“Tra i due litiganti, il terzo gode” è un proverbio che tutti noi ben conosciamo. Ma cosa succede se i due litiganti si accordano e smettono di litigare? Succede che il terzo viene escluso. Questo è il caso del triangolo Usa-Iran-Israele, dove i due storici “litiganti” (Usa e Iran) hanno deciso di cessare le ostilità e Israele, per contro, è stata messa momentaneamente da parte. Sentitosi tradito e con le spalle al muro, il presidente israeliano Netanyahu , fresco di rielezione, ha reagito scagliandosi a più riprese contro l’Iran. Una reazione di certo non biasimabile, visto il rischio di perdere l’alleanza (quella con gli Usa) più solida che Israele abbia mai avuto. Dunque Netanyahu decide di attaccare aspramente l’Iran, reo di voler sconvolgere gli equilibri e di voler assumere una funzione ancora più rilevante nella geopolitica medio-orientale. Ma su quale tema muovere le proprie critiche? Qual è la tematica con la più alta capacità diffamatoria? Chiaramente il tema del nucleare. Ciò accadeva qualche settimana fa.

Ad oggi nulla è cambiato. Israele continua incessantemente ad opporsi alle aperture verso il nucleare iraniano. Netanyahu si dice sicuro che, qualora venisse accordata a Teheran la possibilità di un programma nucleare, essa riuscirebbe senza problemi a sviluppare delle testate nucleari senza che nessuno se ne accorga. Ciò sarebbe un fatto gravissimo, poiché è stato severamente vietato all’Iran di sviluppare il proprio programma nucleare per uso militare. A questo punto non resterebbe che ringraziare Israele per averci messo in guardia da questa immane minaccia, se non fosse che, già i lettori più attenti lo avranno colto, c’è un problema: come fa Israele a sapere, senza ombra di dubbio, che l’Iran potrebbe costruire una bomba atomica senza che nessun ispettore Onu o degli Usa se ne accorga? Perché loro l’han già fatto.

Torniamo un po’ indietro nel tempo. L’anno è il 1956. Come viene riportato nel libro “Israel and the bomb” di Avner Cohen, Israele e il suo presidente David Ben Gurion hanno il forte desiderio di avviare un programma nucleare. Per possedere nuove risorse energetiche? Per poterle vendere ai paesi vicini? No, non sono proprio questi gli obiettivi della politica nucleare israeliana: il fine ultimo è quello di creare testate nucleari come garanzia di sopravvivenza del neonato stato di Israele. Ma gli ostacoli non sono pochi. Sia l’Onu che soprattutto gli Stati Uniti si oppongono a questa eventualità, seguendo una politica contraria alla proliferazione delle armi nucleari nel mondo. Inoltre c’era anche un problema economico. Infatti Israele era ancora uno stato parzialmente industrializzato e non avrebbe potuto sostenere tutte le spese che un programma nucleare comporta. Che strada intraprendere allora? Quale soluzione? Per quanto riguarda il problema economico, ingenti finanziamenti giunsero dalla Francia che proprio in quegli anni stava sviluppando una forte politica nucleare. Per il primo problema, nettamente più grave, la sola soluzione che David Gurion e i suoi collaboratori trovarono fu quella di fare tutto di nascosto. Così nel 1956 si costruì il primo reattore, nel ’59 vennero acquistate le prime partite di acqua pesante dalla Norvegia, nel ’63 il reattore raggiunse il punto critico e finalmente nel ’67 venne assemblato il primo ordigno. In poco più di dieci anni Israele aveva la sua bomba nucleare, ma furono dieci anni che Israele visse “sul filo del rasoio”. Come riporta Avi Shavit nel suo libro “La mia terra promessa”, la vicenda venne nascosta con facilità agli ispettori americani fino al ’63, quando ancora poco del programma era stato sviluppato. I problemi nacquero quando la parte “basilare” del programma era stata conclusa e si passò alla seconda parte del programma, quella militare. A quel punto sarebbe risultato impossibile mascherare la verità davanti agli occhi degli ispettori. Così la “truffa nucleare” passò al livello successivo, molto più rischioso rispetto al precedente: “vennero create delle false sale di controllo, furono murati gli accessi ai livelli sotterranei e gli edifici contenenti gli impianti proibiti furono imbrattati di escrementi di piccione per dare l’idea che fossero abbandonati”, riporta ancora Avi Shavit.

Il resto è storia presente. Israele costruì la sua testata nucleare senza che gli Usa potessero fare nulla e tutt’ora non si ha la minima idea di quanti ordigni nucleari possegga e in cosa consista il suo attuale programma nucleare. Se questi sono i presupposti, vien da chiedersi come faccia Israele ad accusare l’Iran e con quale faccia Netanyahu possa ergersi a paladino del mondo contro la minaccia di Teheran. Davanti a tutto ciò, davanti a tutta questa ipocrisia, non si può che concludere come si è iniziato, ossia con un proverbio: è proprio il caso di dire che Israele è “il bue che dice cornuto all’asino”.