il 1992 e il 1993 e con base a Zenica. Tra i suoi membri vi erano fior di esponenti del terrorismo islamista legato al GIA algerino, alla Gamaa al-Islamiyya e ad al-Qaeda, come Abu Abdel Aziz “Barbaros”, Abu Maali, Anwar Shabaan (ex imam del Centro Culturale Islamico di viale Jenner) e Abu Hamza al-Masri (ex imam della moschea di Finnsbury Park, a Londra). Tra i personaggi che si sono aggirati in Bosnia in quegli anni per supportare la “resistenza” troviamo Usama Bin Laden, Khalid Sheikh Muhammad, Ayman e Muhammad al-Zawahiri e persino “Emir Khattab”, che nel 1996 si recherà in Cecenia a combattere contro i russi. Ingenti erano inoltre i finanziamenti che arrivavano ai jihadisti da ONG e organizzazioni come la al-Haramain, la TWRA, GRF ed altre ancora. In poche parole, l’intera “internazionale del terrore” era presente oltre Adriatico e sotto gli occhi di tutti e la domanda sorge lecita: perché?

Si potrebbe ipotizzare che dopo la fine della guerra afghana contro i sovietici, migliaia di jihadisti arabi si trovarono improvvisamente “disoccupati” e impossibilitati a rientrare nei propri paesi d’origine (Egitto, Algeria, Tunisia, Arabia Saudita, Kuwait, Pakistan ecc…) dove sarebbero diventati un pericolo per la stabilità e la sicurezza (e in alcuni casi lo diventeranno, come in Egitto e Algeria). Poco dopo scoppiò la guerra di Bosnia e risultò chiaro fin dall’inizio come l’Occidente stesse dalla parte dei croati e dei bosniaci, contro quei serbi che furono da subito visti come la “lunga mano” di Mosca nei Balcani, in un momento in cui, tra l’altro, la Russia si trovava nel pieno di una delle peggiori crisi economiche e politiche della sua storia.I jihadisti arabi potevano dunque essere ricollocati in un altro scenario di guerra (evitando così che destabilizzassero i regimi arabi alleati dell’Occidente) per essere utilizzati come proxy contro i serbi e indirettamente contro Mosca. Una strategia che verrà poi replicata a partire dal 1996 in Cecenia, contro i russi, tanto che il già citato Emir Khattab diventerà uno dei leader del jihadismo in Cecenia, prima di venire eliminato dall’FSB nel 2002. Il primo attentato islamista nella storia dei Balcani avverrà proprio a causa della presenza dei jihadisti giunti dall’”internazionale del terrore”, nell’autunno del 1995, con obiettivo una stazione di polizia locale. I due attentatori erano membri della Gamaa al-Islamiyya egiziana.

Dopo gli accordi di Dayton del 1995, molti di questi jihadisti si stabilirono nell’area e posero le basi per la diffusione dell’islamismo radicale, insediandosi in zone periferiche e dando vita a enclaves in posti come Gornja Maoca, Buzim, Zenica, Osve e beneficiando di ingenti fondi provenienti dal Golfo e grazie ai quali poterono radicalizzare un cospicuo numero di giovani bosniaci e tessere reti che diventeranno poi transnazionali. Il simbolo per eccellenza di questo fenomeno è l’odierna moschea wahhabita di Sarajevo che, curiosamente, è anche la sede diplomatica del Regno in Bosnia. In poche parole, i bosniaci convertiti al wahhabismo possono andare a pregare in “suolo saudita” a Sarajevo. Tra i predicatori bosniaci più noti, radicalizzati dagli arabi, ci sono Jusuf Barcic, Bilal Bosnic, Nusret Imamovic, Muhammad Fadil Porca, Mirsad Omerovic “Ebu Tejma”, Ibrahim Delic. Alcuni di loro hanno anche studiato in Arabia Saudita. La radicalizzazione in seguito influenzerà anche altri paesi limitrofi come Albania, Macedonia e Kosovo, con le relative differenze di contesto, diventando così una seria minaccia sia per la stabilità dei Balcani che per la sicurezza in Italia.