A quattro anni dalla rivolta popolare, soffocata dall’intervento dell’esercito saudita, la repressione all’interno dell’emirato continua indisturbata con il silenzio-assenso occidentale. Nabeel Rajab, presidente del Centro per i diritti umani, è stato di nuovo incarcerato per avere pubblicato in rete dei tweet sulle vittime civili provocate dai raid aerei in Yemen e aver raccontato della violenta repressione da parte dei secondini sui detenuti in sciopero della fame nel carcere di Jaw. Il suo arresto è stato motivato dal fatto che il suo messaggio “potrebbe costituire incitamento e mettere a repentaglio la pace” e ora rischia fino a dieci anni di prigione. L’attivista – in attesa dell’appello del processo per “offesa a una pubblica istituzione” – era fuori su cauzione con il divieto di espatrio, dopo aver trascorso ventotto degli ultimi trentasei mesi in cella. Gli inquirenti l’avevano già condannato in primo grado per avere commentato la notizia che agenti delle forze di sicurezza del Bahrain si erano uniti all’ISIS in Siria. Le autorità dell’emirato, sostenute da tutti gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, sono piuttosto suscettibili all’argomento e governano con il pugno di ferro sulla grande maggioranza sciita.

Il Bahrain – unico Paese dove la “primavera araba” è stata schiacciata senza provocare alcuna indignazione da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati – è ancora più diviso e lacerato di allora. La guerra in corso in tutto il Medio Oriente tra sunniti e sciiti minaccia di esplodere anche nel piccolo Stato, dove la maggioranza della popolazione si sente discriminata, esclusa dal benessere e ignorata dalla politica, mentre molti loro leader sono imprigionati senza alcun processo. Le promesse di riconciliazione e le riforme promesse dal re Hamad non hanno mai visto luce e l’arresto di Sheikh Ali Salman, capo del principale partito di opposizione al-Wefaq, ha portato al boicottaggio delle ultime elezioni. L’incarcerazione dell’attivista Raif Badawi e i quindici anni affibbiati al suo avvocato Waleed Abu Al-Khair, la sentenza di morte nei confronti del difensore dei diritti umani Nimr al-Nimr e in generale la persecuzione contro la libertà d’espressione, di associazione e di assemblea manifestano la volontà di continuare a usare il pugno duro contro gli sciiti. Arresti di massa, torture e processi farsa sono all’ordine del giorno nell’arcipelago: il tutto nel più totale silenzio dei Media occidentali.

Nabeel Rajab con un gesto un po’ naif ha scritto una lettera pubblica al presidente degli Stati Uniti, dove chiede che siano rilasciati tutti i prigionieri politici, ripristinati i diritti fondamentali e la cessazione di tutte le torture nei centri detentivi; ovviamente senza ricevere alcuna risposta. L’emirato – da sempre alleato degli Stati Uniti – ospita sul suo territorio un’importante base navale americana e una della Royal Navy di prossima apertura, garantendosi così una sorta di “impunità” nel rispettare i diritti umani e nell’applicare la giustizia. Lo scrivere delle vittime civili e dell’emergenza umanitaria provocata dai bombardamenti della coalizione a guida saudita in Yemen – ripresi con veemenza l’altro giorno a Sana’a e ad Aden – sono argomenti scomodi, punibili con il carcere; così come suggerire che l’intervento armato contro gli Houthi favorisca al-Qaida e l’ISIS a radicarsi nella penisola arabica porta dritto al carcere in un Paese a maggioranza sciita governato da sunniti. Eppure Cameron, Hollande e gli altri cinquanta capi di Stato – tra i quali il presidente turco, il Re giordano e il ministro degli esteri degli Emirati Arabi – che l’11 gennaio scorso manifestavano a Parigi come paladini della libertà di espressione e prontamente accorsi a difesa dei popoli oppressi di Siria e Libia, non si sono accorti di ciò che accade in Bahrain. Al loro orecchio “Je suis Nabeel Rajab” suona proprio cacofonico.