Il petrolio resta ad oggi il mezzo diplomatico più in voga nel campo delle relazioni internazionali. Il braccio di ferro tra Paesi produttori, esportatori e consumatori disperde energie politiche in lungo e in largo per il globo. La tendenza a proseguire su questa direttrice economica ed energetica insiste lungo il filone mediorientale e coinvolge alcuni “satelliti” stakeholder nella questione del commercio mondiale degli idrocarburi. L’oro nero negli ultimi anni, così come nel recente passato, continua a vivere periodi altalenanti, alternando anaboliche fasi di crescita a cali vertiginosi. La complicità di rivoluzioni tecniche ed industriali come quella dello shale oil, il petrolio di scisto, che aveva dato l’illusione agli Stati Uniti di divenire Paese esportatore netto, hanno prodotto dalla fine del 2014 all’inizio di quest’anno un crollo verticale del prezzo del barile, passato dai circa 110 dollari ai 27 dollari dei primi mesi del 2016. Tale dinamica è stata influenzata da un eccesso di offerta artificialmente creata dal cartello dei Paesi OPEC, dei quali il principale esponente è la monarchia saudita, che contribuisce a circa un terzo dell’offerta mondiale.

L’obiettivo di mettere fuorigioco l’industria degli idrocarburi di scisto è stato perseguito immettendo sul mercato mondiale un eccesso di offerta di barili di olio crudo, complice anche un calo della domanda mondiale occorsa nel medesimo periodo. Ad oggi la distanza tra domanda e offerta è di circa 4 milioni di barili, cosa che ha generato una catastrofe economica per le aziende di estrazione dello shale oil americano, che devono sopportare dei costi troppo alti per rivendere i loro prodotti a prezzi non competitivi per il mercato. La questione si lega ad altre congiunture di carattere economico e politico. Stati come la Russia ed il Venezuela, infatti, avendo una struttura economica fortemente orientata al commercio estero di idrocarburi e con delle economie di scala nettamente meno efficienti di quella saudita nel ramo estrattivo, hanno risentito notevolmente di questa flessione dei prezzi e, nella fattispecie della Federazione Russa, contribuito ad alimentare una recessione economica dovuta ad una importante riduzione degli introiti a bilancio statale. Tale politica non è stata tuttavia indolore neanche per Riyadh, che per la prima volta nella storia rischia di trovare delle enormi difficoltà finanziarie legate ad un calo delle entrate del petrolio, per cui non si sa esattamente quanto a lungo tale strategia potrà essere perpetuata.

In tale ottica si inquadra quindi l’incontro tenutosi a Doha, la capitale dell’emirato qatariota, tra i Paesi dell’OPEC, che ha visto la partecipazione di stati non membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ovvero Russia ed Iran. L’obiettivo dei dialoghi era quello di giungere ad un accordo che potesse congelare il livello di produzione giornaliera di barili, così da contenere l’offerta di petrolio presente sul mercato, attendendo che, con un graduale incremento della domanda si potesse auspicare un aumento dei prezzi tale che il prezzo del greggio potesse crescere fino a 50 dollari al barile fino alla fine del 2016, per poi puntare a raggiungere i 60-70 dollari nel 2017. La chiave di volta dell’incontro, però, è la tensione politica tra il KSA e la Repubblica Islamica dell’Iran. Quest’ultima, riabilitata alla comunità internazionale dopo la rimozione delle sanzioni imposte a seguito del programma nucleare iniziato nel 2002, ha nuovamente la possibilità di immettere sul mercato una notevole quantità di petrolio, quantificabile attorno ai 4 milioni di barili al giorno, ed ha l’intenzione di investire 2,5 miliardi di dollari finalizzati all’ammodernamento delle strutture estrattive e di trasporto. Le ragioni di Teheran – non totalmente deprecabili – si appigliano alla chiusura che il Paese ha sofferto negli ultimi 13 anni, per cui una auto-limitazione della produzione di petrolio avrebbe, per loro stessa asserzione, effetti simili ad un clima di sanzioni. La Russia, dal canto suo, ritiene marginale la decisione iraniana per il raggiungimento di un accordo, in quanto ritiene che prima di ottenere degli effetti apprezzabili sul mercato gli investimenti dovrebbero toccare la faraonica cifra di 100 miliardi di dollari.

L’incontro ha chiaramente prodotto un buco nell’acqua, poiché l’Iran ha declinato la partecipazione al meeting, assolutamente riluttante come era ad accettare accordi di questo tipo. Allo stesso modo, i sauditi, per timore di perdere il posizionamento nella regione rispetto a Teheran ha rifiutato qualunque tipo di compromesso in assenza del consenso iraniano a procedere in una direzione comune. La preoccupazione degli attori coinvolti è dunque legata ad una possibile rivalsa di Riyadh nella direzione essenzialmente opposta a quella che l’incontro di Doha si proponeva; ossia che, per ripicca, i sauditi immettano sul mercato una maggiore quantità di petrolio anziché limitarla, provocando un altro shock di prezzo.

La situazione dunque lega a doppio filo la questione economica generale e le difficoltà politiche che sauditi e iraniani fanno difficoltà a superare. La riapertura dell’Iran a seguito del Nuclear Deal voluto da Washington ha inasprito i rapporti tra sauditi e americani, e deteriorato il già precario equilibrio di potenza sussistente in Medio Oriente da pochi decenni a questa parte. La diplomazia energetica, dunque, con i suoi strumenti, sarà in grado di delineare un quadro confortante o apocalittico. Le discussioni riprenderanno per giugno, e un po’ tutti i Paesi coinvolti si augurano di giungere ad un accordo. Le variabili cruciali per sbloccare l’impasse attuale saranno essenzialmente due: capire se gli USA decideranno di abbandonare la disastrata pista dello shale oil e quanti colpi saranno in grado ancora di incassare i fautori di questo crollo dei prezzi: il basso costo del Brent – da febbraio ad oggi ha riguadagnato più del 50% del suo valore, attestandosi poco sopra i 42 dollari al barile – e il greggio iraniano hanno fatto registrare una catastrofe nei mercati finanziari della Penisola Arabica, con perdite da inizio anno che vanno dal 15% di Dubai al 20% di Riyadh. Un Iran che realizza comunque profitti positivi – dopo uno zero (non di contrabbando) forzato durato più di 10 anni – e un regno saudita in difficoltà, fanno propendere per una soluzione compromissoria tanto più vicina quanto più la famiglia reale saudita avrà da perdere, visto anche il buon andamento degli affari di Teheran con i nuovi partner, tra cui anche l’Italia.