Il discorso di Hassan Nasrallah nell’anniversario dell’Ashura (il giorno del martirio e della lotta in difesa degli oppressi) è stato ancora una volta una perfetta sintesi tra slanci profetici sul futuro e l’interpretazione razionale della realtà attuale e dei fenomeni geopolitici che attraversano la regione mediorientale. Guida politica e religiosa dall’integerrimo rigore morale, Nasrallah, che ha già sacrificato un figlio sull’altare della lotta contro l’occupazione della Palestina, è stato più che esplicito nel distinguere tra sionismo e giudaismo e nel suggerire dunque ai giudei di non lasciarsi trascinare da quello che ha definito idiota governo Netanyahu in una nuova guerra che potrebbe avere esiti disastrosi. Il leader di Hezbollah ha dichiarato che il governo Netanyahu sta progettando una guerra, e se la accendono, non sapranno dove finirà e quali aree includerà.

Hassan Nasrallah

Hassan Nasrallah

Dal discorso di Hassan Nasrallah emergono due fatti di rilievo che non possono essere sottovalutati: la consapevolezza di un imminente nuovo conflitto e la consapevolezza dell’accresciuto potenziale militare, sia del Partito di Dio libanese che dell’Iran suo naturale alleato. Ed è proprio la constatazione della progressiva riduzione del gap che separa le capacità belliche dell’esercito israeliano da quelle dell’Asse della Resistenza a spaventare i vertici militari ed il governo dello Stato ebraico. Una consapevolezza che nella prospettiva israeliana renderebbe necessaria un’azione bellica nel breve periodo che, oltre a limitare la presenza iraniana ai suoi confini, impedisca un ulteriore assottigliamento del gap tra le forze in campo. È un dato di fatto che Israele, allo scopo di raggiungere tale obiettivo, stia cercando di spingere l’amministrazione statunitense a posizioni sempre più dure nei confronti dell’Iran in modo da giustificare tale azione come reazione all’irrigidimento delle posizioni iraniane.

La risposta all’indegno discorso di Donald Trump alle Nazioni Unite – in cui ancora una volta veniva riproposta la ridicola retorica dell’asse del male composto da Iran, Venezuela, Siria e Corea del Nord, minacciato il blocco del JCPOA, l’imposizione di nuove sanzioni e l’inserimento della Guardie rivoluzionarie iraniane nella lista delle organizzazione terroristiche – non si è fatta attendere ed ha ulteriormente spaventato Tel Aviv.

Donald Trump

Donald Trump

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato infatti che l’Iran non ha bisogno di alcun permesso per rafforzare le proprie capacità militari. Dichiarazione cui ha fatto seguito quella del ministro della difesa Amir Hatami che ha sottolineato come l’Iran non cercherà l’autorizzazione di alcun paese per produrre i propri missili. Dichiarazioni cui hanno fatto seguito anche i fatti con il riuscito test del missile balistico Khoramshahr dalla gittata di 2000 km, capace di trasportare più testate belliche contemporaneamente. Ragione per cui il comandante delle Guardie rivoluzionarie Mohammed Ali Jafari ha dichiarato che gli USA, qualora proseguano nella politica della guerra economica all’Iran e dell’inserimento del Corpo rivoluzionario nella lista nera del terrorismo internazionale, farebbero bene a spostare le proprie basi nella regione al di là della portata dei missili iraniani. Un test che ha scatenato l’isteria israeliana e del ministro degli esteri Avigdor Lieberman, il quale ha apertamente parlato di schiaffo agli Stati Uniti ed ai suoi alleati.

L’Iran lavora già da diversi decenni al suo programma balistico (definito come non negoziabile dagli stessi vertici della Repubblica islamica) e possiede un’ampia gamma di missili a corto e lungo raggio. I più importanti sono: Shahab-1 e Fateh-110 con una gittata di 300 km; Shahab-2 (500 km); Zolfaghar (700 Km); Qiam-1 (800 km); i missili a lungo raggio Emad (1700 km), Shahab-3, Sejjil, il già citato Khoramshahr con un gittata di 2000 km ed il missile da crociera Soumar con gittata di 2500 km. Nel giugno di quest’anno le guardie rivoluzionarie hanno utilizzato alcuni di questi missili per colpire diverse posizioni dell’ISIS nella provincia siriana di Deir ez-Zor in risposta agli attacchi terroristici a Teheran. A questo si aggiunge l’acquisto da parte iraniana dell’avanzato sistema di difesa missilistico russo S-300. Sistema mobile, collegato in rete e progettato per difendere le aree di importanza strategica, il sistema S-300 è formato da diverse batterie ognuna delle quali può attaccare più di una mezza dozzina di obiettivi simultaneamente e risulta letale contro tutti i caccia di quarta generazione e contro tutti i vettori privi di tecnologia stealth.

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Di recente ha fatto scalpore in Occidente l’annuncio della Turchia di aver acquistato dalla compagnia statale russa Almez-Antey il sistema S-400, evoluzione del modello S-300 e che risulterebbe efficace anche contro la tecnologia stealth. Un’operazione che è valsa alla Turchia, tornata ad aver rapporti amichevoli con l’Iran, la sospensione della concessione dei visti per gli Stati Uniti e dunque, dopo la mancata estradizione del predicatore Fetullah Gulen, un nuovo duro confronto diplomatico con Washington che l’ha messa sullo stesso piano dei paesi membri dell’ipotetico asse del male. Ora, il riuscito test missilistico è da interpretare come una nuova sfida strategica che riduce enormemente le possibilità nordamericane ed israeliane di ricorrere all’opzione militare diretta contro Teheran.

A terrorizzare Israele vi è, inoltre, la possibilità che l’Iran stia costruendo in Siria strutture per la realizzazione in loco di missili (soprattutto Fateh-110) e che tali strutture vengano protette da sistemi di difesa acquisiti dalla Russia. In particolar modo si è parlato di alcune strutture posizionate nei dintorni di Baniyas, a pochi chilometri dalla base militare russa di Tartus. Dunque, l’obiettivo israeliano potrebbe limitarsi a colpire Hezbollah e Siria per ferire indirettamente l’Iran e scatenare una sua reazione. Tuttavia, anche in questo caso, la riuscita dell’opzione militare, anche su larga scale, non è assolutamente scontata.

Il Soumar

Il missile da crociera Soumar

La partecipazione attiva al conflitto siriano ha infatti aumentato notevolmente le capacità belliche dell’ala militare di Hezbollah, al-Muqawama al-Islamiyya (Resistenza Islamica), ora preparata ad operare non solo in azioni mordi e fuggi ed in condizioni di guerra di guerriglia (la cui fonte di ispirazione rimane ancora l’omonimo testo di Ernesto Guevara) ma anche in battaglie campali. Addestrate, alla pari della Forza Nazionale di Difesa siriana, dalla Brigata Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane agli ordini del Generale Sulaimani, l’ala militare del Partito di Dio è stata uno degli elementi determinanti per il rivolgimento del conflitto in Siria. L’accresciuto bagaglio di esperienze e l’aumento esponenziale dell’arsenale in dotazione hanno portato i vertici militari israeliani a parlare di Hezbollah, forse esagerando, come la settima potenza militare al mondo.

Nel dettaglio, l’ala militare del movimento sciita, considerata dalla maggioranza dei libanesi come una forza fondamentale per la stabilità e la sicurezza della nazione, conta 65000 unità (di cui 21000 sono militari professionisti) e un non precisato numero, ma quantificabile in decine di migliaia, di missili di corto e medio raggio, tra cui: missili anticarro AT-3, lancia razzi RPG-29 e RPG-7; missili terra-aria a spalla SA-7SA-18 di progettazione russa; missili da crociera antinave Yakhont (P-800); vettori di lancio BM-21 Grad e BM-27; missili Falaq 1 e 2 di fabbricazione iraniana; Khaibar-1 di manifattura siriana; SCUD-D e C-802 di fabbricazione cinese. A questo si aggiungono mezzi blindati M113, T-52, T-62, T-72 forniti dall’Esercito Arabo Siriano tramite l’Iran, droni e diverse batterie contraeree.

hezbollah

Tuttavia, ciò che rende ogni potere militare realmente inefficace contro Hezbollah e le Guardie rivoluzionarie è un altro fattore: l’ispirazione che essi traggono, attraverso un’approfondito ed obbligatorio studio della religione, dalle figure tradizionali e carismatiche dello sciismo. L’Imam Ali in tutte le tradizioni islamiche viene descritto come un combattente coraggioso sempre in prima linea in ogni fatto d’armi (dalla battaglia di Badr alle battaglie di Uhud e del fossato) delle origini dell’Islam, mentre suo figlio, l’Imam Hussein, ha insegnato come dall’oppressione nascano la forza e la necessità di trionfare sul male e sull’ingiustizia. È l’aspirazione al sacrificio di sé e la consapevolezza di agire per un bene superiore a rendere un militante sciita realmente invincibile di fronte alla morte.

Tanto gli Stati Uniti quanto i loro alleati nella regione non sembrano aver compreso questa lezione. Negli anni Ottanta del secolo scorso, per otto anni, la neonata Repubblica islamica, nonostante le enormi difficoltà, fu capace di resistere all’aggressione dell’esercito iracheno (uno dei più potenti del mondo arabo di allora) commissionata proprio da nordamericani e sauditi. Mentre Israele già nel 2000 e nel 2006 venne costretta a ritirarsi entro i propri confini dalla resistenza islamica libanese. La reazione isterica dell’oltranzismo sionista di fronte al fallimento dell’aggressione alla Siria pone Iran ed Hezbollah in una condizione di vantaggio strategico fondamentale. Difficilmente abboccheranno alle provocazioni israeliane e difficilmente saranno i primi a sferrare un attacco, lasciando così ai sionisti la responsabilità morale di un nuovo conflitto nella regione.