Il deputato 66enne era in corsa con i candidati Andy Burham, Yvette Cooper e Liz Kendall.  Rappresentante per il seggio londinese di Islington, il nuovo presidente è stato eletto nelle primarie, la cui grande partecipazione è confermata dai 423 mila votanti sui 554 mila aventi diritto, affluenza, secondo la BBC, del 76,3 %. Corbyn ha sostituito, così, l’ex segretario Ed Miliband, dimessosi in seguito all’esito disastroso delle elezioni del 7 Maggio, che avevano portato a una nuova vittoria dei Conservatori a Westminster.

Il nuovo dirigente rappresenta gli ambienti della sinistra radicale britannica, ma anche gli ambienti dell’anti-austerity, in fermento ormai da tempo nel panorama della politica nazionale inglese. Il suo programma è molto vicino alle posizioni della greca Syriza e dello spagnolo Podemos. Corbyn ha dichiarato di voler combattere la propria battaglia su due fronti. In politica interna egli intende contrastare la linea dura del governo conservatore, proponendo maggiori tasse ai ceti benestanti, la nazionalizzazione dei servizi primari del paese e, inoltre, un impegno più forte nella tutela dei migranti siriani. In politica estera, le posizioni del nuovo leader fanno tremare il perbenismo della classe dirigente occidentale, da sempre abituata a misurare i propri governanti coi parametri della moderazione, e non sulla base delle qualità che uno statista dovrebbe possedere, colore politico a parte. Egli è, infatti, europeista ma dichiaratamente anti-monetarista, favorevole a un dialogo con i cosiddetti paesi Brics e la Russia di Putin, estranei alle logiche geopolitiche della Nato.

Posizioni che, in gran parte degli ambienti intellettuali del continente (progressisti soprattutto), suscitano perplessità. Per non parlare dell’implicita e tanto contestata simpatia che egli proverebbe nei confronti di gruppi come gli Hezbollah, che, a quanto dicono i giornalisti europei (facilmente impressionabili), andrebbero definiti come terroristici. Spesso, ciò che genera odio o derisione è, in realtà, ciò che genera maggior terrore. L’ascesa di un presidente “estremista” nel cuore dell’occidentale democrazia liberale potrebbe costituire una pesante sconfitta morale per i signori di Bruxelles e della Casa Bianca. “Peggio ancora”, se anche Podemos dovesse prepararsi all’ascesa, non è escluso un ribaltamento degli equilibri politici internazionali.  Nei confronti del “laburista rosso”, non sono ovviamente mancate le critiche di ex esponenti del partito, quali Tony Blair e Gordon Brown, preoccupati per la nuova svolta radicale.

Certamente, Corbyn può rappresentare tutto meno che il tradizionalismo politico inglese, ma egli potrebbe rivelarsi una speranza per gran parte del popolo britannico, ormai esausto dalle pretenziose e austere politiche dei governi precedenti. La vittoria di Corbyn in queste primarie di fuoco, il successo di Podemos, la reazione disperata di Syriza, non possono certamente definirsi uno scacco matto nei confronti delle aristocrazie  europee. Tuttavia, questa concatenazione di eventi può essere sicuramente interpretata come una poderosa manifestazione di dissenso popolare nei confronti dell’intera leadership continentale: qualcosa non funziona nella macchina burocratica europea, o meglio, non vi è desiderio che funzioni. Lo spirito dell’Europa, animato da una continua dialettica fra progressismi e conservatorismi, è stato tradito. Un tradimento avvenuto nel nome di una politica strategicamente anti-popolare.