E’ la settima volta che Israele compie deliberate azioni di guerra in Siria, la quarta direttamente contro Hezbollah, utilizzando quella sorta d’impunità diplomatica che il mondo concede allo stato ebraico (forse per motivi legati ancora ai sensi di colpa per lo sterminio nazista, forse per rilevanti interessi economici) e che gli permette, ora come sempre, di attaccare cittadini stranieri fuori dai propri confini senza pagarne mai alcuna conseguenza. La settima volta che Israele colpisce non le bande islamiste che formano i ribelli siriani, bensì chi, incessantemente, da anni i fondamentalisti islamici li combatte in una guerra atroce e durissima. Negli attacchi effettuati per mezzo di elicotteri da combattimento di Tsahal contro due macchine nei pressi delle alture del Golan – un’area formalmente siriana ma de facto occupata da Israele ancora dal 1967 – sono morti cinque cittadini libanesi appartenenti ad Hezbollah e sei pasdaran iraniani, fra i quali i due responsabili dei rispettivi movimenti nelle operazioni militari in Siria: Mohammad Issa, luogotenente di Hezbollah, e il generale Mohammad Allahdadi, dei Guardiani della Rivoluzione. Tradotto: Israele ha assassinato alcuni dei maggiori artefici della tenace resistenza dell’esercito siriano contro i fondamentalisti che oggi si chiamano “stato islamico” e che al loro interno annoverano elementi come gli attentatori di Parigi e altre migliaia di macellai provenienti da tutto il mondo a combattere sotto le lugubri insegne dell’IS.

Qualcosa non torna? Decisamente, perche il califfato guidato da al-Baghdadi solo sui giornali e nei proclami di Netanyahu sembra essere un nemico dello stato ebraico. Ma in realtà esso si rivela essere sempre più, se non proprio un formale alleato, almeno un utilissimo complice nel raggiungimento degli obiettivi geopolitici regionali del governo di Gerusalemme. Obiettivi che a loro volta, fatalità, coincidono con i suoi, con quelli degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali: la continua espansione di Israele, l’annientamento, appunto, dei temibilissimi Hezbollah, l’indebolimento più in generale dell’asse di resistenza sciita, l’accerchiamento economico e militare dell’Iran, l’abbattimento di Assad in Siria e la nascita di un grande stato fondamentalista e sunnita sponsorizzato dall’Arabia che mantenga lo status quo. Insomma, se si vuol vedere a chi ha giovato l’eliminazione dei libanesi e degli iraniani nel Golan, Israele e il califfato andranno ancora una volta a braccetto. Del resto, guardando ai mille proclami lanciati dal califfato, gli obiettivi sono “Roma” – dal grande impatto sonoro e idealistico ma scarsissimo da quello pratico – e la distruzione degli avversari in seno all’Islam: di Gerusalemme, di riscattare l’orgoglio dei palestinesi soggiogati per decenni da Israele e di liberare più di un milione e mezzo di musulmani sunniti che vivono nel lager a cielo aperto che è Gaza, non vi è traccia alcuna. Curioso, ma tant’è.

E’ la realtà che stride con gli ideali per cui si sarebbe formata la famosa “coalizione anti-IS”, una fantomatica ed ipocrita accozzaglia di Paesi che, per l’appunto, in mesi di guerra non è riuscita a raggiungere nessun risultato degno di nota contro un esercito sì ben armato (e in merito sorvoleremo sul doppiogiochismo di tanti membri di quella coalizione, già precedentemente citati), ma che impallidirebbe di fronte ad una seria risposta militare mostrata in altre occasioni. In primis della rinomata ed efficiente macchina da guerra israeliana, che invece di compiere un’azione che la metterebbe in buona luce agli occhi del mondo dopo tante atrocità commesse, preferisce concentrarsi nell’annientamento quotidiano di inermi civili palestinesi e nell’eliminazione di utili pedine nella lotta contro il terrore, quello vero. Gettando su di essa e su tutta Israele ombre e sospetti da far accapponare la pelle; e lasciando solo Assad e i suoi alleati, in primis gli Hezbollah libanesi, ad occuparsi del gioco sporco contro le milizie fondamentaliste.

Se poi i conti non tornassero, o se a pensar male tornassero anche troppo, è notizia fresca la decisione di Washington di inviare, a partire da marzo, centinaia di soldati con cui addestrare ed affiancare i ribelli siriani nei prossimi anni al fine di estromettere Assad. Una decisione da mesi sul tavolo delle cancellerie occidentali e che sembra voler aggirare le decisioni parlamentari prese in senso contrario; affidandosi a schemi più spicci e meno fastidiosi da spiegare all’opinione pubblica per raggiungere lo scopo. Che, grazie proprio al ruolo di attori quali l’Iran e Hezbollah, da anni si persegue invano per mezzo dell’ennesima guerra per procura, questa volta però sporca più che mai. Anche alla luce di questa rivelazione, è probabile che la saggezza non solo tattico-militare che contraddistingue Hezbollah, porterà il movimento sciita a doversi focalizzare sempre di più sul conflitto in Siria, priorità assoluta per la tenuta dell’asse nella regione. E a posticipare la doverosa reazione all’attentato terroristico compiuto dagli israeliani, che con Netanyahu e la componente ultraortodossa della società, sempre più assetata di sangue, trascinano il loro paese ed i loro cittadini in una catastrofica spirale di violenza.