Dal 20 marzo 2003, giorno dei bombardamenti americani su Baghdad e inizio dell’invasione, l’Iraq non ha conosciuto che due anni di relativa stabilità, imputabili principalmente alla “pace frizionale” che si è verificata dopo il ritiro delle truppe statunitensi. Quei due anni sono stati seguiti da una brutale escalation della violenza settaria e jihadista che tentava di riorganizzarsi dopo le efficienti azioni di contro-insurrezione del generale Petraeus la cui nuova dottrina, pur con i suoi limiti, aveva permesso di disarticolare la rete qaedista organizzata da al-Zarqawi. Alla ristrutturazione del jihad iracheno, culminata nella formazione dello Stato Islamico, si sono poi aggiunte le violenze inter-etniche, lo scontro all’interno della nazione curda, la devastante corruzione di un sistema burocratico elefantiaco che ha perso il suo lubrificante politico (il Partito Ba’th e l’Esercito) e le pressanti influenzi di Teheran. La guerra del 2003 è stata infatti vinta militarmente dagli americani, economicamente dalla Turchia ma politicamente dal regime degli ayatollah. Paradossalmente, l’operazione Iraqi Freedom ha avuto risvolti positivi per l’Iran che, nel giro di due mesi di combattimenti, ha visto deporre il suo storico nemico confinante e aprirsi la strada all’egemonia del Golfo senza spargere una goccia di sangue. La resilienza di Saddam al potere era infatti direttamente connessa alla protezione che il suo regime forniva naturalmente con la sua sola esistenza alle monarchie sunnite della regione, garantendo una maglia di attrito per isolare geograficamente Teheran dall’accesso alle risorse del Golfo e reprimendo brutalmente la presenza sciita, che si aggira intorno al 90% della popolazione, nel sud del paese. Una zona ad alta strategicità per la maggiore presenza di idrocarburi e soprattutto per il controllo dello Stretto di Hormuz.

Proprio facendo riferimento a questo delicato equilibrio regionale, il grande errore della CPA americana guidata da Paul Bremer fu proprio quello di non aver compreso fino in fondo che il vero collante di uno Stato artificiale, a-storico quale è l’Iraq, non potesse essere semplicemente il Corano, la liberal-democrazia jeffersoniana o la mano invisibile del mercato di Adam Smith. Il vero cemento armato della società irachena era il Kalashnikov, il Partito Ba’ath, il Mukhabarat di Saddam e la Guardia Repubblicana. Smantellando le strutture del monopolio della violenza del regime si espose la società al Vaso di Pandora etnico, religioso e politico che fino ad allora era rimasto sopito sotto gli stivali della dittatura. Non è un caso che il periodo più duro per le truppe angloamericane sia stato quello immediatamente successivo alla caduta di Baghdad e alla dissoluzione dell’esercito; durante l’invasione le forze armate dovettero affrontare aspri combattimenti ma non si scontrarono mai con i 400.000 uomini, tanks, artiglieria pesante e contraerea che l’Iraq, anche se deteriorati dopo la guerra del 1991, aveva a disposizione. L’Esercito di Saddam sembrava essere scomparso, la popolazione osservava quasi con disattenzione l’avanzata americana nelle città mentre portava avanti le proprie abitudini quotidiane, per quanto possibile. Nessuno infatti voleva combattere o peggio morire per Saddam. Ma nel momento in cui Bremer firmò i decreti per sciogliere l’esercito e licenziare i funzionari di partito, il cemento si scollò e immediatamente le passioni politiche e religiose si infiammarono. Spezzando però una lancia in favore di Bremer, bisogna anche dire che questa politica è stata sempre adottata dopo una guerra, per esempio in Italia dopo il 1943 o in Germania dopo il 1945, perché eliminare il tiranno ma tenere in piedi il suo sistema repressivo risulterebbe quanto mai fuorviante moralmente e politicamente. Ma l’Iraq non è mai stato l’Italia fascista o la Germania nazionalsocialista e tutta la classe dirigente medio-alta, ritrovatasi in poco meno di un anno disoccupata e priva dei suoi titoli, finì per alimentare l’insurrezione civile, il terrorismo qaedista, fino a partecipare attivamente alla costruzione dell’ISIS nel 2014. È assai probabile infatti che buona parte della leadership politico-militare dell’organizzazione sia composta da ex ufficiali della Guardia Repubblicana, dell’Esercito, del Mukhabarat e da ex funzionari di partito.

In questa frammentazione, accompagnata da corruzione, clientelismo, abusi di potere e tracollo economico, l’Iran ha applicato chirurgicamente, soprattutto nelle aree di Bassora e Najaf, la sua esperienza maturata negli anni ’80 e ’90 in Libano dove, disse Khamenei, “abbiamo realizzato il nostro più importante successo di politica estera”. Appoggiando direttamente e indirettamente i partiti sciiti, come il Da’wa, lo SCIRI o le famiglie religiose come gli al-Hakim, rifornendo Bassora di beni di prima necessità, benzina, medicinali e soprattutto isolando i chierici sciiti più moderati e distanti dalle politiche iraniane, Teheran si è assicurata il controllo dell’Iraq meridionale e, con pazienza, ha imposto la pace quando era necessario e alimentato il caos quando ne aveva bisogno. Le numerose milizie sciite, di cui il ricostituito Esercito del Madhi è solo la più importante per grandezza, hanno ricevuto sostegno diretto dai pasdaran e sono riuscite ad imporsi presso il governo centrale con una influenza sempre maggiore. Nonostante alcuni attriti tra il leader Moqtada al-Sadr e Teheran, queste divergenze sono rientrate quando quest’ultimo ha trascorso un periodo di studi religiosi in Iran prima di ritornare a Najaf nel 2011.

Al-Sadr, che ha rifiutato qualsiasi incarico formale nel governo per poter essere un capo-popolo ancor più potente, ha ripreso la sua offensiva politica nelle scorse settimane riaffermando quel nucleo di richieste condivise comunque da buona parte degli iracheni: riforme sociali, economiche, forniture di servizi pubblici, sradicamento della corruzione. Il primo ministro al-Abadi, sciita anch’egli come il suo predecessore meno fortunato al-Maliki, è stato costretto così a dimenarsi tra le richieste sadriste, che comunque sembrano appoggiarlo, e la resistenza dei deputati iracheni, assolutamente contrari a proposte di riforma o a rimpasti che metterebbero a rischio il loro posticino al sole. Le proteste sciite, iniziate ad agosto 2015, hanno raggiunto il loro apice poco dopo la sostituzione di sei ministri lo scorso 26 aprile quando, forzando i cordoni di sicurezza, centinaia di manifestanti sono entrati nella Zona Verde e hanno preso di assalto il Parlamento.

Al-Sadr è stato scaltro ad ordinare di utilizzare unicamente bandiere irachene ed evitare qualsiasi tipo di appello a questioni identitarie, etniche o religiose, proprio per rimarcare quel ruolo di campione delle masse che sta cercando di ritagliarsi fin dal 2014, anno in cui ha rifiutato, come detto, una candidatura politica. E mentre le proteste infiammano tutto l’Iraq, rendendo più difficoltosa anche l’influenza iraniana, l’offensiva contro l’ISIS potrebbe subire una battuta di arresto proprio nel momento in cui le cose, militarmente parlando, sembrano migliorare un poco.

Per paura di una rivolta cittadina, al-Abadi è stato costretto a dirottare forze su Baghdad sottraendole agli sforzi contro i jihadisti i quali, in un circolo vizioso, continuano ad alimentarsi dell’instabilità politica e sociale del paese. Lo Stato Islamico è infatti soltanto il sintomo di una malattia più grave e profonda che, qualora fosse curato, non garantirebbe la scomparsa dell’escrescenza tumorale jihadista nella regione. Questa malattia è il sistema politico creato nel post-Saddam, un sistema repubblicano parlamentare che, senza istituzionalizzarlo, ha però alimentato il confessionalismo intorno ai partiti, rendendoli preda del mercato del clientelismo e della corruzione. E non si tratta solo di una sterile questione morale intorno ai fisiologici intrallazzi tipici dei regimi democratici, è una profonda metastasi che impedisce alla popolazione irachena perfino l’accesso all’elettricità e lo sfruttamento adeguato delle risorse petrolifere. Sadr a livello sociale e al-Abadi a livello politico-istituzionale, stanno tentando di superare questo immobilismo tenendo a freno la violenza dei miliziani e facendo appello all’unità irachena per riformare un sistema politico e amministrativo che non ha fatto altro che nutrire l’antagonismo tra sciiti e sunniti. Le preoccupazioni aumentano però nel momento in cui anche all’interno del blocco sciita, solitamente più coeso grazie anche alla disciplina imposta dall’Iran, si iniziano a intravedere linee di frattura tra l’autorità religiosa dell’ayatollah al-Sistani e i capi miliziani e religiosi locali.

Prevedere come evolverà la crisi irachena non è possibile al momento, data la velocità dei cambiamenti in atto e le numerose variabili. Kenneth Pollack, studioso esperto di Medio Oriente, afferma che la prospettiva più chiara al momento è quella di una libanizzazione favorita alacremente dall’Iran. Esattamente come con Hezbollah e Amal in Libano, le varie milizie sciite quali l’Esercito del Madhi, il Liwa’ al-Yawm al-maw’ud, i Muhamidun e i Badr dell’ex SCIRI degli al-Hakim, diverrebbero parte integrante di un sistema politico paralizzato intorno alla frammentazione del potere tra sunniti, sciiti e curdi, favorendo la formazione di una sorta di instabile stabilità. Secondo Andrea Plebani invece, ricercatore ISPI, l’ipotesi di Pollack rischia di essere eccessivamente semplificatrice non considerando che la divisione del potere lungo confini confessionali in Iraq è una consuetudine de facto ma non certo de jure. Inoltre composizione demografica e dimensioni dei due paesi e delle rispettive economie sono molto diverse e le divisioni non sono esclusivamente a carattere religioso ma anche etnico, convivendo tra il Tigri e l’Eufrate curdi, turcomanni, persiani, arabi e così via. Proprio la questione curda rimane un ulteriore punto delicato che attualmente, data la persistente occupazione del territorio da parte dell’ISIS, è in qualche modo lasciata in secondo piano ma che presto dovrà essere affrontata. L’unica certezza in questo fosco quadro è ancora una volta che l’assimilazione di paradigmi politici, economici e sociali importati da altre realtà difficilmente è in grado di costruire e realizzare un compiuto ordine storico in una regione così complessa, articolata e fluida nelle suo divenire.