Scoppia nel milanese il caso di Touil Abdelmajid, il marocchino arrestato tre giorni fa su richiesta della Procura di Tunisi, per un presunto coinvolgimento nell’attacco jihadista al Bardo del 18 marzo 2015, nel quale persero la vita ventiquattro persone tra cui quattro italiani. Fattore di ulteriore allarme risulta essere che Abdelmajid è arrivato in Italia a bordo di un barcone di profughi provenienti dalla Libia ed è stato identificato dalle autorità a Port Empedocle lo scorso 17 febbraio. Dopo il foto segnalamento e le impronte, il questore di Agrigento ne aveva disposto l’espulsione, ma in quel momento nulla a suo carico era stato segnalato dalle autorità tunisine. Il procuratore capo di Agrigento, Roberto Di Natale, ha spiegato a Radio24 le problematiche per quanto riguarda il caso Abdelmajid: il marocchino, accusato dell’attentato al Bardo, aveva un foglio di via che imponeva di lasciare il Paese entro 15 giorni perché irregolare e senza richiesta di asilo politico, ma è impossibile verificare se poi effettivamente lo faccia. Ma è l’eventuale ritorno in Italia del marocchino a mostrare ancor di più i punti deboli dei controlli nonostante i ciclici allarmi sul rischio attentati. Quanto spesso e con che tempi le impronte digitali dei migranti si confrontano con le banche dati? Il procuratore di Agrigento lascia parlare le evidenze: “tenuto conto che abbiamo migliaia di sbarchi al mese, probabilmente non avviene con regolarità. L’ Italia, al di là dell’accoglienza, anche sul fronte polizia giudiziaria ne ha fin sopra i capelli e ritengono che sia estremamente difficile fare controlli seri”. 1

Intanto Abdelmajid da San Vittore dichiara la propria innocenza e afferma di essere rimasto sempre in Italia dal giorno del suo arrivo a metà febbraio. La Procura di Milano in base ai registri della scuola frequentata dal ragazzo e alle testimonianze dei docenti nel frattempo ha accertato che il sospettato sarebbe stato in Italia sia nel giorno della strage che in quelli precedenti e successivi. Anche una compagna di corso, Fatiha Boualy, 28enne marocchina, ha preso le difese di Touil:“È un bravo ragazzo, ricordo che era in classe nei giorni dell’attentato in Tunisia”. La giovane ha poi aggiunto: ”Non credo possa essere un terrorista… Ma se non aveva neanche un euro per comprare le sigarette! Cercava sempre una qualche occasione di lavoro. È un ragazzo affabile, chiacchierava con tutti serenamente ma effettivamente parlava molto male l’italiano”. Si attende ora che entro trenta giorni la procura di Tunisi fornisca elementi validi che possano dimostrare il coinvolgimento, diretto o indiretto, di Abdelmajid nell’attentato al Bardo. Secondo i servizi di sicurezza tunisini l’uomo sarebbe stato presente alla seconda riunione del gruppo nel corso del quale sarebbero state consegnate a Mohammad Amin Guebli e Elyes Kachroudi due kalashnikov, ma il suo ruolo e le tempistiche del potenziale coinvolgimento, che potrebbero eventualmente risalire a prima del 17 febbraio, dunque a una eventuale fase di preparazione, non sono ancora note alle autorità italiane.

Secondo le ricostruzioni, a inizio febbraio, il papà e la sorella che abitavano con lui in Marocco, nella zona di Casablanca, l’avrebbero trasportato in aeroporto. L’aereo sarebbe stato il primo mezzo usato da Abdelmajid, atterrato in Tunisia con una compagnia low-cost. A Tunisi avrebbe soggiornato per tre giorni in un hotel. Dalla Tunisia sarebbe andato in Libia e poi verso la Sicilia con un barcone. Senza mettere in discussione l’innocenza di Abdelmajid, almeno fino a quando gli inquirenti non dimostreranno il contrario, è comunque lecito chiedersi con quali soldi il marocchino abbia potuto pagarsi il viaggio da Casablanca a Tunisi, il pernottamento in un hotel di Tunisi, il viaggio fino in Libia e la traversata sul barcone, di certo non economico, tenendo presente le dichiarazioni della sua compagna di scuola secondo cui il ragazzo “non aveva neanche un euro per comprarsi le sigarette”.

Jihadismo e barconi

L’arrivo di Abdelmajid a bordo di uno dei tanti barconi di profughi e il suo possibile coinvolgimento all’attentato del Bardo hanno di fatto emergere pesanti polemiche, tra chi ritiene che potenziali terroristi possano nascondersi tra i clandestini e chi invece sostiene di no. L’argomento “barconi” scotta e chi espone le proprie idee rischia sempre di essere ideologicamente bollato, spesso con l’evidente scopo della strumentalizzazione politica e in base a quell’esasperato “politically correct” che risulta terribilmente fuori luogo quando si affrontano tematiche legate alla sicurezza che dovrebbero mettere da parte le questioni ideologiche per puntare esclusivamente su elementi tecnico-analitici. Non si può inoltre non considerare che il traffico di irregolari è un business estremamente redditizio, “più della droga”, secondo quanto dichiarato da Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 Giugno”, entrata nell’inchiesta denominata “Mafia Capitale”. 2 In primis bisogna ricordare, come riportato da Itstime, che il 17 dicembre 2014 da Palermo era giunta notizia che la Procura aveva aperto un’inchiesta su potenziali infiltrazioni di elementi dell’ISIS tra gli immigrati giunti nel 2014 con i barconi. Si era inoltre parlato di alcune testimonianze di persone giunte con le barche ed entrate in contatto con estremisti che avevano affermato di essere diretti in Italia per ricongiungersi con gruppi già presenti in territorio italiano.

Secondo alcune stime di varie associazioni che si occupano dell’emergenza immigrazione in Sicilia, sarebbero 50 mila gli immigrati spariti da porti e centri. Secondo calcoli più azzardati, gli stranieri che in generale sfuggono ai controlli sarebbero oltre centomila. 3 4 Elementi che sono coerenti con quanto dichiarato dal Procuratore Capo di Agrigento e precedentemente citato. Alcuni giornalisti avevano affermato che le organizzazioni jihadiste hanno mezzi più sicuri per far infiltrare i propri uomini in Europa, riportando gli esempi dei fratelli Kouachi, jihadisti di ritorno con passaporto europeo e cresciuti in Europa. Una visione che non fa soltanto confusione tra “foreign fighters” europei e jihadisti arabi provenienti dal contesto islamico, ma che non tiene neanche conto dei cosidetti “lupi solitari” ideologicamente legati all’Isis, disposti ad attivarsi in proprio o in piccoli gruppi, ma senza un inserimento vero e proprio nella sua struttura.

Ci sono inoltre alcuni elementi da tenere in considerazione:

1- La gran parte dei jihadisti europei in Siria sono ben noti all’intelligence europea e più facilmente monitorabili rispetto a dei clandestini. E’ vero che il caso Charlie Hebdo ha dimostrato evidenti lacune da parte dei servizi di sicurezza francesi per quanto riguarda il monitoraggio, ma è anche vero che i tre jihadisti erano ben noti alle autorità. Il problema potrebbe essere dunque legato prevalentemente a un discorso di matrice legislativa e a eventuali carenze in tale ambito, piuttosto che a una questione di monitoraggio: quando è legittimo arrestare un sospettato? Bisogna attendere che abbia commesso il reato per poter procedere?

2- L’incremento dei controlli del dopo Charlie Hebdo potrebbe aver complicato il lavoro dei jihadisti in Europa, mentre le vie clandestine potrebbero risultare più praticabili a causa della facilità con la quale gli immigrati raggiungono le nostre coste, i controlli non del tutto efficienti e le alte probabilità di fuga dai centri di accoglienza rende questa via estremamente allettante.

3- Oltre al canale di Sicilia è fondamentale tener presente l’accesso in Italia tramite i Balcani, via forse ancor più facile di quella dei “barconi”, considerata la facilità nel raggiungere l’area dalle “zone calde” e la porosità dei confini tra paesi balcanici non inclusi nell’EU ed altri stati membri. Il caso di Resim Kastrati è evidente: kosovaro espulso dall’Italia per legami con i jihadisti e con bande criminali, è rientrato in Europa passando tramite Serbia e Ungheria si troverebbe attualmente in Germania.5