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Nelle ultime settimane non sono mancate, occasioni di interrogarsi sulla possibilità effettiva che la guerra civile siriana, iniziata con le proteste del 26 gennaio 2011 poi esplose il 15 marzo 2011, possa divenire l’epicentro di un conflitto di dimensioni transnazionali di dimensioni estremamente più vaste di quelle attuali – tali, secondo alcuni, da coinvolgere addirittura il mondo intero. Seppure il rischio di un inasprimento delle tensioni all’interno del Paese mediorientale sia sempre stato presente, anche se solo in minima parte, nessuno ha mai considerato effettivamente possibile che la Siria potesse divenire una nuova questione balcanica alla pari della Bosnia di inizio Novecento. La lezione che abbiamo appreso da quella e dalle successive vicende storiche, infatti, è la necessità del coinvolgimento diretto di almeno due potenze regionali al fine di ottenere una mobilitazione delle risorse tale da poter raggiungere livelli globali. Nel caso della Prima guerra mondiale, le potenze coinvolte erano la Germania e l’Austria-Ungheria, da un lato, e l’Inghilterra e la Francia dall’altro. Con l’avvento delle superpotenze, ossia durante la Guerra fredda, lo scenario “ideale” per lo scaturire di un conflitto mondiale vede arricchite le prospettive possibili, dal momento che una nuova tipologia di attore geopolitico si inserisce all’interno della casistica configurabile nel 1914. Come ci ricorda la definizione standard, tratta dal dizionario Treccani:

“superpotènza s. f. [comp. di super- e potenza, calco dell’ingl. super-power]. – Nella pubblicistica politica, termine con cui sono (o sono state) designate le nazioni che (come gli Stati Uniti d’America, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, talvolta anche la Repubblica Popolare Cinese), per il loro potenziale economico, sviluppo tecnologico e armamento, hanno una particolare influenza in campo internazionale e un forte peso sugli eventi mondiali.”

L’influenza sulla politica interna di altre nazioni e sullo scenario internazionale è quanto contraddistingue una superpotenza da una grande potenza o potenza regionale. Il coinvolgimento di un esponente delle due categorie, come nel caso di due grandi potenze, all’interno di una guerra può portare alla propagazione su scala planetaria del conflitto. Ma cosa può portare all’esplosione di una guerra fra potenze? In passato, si è visto come la minaccia concreta di una violazione dell’integrità fisica di una potenza abbia costituito una pericolosa spinta a considerare la soluzione militare come accettabile: ricordiamo, fra le altre crisi scoppiate durante la Guerra fredda, quella dei missili di Cuba del 1962, durante la quale USA ed URSS si trovarono a dover gestire una minaccia fisica rispetto al proprio territorio.

Altro possibile scenario, meno diretto, è quello che vede a rischio il mantenimento di unità territoriali che la potenza in questione ha incluso all’interno della propria strategia geopolitica: esempio lampante è la Guerra di Corea, che rischiò di implodere in un conflitto nucleare per via degli interessi strategici degli USA, impegnati a mantenere il controllo del Pacifico. In linea teorica, dunque, sono questi i due possibili scenari bellici da cui potrebbe scaturire la tanto temuta Terza guerra mondiale, uno spettro che l’utilizzo muscolare dell’arsenale statunitense da parte del presidente Donald Trump ha reso di colpo più concreta agli occhi di molti.  Per comprendere meglio quale sia la posta in gioco occorre capire quali siano i possibili avversari in uno scenario di conflitto che intendiamo prendere in considerazione, ovvero la Siria: a dare inizio al conflitto saranno le due potenze impegnate nella regione, ossia Stati Uniti e Russia, andando a rispettare la conditio sine qua non di contrapposizione fra almeno due nazioni elevate al rango di potenza. 

Resta dunque da capire quale, fra le due tipologie di minacce, rischi di accendere la scintilla: mentre da una parte la minaccia territoriale diretta, ossia un attacco rivolto contro uno dei due Paesi, è da considerarsi altamente improbabile come causa scatenante del conflitto, la minaccia territoriale indiretta al contrario è un’eventualità estremamente concreta. Chi rischia più fra i due avversari è naturalmente la Russia, a causa del ruolo strategico svolto dal porto di Tartus: per chi ricorda l’articolo pubblicato il 7 ottobre 2016 sempre per l’Intellettuale Dissidente, il porto in questione è stato al centro della sospensione ufficiale dei rapporti diplomatici relativi alla vicenda mediorientale: secondo la BBC, la decisione sarebbe stata causata dal rifiuto da parte della Russia di distruggere 34 tonnellate di plutonio arricchito utilizzabile per il proprio arsenale nucleare. Erano i tempi in cui un bombardamento americano, il 17 settembre, aveva colpito truppe siriane, contribuendo a fornire un’immagine ambigua dell’atteggiamento degli USA nella regione.

Come viene ricordato nell’articolo in questione, la questione degli armamenti nucleari risale al 29 agosto del 2000, quando venne firmato l’accordo fra USA e Russia relativo alle armi nucleari entrato poi in vigore nel 2010. Da parte di Mosca vi furono numerose accuse relative al mancato rispetto degli impegni presi da Washington, accusa che venne ribadita in occasione della chiusura dei rapporti diplomatici fra le due nazioni.La tensione crebbe anche – e soprattutto – a causa della decisione russa di mandare un sistema di difesa missilistico S-300 presso la propria base a Tartus, dal momento che esso è l’unica base russa al di fuori del territorio dell’ex Unione Sovietica e l’unica nei mari caldi.

Locazione di Tartus

Locazione di Tartus

Il sistema missilistico S-300 è, assieme agli S-400, il pilastro della difesa antiaerea russa, con un range d’azione fra i 150-200 e i 300 km. Considerato uno dei più potenti missili antiaerei oggi disponibili, è in grado di inseguire circa 100 bersagli, potendo ingaggiarne 12/24/36 ed è capace di distruggere anche i missili balistici. Il loro tempo di dispiegamento è di soli cinque minuti. Il sistema di difesa antiaereo S-400, sviluppato dall’azienda del settore difesa russo NPO Almaz, è stato progettato per intercettare e colpire aerei da guerra e missili balistici ad una velocità da 0 a 4,8 km/s. Il suo sistema può individuare fino a 36 obiettivi contemporaneamente in un raggio che va da 30 a 40 km – nelle nuove versioni si parla di 80 obiettivi –. Esso copre un raggio di 250 km, contro i 160 km del Patriot statunitense.

Leggendo questi dati, si capisce che la posta in gioco per la Russia sia di importanza vitale, fattore che rende Tartus la possibile miccia da cui potrebbe scaturire l’escalation militare che potrebbe portare USA e Russia ad uno scontro. Se Guerra mondiale sarà, il primo colpo partirà dalla Russia, dal momento che è l’unica potenza a rischiare un attacco presso un avamposto strategicamente rilevante – come si affermava in precedenza.

Le proporzioni dello scontro sono naturalmente titaniche, per cui è necessario concentrarsi inizialmente su una disposizione 1 contro 1. Senza considerare l’arsenale nucleare – di cui parleremo successivamente – il primo parametro su cui si differenziano le due potenze coinvolte è l’organico coinvolto: le truppe regolari e i marines statunitensi raggiungono le 580 000 unità, a cui bisogna sommare la Guardia Nazionale e le riserve – per un totale di 585 000 unità – e i paramilitari, che si attestano fra le 50 e le 100 000 unità. D’altra parte, l’esercito russo è costituito da 320 000 unità distribuite fra le branche principali, a cui si sommano 300-450 000 unità paramilitari e dalle 10 alle 80 000 riserve.

Il grosso della battaglia si gioca naturalmente sulla disponibilità tecnologica dei due Paesi, che vede gli Stati Uniti avvantaggiati a livello generale per numero ed efficienza per alcuni scenari strategicamente fondamentali: primo fra tutti è quello dei missili cruise, con gli USA forniti di 4000 Tomahawk (raggio di 2500 km), 400 AGM-86 e 3000 JASSM (raggio di 500 km) per un totale di 7400 unità; i russi possiedono 300 Iskander-K/Kalibr (raggio di 2500 km) e 200 KH-55/101 (2500 km per il 55 e una stima fra i 2500 e i 4000 km per il 101, fino a un massimo di 10 000 km), che sommati formano una disponibilità di 500 unità

Altri scenari in cui il vantaggio statunitense è nettamente superiore sono i missili balistici e l’aviazione: per quanto riguarda i missili, gli USA hanno a disposizione circa 2000 ATACMS che raggiungono i 300 km di distanza, contro i 500 Iskander-M (700km) russi e i 400 Tochka, che formano un totale di 900 unità. L’aviazione statunitense, invece, è composta da 3000 unità contro le 980 russe: mentre gli Stati uniti possiedono una flotta aerea estremamente moderna – con il 110 Harrier ed il 250 A-10 come uniche tipologie realizzate negli anni Novanta –, i russi fondono tecnologia sovietica ad esemplari moderni, con modelli realizzati anche negli anni Ottanta – il 90 Su-27, il 15 Su-33, il 70 MiG-29 e il 40 MiG-31 –.

Sul fronte dei SAM a lungo raggio, invece, la Russia può contare su 101 unità ripartite fra S-400, 2-300ps, S-300pm, S-300v ed S-300v4, mentre gli USA possiedono solo 80 Patriot che raggiungono i 160 km di raggio – contro i 250-400 km degli S-300v4 e degli S-400. Il vantaggio in quest’area strategica garantisce una capacità difensiva russa molto solida, capacità impiegata anche al lancio dei famosi 59 Tomahawak lanciati dagli USA il 7 aprile.

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500 Iskander-M in azione

Come è stato accennato nelle premesse del nostro scenario ipotetico, la Siria è il terreno su cui si consumano le prime fasi dello scontro: a confermarlo è l’insieme delle operazioni statunitensi volti a costruire la nuova base aerea USA sul suolo siriano. Come ha scritto Vincent Ligorio per L’Intellettuale Dissidente, l’amministrazione Trump preparava lo spostamento di tutte le sue forze di stanza dal 2002 nella base di Incirlik, a sud della Turchia. Il trasferimento di massa verso le basi siriane era predisposto già da tempo, mentre le destinazioni erano sottoposte ai lavori di espansione per consentirne la piena operatività. L’hub principale è la città di Tabqa, a 40 km ad ovest da Raqqa, scelta anche come centro di assembramento per le forze kurde e arabe tribali coordinate dagli americani e pronte a ferrare l’attacco su Raqqa. La base si aggiunge a quelle di Hajar, Qamishli e Kobani, permettendo agli USA di raddoppiare il loro potenziale aereo sul campo in modo da eguagliare l’attuale potenziale russo-siriano. Oltre a questo, gli USA si preparerebbero a trasferire 2500 unità attualmente ospitate nella base di Incirlik. Queste unità andrebbero a sommarsi all’attuale dispiegamento di forze USA presenti sul suolo siriano, ovvero:

La portaerei a propulsione nucleare USS George H. W. Bush.

La portaerei USS Carl Vinson. 

  • La USS Arleigh Burke.
  • La USS Philippine Sea.
  • Arsenale Tomahawk.
  • F-22 Raptor
  • F-16 Fightin Falcon

F-15 Eagle.

FA-18 Super Hornet.

B-1 Lancer

A-10 Thunderbolt

EA-18G Growler

EA-6B Proler

MQ-1 Predator

MQ-9 Reaper

D’altro canto, anche i russi hanno dispiegato un insieme di forze notevoli, 

3 corvette Buyan-M-class

Una fregata Gepard-class

Una fregata Admiral Grigorovich

  • Una nave di intelligence Vishnya-class
  • Un sottomarino Kilo-class migliorato

Un incrociatore Slava-class

  • Una portaerei Kuznetsov-class

Un incrociatore da battaglia Kirov-class

  • 2 distruttori di supporto Udaloy-class

3 SA-22 più altri sistemi anti missilistici come S-400 ed S-300VM

Lanciarazzi UGV, MRAP e SRBM (presunti)

4 Su-30SM e 4 Su-35S (aerei da combattimento)

12 Mi-24P, 2 Mi-28N e 2 Ka-52 (elicotteri d’attacco)

Nello scenario in cui il conflitto non possa più essere evitato dalle parti, l’attacco al porto di Tartus passa attraverso un appoggio della Turchia, che attraverso le sue basi può concedere agli USA un avamposto per la presa di Raqqa e, dunque, una discesa delle forze statunitensi verso sud in direzione di Tartus.

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Le basi statunitensi vicine al confine turco

Il dispiegamento di forze russo è per ora più adatto ad affrontare uno scenario di guerra svolta sul territorio. La decisione di portare fino a 1000 truppe in più sul suolo siriano collegata all’offensiva di Raqqa, come riportato dal Washington Post del 15 marzo 2017. Stando a quanto scritto da Thomas Gibbons-Neff, autore dell’articolo, la mossa “duplicherebbe il numero di forze americane in Siria ed aumenterebbe il potenziale per un coinvolgimento militare diretto degli USA in un conflitto che è stato caratterizzato da confusione e priorità concorrenti fra forze disparate”. L’ipotetico conflitto, tuttavia, rischia di espandersi al di fuori del territorio siriano in breve tempo. L’escalation militare, infatti, potrebbe risultare in una guerra che presto vedrebbe il sistema di difesa antimissile russo vedersela con l’arsenale USA che, sebbene possa essere fermato dalla rete russa, risulta comunque estremamente ampio in termini di unità e metterebbe a dura prova la difesa di quest’ultima.

La guerra di terra, d’altro canto, vedrebbe le due potenze impiegate in un conflitto troppo difficile da gestire, per motivi essenzialmente territoriali: il controllo del territorio esercitato dai due schieramenti è ancora troppo fragile per consentire un utilizzo della Siria come proprio campo di battaglia. Nell’eventualità che gli USA possano minare la presenza russa a Tartus, difficilmente si potrebbe mantenere la tensione a livello locale: il potere russo, di fronte ad una simile offensiva, può subire l’attacco rischiando di collassare per via delle reazioni interne causate dalla resa o, più probabilmente, rispondere portando il conflitto sul piano nucleare, dal momento che proseguire l’offensiva via terra non sarebbe praticabile e risulterebbe anche poco efficace.

Binkov’s Battleground

Nel momento in cui si arriva all’adozione di armi nucleari, le cose per la Russia e gli Stati Uniti si fanno complesse: il terreno principale su cui si muove lo scontro è la difesa preventiva rispetto ad un attacco. Gli Stati Uniti possiedono 6 satelliti ad orbita alta – modello SBIRS e DSP –, a cui si sommano 3 STSS ad orbita bassa. I russi, invece, dispongono di 2 satelliti ad orbita alta – modello US-KMO e EKS – più 2 satelliti ad orbita mista di tipo US-K. Gli USA, dunque, hanno più probabilità di intercettare un attacco missilistico, dato il maggior numero di satelliti. Tuttavia, le piattaforme di lancio mobili russe sono in grado di cogliere di sorpresa la difesa americana, dal momento che sono sottoposte a continuo spostamento.

Altro scenario tattico è quello dei sistemi di difesa antibalistici: gli USA possiedono 40 lanciamissili per il sistema Ground-Based Midcourse Defense (GMD), adoperati per intercettare i missili durante la fase intermedia della traiettoria balistica; la Russia dispone di 60 lanciamissili per gli A-135 e il sistema degli A-235 in fase di test – dovrebbe difendere Mosca ed altre zone industrializzate. Ad essi bisogna aggiungere per gli USA gli SM-3 – circa 200 in totale – e, teoricamente, anche le navi in prossimità degli Stati Uniti possono svolgere una funzione protettiva, sebbene con poca affidabilità. I russi, inoltre, starebbero testando il sistema S-500 progettato per intercettare e distruggere missili balistici continentali e missili ipersonici. Entrambi i sistemi di difesa sono abbastanza numerosi per poter resistere ad un attacco su vasta scala, sebbene siano progettati principalmente per un attacco proveniente da Paesi di dimensioni minori. I problemi principali sono, da una parte, una bassa probabilità di intercettare i missili e, dall’altra, un basso numero di intercettori.

Attualmente i missili statunitensi impiegano meno testate del loro potenziale, per ragioni di costi, mentre la Russia impiega più della sua capacità effettiva: se gli USA impiegano 1300 testate e non ne impiegano 2500, i russi impiegano 1780 testate e ne lasciano 500 non impiegate. In più, gli Stati Uniti dispongono di 400 missili in riserva sotterranea con fino a 1140 testate – con 400 testate attualmente adoperate. I 140 missili in riserva sotterranea della Russia, con un massimo di 690 testate e 180 missili mobili con fino a 390 testate non raggiungono i livelli di disponibilità degli USA.

Il discorso dei sottomarini, che vede gli USA prevalere sui russi con 14 sottomarini e 250 missili con fino a 2000 testate nucleari – contro i 12 sottomarini e i 160-190 missili con un numero di testate fra le 640 e le 760 unità da parte della Russia – è più complesso. Realisticamente parlando, non più di un terzo di essi potrebbe essere adoperato nell’arco di alcune settimane, dal momento che richiedono una lunga preparazione. A causa della disponibilità di testate nucleari già pronte per l’uso, la Russia potrebbe risultare avvantaggiata qualora l’attacco debba svolgersi nell’arco di giorni, avendo 1100 testate già predisposte sui missili a terra contro le 400 degli USA. Gli effetti percepiti da parte delle due potenze variano in relazione alla composizione delle loro città e della distribuzione della loro popolazione: gli scenari strategicamente rilevanti sul suolo russo sono minori a causa della maggior concentrazione demografica in poche città che, se colpite, rischiano perdite di popolazione proporzionalmente maggiori rispetto a quelle che potrebbero soffrire gli Stati Uniti, la cui popolazione è distribuita in maniera più omogenea – oltre ad essere più numerosa in termini assoluti.

In generale, gli Stati Uniti possono reggere le conseguenze a breve termine del conflitto meglio della controparte, a causa della loro superiorità demografica e della distribuzione più efficiente dei loro scenari strategici. Ciò che potrebbe creare conseguenze imprevedibili, tuttavia, è l’inverno nucleare: il termine indica il periodo successivo ad una ipotetica guerra termonucleare di estensione mondiale e basato sugli effetti delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, oltre che su vari esperimenti condotti durante la Guerra fredda e sugli effetti collaterali del disastro di Černobyl’. Secondo gli scienziati, l’inverno atomico sarebbe legato alla produzione di polveri fini a seguito dell’esplosione di testate nucleari su obiettivi civili: al momento dell’esplosione, un moto convettivo trasporta rapidamente tutte le polveri verso strati più alti. Ciò crea una nube uniforme di polvere e cenere radioattiva, sospesa nell’aria fra i 1000 e i 2000 metri da terra. La nube accumulerebbe l’energia solare e farebbe salire le temperature degli strati della tropopausa e alta troposfera fino a 80 °C, mentre la superficie della Terra rimarrebbe protetta dai raggi solari e si raffredderebbe in media di 40 °C. Gli effetti secondari come carestie, spopolamento e generare scarsità di beni di prima necessità – e conseguente aumento della mortalità e della conflittualità sociale – sono di fatto imprevedibili nella loro estensione e nel loro impatto sulla popolazione. L’unica cosa certa è che questi effetti sarebbero globali, non solo confinati all’interno delle due potenze coinvolte.

Reportage del NY Times sulle conseguenze ipotetiche di uno scontro nucleare a livello globale
Tutte queste, dunque, sono le possibili conseguenze nel caso in cui una guerra fra USA e Russia scoppiasse a partire dallo scenario siriano. Per fortuna, la conditio sine qua non per un’escalation del genere è la presa del porto di Tartus, mossa che gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a compiere. Per il momento, dunque, possiamo stare relativamente tranquilli.