La nuova esplosione che scuote la Turchia sembra avere tutte le caratteristiche di un attentato di matrice islamica e dell’ISIS in particolar modo; un kamikaze (siriano di nazionalità, a quanto pare), un luogo affollato, un obiettivo sensibile (la Moschea Blu), turisti nel mirino: Istanbul come Tunisi o come Parigi, il terrorismo internazionale colpisce con queste modalità e nei luoghi maggiormente frequentati da cittadini e vacanzieri, un modo per terrorizzare i residenti da un lato e distruggere una delle fonti di introito più importante dall’altra. Ma per provare ad avere una vaga idea sul perché i terroristi abbiano deciso di attaccare proprio la Turchia, bisogna spostarsi un po’ più a sud est di Istanbul: c’era una volta infatti il confine ‘Turchia – Stato Islamico’. C’era una volta, adesso di fatto non c’è più; una lunga linea di confine che andava dal nord di Aleppo fino alla provincia di Al Hasakah ed al Kurdistan iracheno, era garanzia per gli interessi di entrambi gli attori sopra citati: da un lato la Turchia teneva sotto scacco il nord della Siria, che dal 2012 considera vero e proprio giardino di casa e nucleo ideale da cui poter iniziare la disgregazione dello stato siriano, dall’altro l’ISIS che poteva indisturbata portare al di là del confine il petrolio estratto nel deserto e ricevere quindi lauti guadagni che hanno permesso il mantenimento fino ad oggi del califfato, per non parlare poi della facilità con il quale dalla Turchia molti combattenti europei sono potuti entrare in Siria ed in Iraq, rinfoltendo le fila di Daesh.

Ma, come detto, questo confine oggi non c’è più o quasi; il 2015 è stato l’anno del collasso dell’ISIS nel nord della Siria: dopo la sconfitta rimediata a Kobane, i jihadisti hanno iniziato ad indietreggiare sotto la spinta dei curdi del YPG e ad oggi la presenza del califfato lungo il confine turco è limitata ad una manciata di chilometri nella zona nord della provincia di Aleppo. In queste ore poi, gli uomini di al-Baghdadi stanno avvertendo in maniera drammatica, per loro, il senso di disfatta proprio nella zona del confine turco; infatti, mentre i curdi dello YPG attraversano l’Eufrate e si spingono verso lo strategico centro di Manbij (in cui l’ISIS ha vietato ogni trasmissione televisiva ed imposto la censura sugli eventi di guerra), l’esercito di Assad per la prima volta dal 2012 torna a mettere gli scarponi nella pianura alla periferia di Al Bab, la più importante città del nord di Aleppo in mano al califfato. Insomma, il confine Turchia – Stato Islamico sta collassando, con Damasco ed i curdi della Rojava (di cui lo YPG è il partito/fazione di riferimento) pronti a tagliare fuori l’ISIS dalle rotte da e per la Turchia. Un’evoluzione del conflitto che solo 12 mesi fa, quando ancora Daesh premeva su Kobane, sembrava vera e propria utopia: ma l’ISIS, più che utopia, considera tutto ciò forse come un tradimento della Turchia.

I piani di Erdogan già dal 2011 erano abbastanza chiari: finanziare i turcomanni a nord di Latakia, al Nusra ad Idlib e quindi far stazionare l’ISIS nei suoi confini con le province di Aleppo ed Al Hasakah; un piano in linea con le proprie mire di espansione di influenza di Ankara fino oltre Aleppo e, dall’altro lato, in linea anche con gli obiettivi di annientamento dello stato alawita portati avanti da sauditi e qatarioti, con il pollice alzato ovviamente di Israele ed USA. Un piano che, dopo l’occupazione di Kobane da parte del califfato e di Idlib da parte di Al Nusra nello scorso mese di marzo, sembrava prossimo al compimento; ma l’intervento russo ha rovesciato le sorti ed oggi curdi e siriani avanzano nelle province sopra citate e la Turchia da qui a pochi mesi tornerà ad avere confini sigillati e controllati da Damasco. E’ lecito pensare che i massimi vertici del califfato sospettino il doppio gioco turco; i bombardamenti di Ankara sui curdi, non stanno affatto impedendo allo YPG di avanzare lungo quel maledetto confine, tutt’altro: gli uomini della Rojava conquistano terreno giorno dopo giorno, anche con l’appoggio sia dei russi che degli americani. Probabile quindi, che la disfatta sul confine turco, autentica tragedia per la strategia dell’ISIS, venga vista come conseguenza di un Erdogan che non ha fatto abbastanza per supportare il califfato o che addirittura abbia ad esso voltato le spalle. L’esplosione ad Istanbul di ieri, si può inquadrare in questo contesto: la Turchia è bomba ad orologeria, crocevia di foreign fighters, molti dei quali adesso potrebbero aver avuto l’ordine di mettere pressione al governo del duo Erdogan – Davutoglu.

Ma Ankara non appare né sorpresa e né forse eccessivamente preoccupata; una frase di Erdogan, poco dopo l’attentato, spiega bene il contesto: “Tutti i terroristi ci attaccano, perché noi attacchiamo tutti loro allo stesso modo”. E’ su quel ‘tutti’ ripetuto più di una volta che si può leggere l’interpretazione che il sultano del terzo millennio vuol far passare: all’interno di quel ‘tutti’, il presidente turco ingloba di tutto, dall’ISIS al PKK, che bombarda senza distinzione anche all’interno dei suoi confini. Un modo per far comprendere ai suoi concittadini, che la lotta aspra e dura che sta avallando contro i curdi, serve anche per evitare il ripetersi degli attacchi di Istanbul; i cittadini turchi hanno visto la censura immediata sull’attentato di ieri, non hanno avuto la possibilità di raccogliere molte informazioni, Erdogan ha subito voluto far capire loro che per lui le esplosioni non hanno colore e pazienza se questa volta il PKK non c’entri proprio nulla (anche perché i curdi né usano kamikaze e né tantomeno attaccano obiettivi civili), in ogni caso la giustificazione della sua guerra contro l’opposizione curda passa anche da una bomba piazzata da ben altra organizzazione. L’ordigno di Istanbul insomma, è stato ripreso da Erdogan e rilanciato nelle instabili acque della pubblica opinione turca per confondere ulteriormente le idee e trovare giustificazione alla sua lotta antiterrorismo, che comprende appunto ‘tutti’: ISIS (forse), curdi, giornalisti non allineati, parlamentari di opposizione e tutti coloro che all’interno della società civile turca non accettano lo strapotere del presidente. La Turchia ha perso la guerra in Siria, ha visto in pochi mesi fallire la sua strategia contro Damasco (l’abbattimento del jet russo dimostra il nervosismo di Ankara in tal senso), ma Erdogan adesso non vuol perdere le proprie battaglie interne, sfruttando e cavalcando a suo favore il clima di tensione che oramai è latente e lampante da mesi nel paese.