L’esercito siriano ha riferito, tramite l’agenzia di stampa SANA, di aver abbattuto un jet israeliano nella provincia meridionale di Quneitra, al confine con le alture del Golan occupate da Israele. Sarebbe stata l’IDF (Israel Defense Forces) a scatenare la reazione di Damasco: colpendo postazioni di artiglieria dell’esercito vicino ai villaggi di Sasa e Deir Makir. Un portavoce militare di Israele ha invece smentito l’abbattimento del jet, specificando che la sicurezza degli aerei israeliani non sia mai stata compromessa. Il comportamento aggressivo dello Stato ebraico sulle Alture del Golan dall’inizio del conflitto in Siria non lascia spazio all’immaginazione.

Nel gennaio del 2013 aerei da guerra israeliani attaccarono un centro di ricerca militare a Jamraya e di nuovo nel dicembre del 2014, dove a subirne le conseguenze furono alcune postazioni dell’esercito siriano nei pressi di Damasco. Nel gennaio del 2015 l’IDF ha bombardato le milizie di Hezbollah, in risposta ad un missile lanciato contro un veicolo israeliano che provocò la morte di due soldati. Le continue incursioni israeliane non hanno lo scopo di fermare l’avanzata jihadista bensì quello di rovesciare il governo siriano presieduto da Assad. Il fine ultimo sarebbe quello di infliggere un duro colpo all’asse Iran-Hezbollah, rappresentanti della reale minaccia alla sicurezza dello stato di Israele. Gli attacchi dell’IDF sono avvenuti mentre l’offensiva dei gruppi terroristici attivi nel sud del Paese e nella città di Quneitra perdevano la loro efficacia: mentre gli estremisti islamici cominciavano a perdere terreno grazie alla controffensiva dell’esercito siriano, le bombe targarte Israele, colpendo quadri militari siriani, rinvigorivano l’avanzata jihadista. Sono Jabhat al Nusra e Daesh a trarre beneficio dai bombardamenti israeliani. Le incursioni di Tel Aviv hanno spinto Bashar al Assad a smontare la tesi secondo la quale al-Qaeda sia sprovvista di forze aeree, infatti, tramite un’asserzione appositamente provocatoria il presidente siriano avrebbe dichiarato il fatto che la flotta aerea di al-Qaeda sia rappresentata proprio dall’aviazione israeliana. Un rapporto dell’UNDOF (missione di osservazione delle Nazioni Unite sulle Alture del Golan) sottolinea la stretta collaborazione tra esercito isareliano e Jabhat al-Nusra. Secondo il quest’ultimo, gli osservatori delle Nazioni Unite, sotto stretta supervisione di soldati israeliani, non si sarebbero limitati a montare una tendopoli per i disertori dell’esercito siriano ma avrebbero anche rifornito di armi i “ribelli moderati”. La collaborazione tra Tel Aviv e jihadisti non si limita soltanto ai rifornimenti e all’assistenza logistica: il sito d’intelligence israeliano Debkafile ci svela la creazione di un grande ospedale da campo nei pressi delle postazioni di osservazione sul Golan. Lì arrivavano i feriti della guerra siriana che venivano controllati ed esaminati dai medici dell’esercito d’Israele, i ribelli curati venivano rinviati in battaglia mentre i feriti gravi ricevevano assistenza ospedaliera.

L’incubo peggiore per Tel Aviv non è quindi rappresentato da Jabhat al Nusra o Daesh, piuttosto si potrebbe asserire il fatto che queste rappresentino un importante mezzo per l’indebolimento dell’esercito siriano, di conseguenza lo scomodo vicino Assad, il quale rappresenta una seria minaccia alla sicurezza di Israele. Un’eventuale caduta del leader alawita indebolirebbe l’asse Iran-Siria-Hezbollah e aumenterebbe l’influenza israeliana nella regione. Ehud Barak, l’ex ministro della Difesa israeliano, nel 2011 dichiarava quanto segue: “La caduta del presidente Bashar al-Assad sarebbe una benedizione per il Medio Oriente e un colpo per l’asse Iran-Hezbollah”. In questi giorni l’accordo pattuito tra Stati Uniti e Russia dovrebbe garantire un cessate il fuoco per sette giorni, inoltre i due Paesi dovrebbero avviare una collaborazione sul fronte informativo per coordinare i raid contro i terroristi in Siria. Nel frattempo la prossima settimana Ginevra sarà testimone dell’ennesimo tentativo della diplomazia di giungere ad una possibile risoluzione pacifica dell’area mediorientale.