Viziata l’opinione pubblica circa la necessità e l’urgenza di un intervento militare per rovesciare lo spietato regime del Colonnello Gheddafi, in una condizione di estrema instabilità politica ed economica interna, ha cominciato a venir meno quel brandello di senso di sovranità nazionale da un lato, e di cooperazione europea dall’altro. La fine di Berlusconi IV, uno spread alle stelle e le mani tese della Germania sulla nostra economia hanno reso l’Italia di fine 2011 terra di conquista per i famelici burocrati europei, interessati a fare bottino del senso politico di una nazione sull’orlo del baratro. In un quadro eufemisticamente drammatico come questo, sono proseguiti i raid francesi e del resto della coalizione autorizzata dalle Nazioni Unite su Bengasi, Tripoli e Misurata, con un dispiego di forze non indifferente anche da parte nostra. La scomoda posizione di un premier con un piede fuori da Palazzo Chigi ha costretto l’Italia a fornire aiuto strategico ad una guerra che per l’Italia altro non era che suicida (per l’economia) e fratricida – visti i sempre ottimi rapporti tra Roma e il Ra’is. Inutile soffermarsi sulle colpe della politica interna dell’epoca, o sull’analizzare nel dettaglio i singoli passi falsi compiuti. Non eravamo capaci di intendere e volere, presi come eravamo dalle psicosi da spread, con l’accetta del rating che tagliava quotidianamente la solvibilità delle nostre finanze e la volontà di pensionare il ladro Berlusconi (così si sono risolti i problemi di questo Paese) e non lo siamo tuttora, ahinoi.

Dietro l’illusionismo internazionale, fiero esportatore di finta democrazia laddove campeggiavano vessilli dittatoriali, si cela il grande intrigo politico dei burocrati continentali, avidi di risolvere le loro scaramucce con le loro ex-colonie e bramosi di appropriarsi delle sostanze altrui. Non si può, a ragion veduta, negare come la pluridecennale strategia geopolitica dell’Eni nel mediterraneo facesse dell’Italia il primo beneficiario del greggio libico, garantendo gran parte dei proventi degli idrocarburi tripolitani alla società italiana, detentrice della maggiore fetta della torta. Una fetta troppo ghiotta perché Total e la Francia di Sarkozy non potessero averne qualche briciola in più. Un’altra importante questione economica per la Francia necessitava di essere salvaguardata: il regime di Gheddafi era intento, secondo quanto si sostiene, a creare una nuova unione economica e monetaria africana che si sganciasse dalle dipendenze della tesoreria di stato francese che, nonostante il passaggio all’Euro, continua a garantire la convertibilità del franco CFA (valuta impiegata dalle 14 ex-colonie francesi più due Guinee) avvantaggiando la posizione del dinaro libico come moneta di riferimento, contando su riserve di circa 143 tonnellate di oro e altrettante di argento – secondo quelle che sono le stime di Sidney Blumenthal, la “gola profonda” della questione libica. Perdere l’egemonia economica in un’area del continente così estesa avrebbe significato un duro colpo per Parigi e per la già scarsa credibilità dell’allora inquilino dell’Eliseo. Ad amalgamare un pasticcio politico già variegato anche il famoso caso del faraonico finanziamento concesso da Gheddafi a Sarkozy, che avrebbe ricevuto 50 milioni di euro dal Colonnello, rendendosi ricattabile al cospetto di quest’ultimo.

Il risultato di questo teatro di guerra, molto più simile ad un dramma beckettiano che ad una strategia di Clausewitz, è quello che oggi commiseriamo: un paese dilaniato dalla guerra civile, avamposto del terrorismo internazionale con vista sull’Europa occidentale, con un’economia in ginocchio. A pagare, oltre ai diretti interessati, ovviamente, è la solita Italietta, Cenerentola in un’Europa di primedonne. Oggi giunge ci giunge nota la conferma di questo intrigo anti-italiano dalla corrispondenza privata dell’ex Segretario di Stato – oggi in corsa per la Casa Bianca – Hillary Clinton, a conoscenza delle manovre pianificate da Francia e Regno Unito in relazione alla questione libica. Su quelle che siano state le manovre sottotraccia orchestrate di concerto dai servizi segreti dei “Vicini di Manica” si possono spendere ulteriori righe, che non cambiano tuttavia il prodotto finale: un ectoplasma di Europa, che non è quella di Monnet, Hallstein e De Gasperi. È un carrozzone che continua ad arrancare sui principi plautini dell’homo homini lupus, piuttosto che sui falsi ideali della cooperazione. Quanto a noi, mai disillusi e sempre cialtroni, bramosi del titolo di grande potenza, poco pragmatici e sempre orpellati, perdiamo i nostri pezzi per strada, senza provare a riparare la nostra bella fuoriserie col motore in panne.