La foto del corpicino esanime di Aylan, il bambino siriano annegato al largo di Bodrum, è già diventata il simbolo della mattanza che da anni sta imperversando nel Mar Mediterraneo. Aylan non è stato il primo e non sarà l’ultimo fanciullo a perdere la vita nella più grande catastrofe umanitaria degli ultimi settant’anni. Tuttavia, l’immagine ritraente il bambino morto, disteso sulla sabbia quasi fosse immerso in un sonno profondo dopo un pomeriggio di giochi, ha avuto un impatto immediato sulle coscienze di milioni di persone; rapidamente, i social, trainati dagli oramai onnipresenti buonisti che in occasioni come questa danno il meglio di sé, hanno diffuso Aylan in tutto il mondo; centinaia di migliaia di utenti, con un “like” o un “condividi”, avranno in questo modo pensato di essersi messi a posto con la coscienza, di aver fatto la propria parte per contribuire alla soluzione della tragedia. Tuttavia, Aylan ci dice molto di più. La reazione alla pubblicazione di una foto tanto scioccante può essere analizzata alla luce di “tre I”: ipocrisia, incoscienza, irrazionalità. La chiave di lettura degli atteggiamenti delle autorità, dell’informazione mainstream e dell’opinione pubblica in casi come questo passa attraverso questi concetti.

Che la tragedia dei migranti fosse un problema di gravissima attualità non lo abbiamo certamente scoperto ieri. Gli ultimi anni ci hanno abituati a veri e propri bollettini di guerra, che parlavano di naufragi, di profughi annegati, soffocati dalle esalazioni dei motori, crepati per lo sfinimento e l’inedia, stremati dalle sevizie dei trafficanti di esseri umani, moderni e onnipotenti negrieri. Ma poche volte, veramente poche volte ci siamo resi conto che dietro gli scarni comunicati delle agenzie c’erano esistenze disperate, persone che avevano scommesso quel poco che la vita aveva loro concesso in un unico grande azzardo, il viaggio verso terre che reputavano ospitali, in cui ricominciare da zero. Poche volte abbiamo toccato con mano la sofferenza: le decine di bare esposte a Lampedusa dopo l’ecatombe di aprile avevano attratto una valanga di reazioni simili a quelle instillate dalla tragedia di Aylan, di promesse di azioni concrete, di cori di indignazione, destinati poi a esaurirsi col venir meno dell’attualità della notizia. L’ipocrisia si sveglia in momenti del genere, unirsi al pubblico della tragedia assume, come insegnavano gli antichi Greci, una funzione catartica.

In occasioni come questa, i governi ne approfittano per dare una lustrata alla propria coscienza; molti nel frattempo non possono fare a meno di dare una lezione di cinismo. Sono da segnalare le parole di Cameron che, pressato dal clamore suscitato nei media dalla foto di Aylan e dalle pressanti richieste di partiti come lo SNP e di buona parte dell’opinione pubblica affinché il Regno Unito adotti politiche più umanitarie, non ha esitato a dichiararsi favorevole a una svolta in tal senso e ad addossare la maggior parte delle responsabilità della tragedia siriana al presidente Assad. Un’affermazione ipocrita, degna della peggiore vulgata neoconservatrice, dato che la brutalità della guerra civile e l’asprezza dei combattimenti tra i contendenti sono in gran parte dovute a chi, come Cameron stesso, negli anni ha fatto di tutto per soffiare sul fuoco della guerra, esacerbando le tensioni interne al paese al fine di portare al crollo del regime e impedendo una soluzione del conflitto nei primi mesi dal suo inizio, quattro anni or sono.

Ipocrisia chiama incoscienza. In un abbraccio mortale, esse sono per natura due facce della stessa medaglia. Centinaia di migliaia di persone stanno pagando il fio di politiche e decisioni incoscienti, si trovano sotto un fuoco incrociato: se le oramai arcinote manovre delle potenze occidentali in Medio Oriente hanno contribuito a radere al suolo entità statali stabilizzatesi da decenni come Libia e Siria, aprendo queste terre al caos e all’incontrollabilità dei flussi migratori, le politiche prese dall’Unione Europea, permeate di un volgare e malsano egoismo, hanno impedito vigorose risposte a necessità impellenti come l’accoglienza di coloro che sbarcano entro i suoi confini. Nella tragedia, è chiaramente impossibile distinguere un rifugiato politico da colui che scappa dalla siccità dovuta al riscaldamento globale che ha devastato le sue terre d’origine in Africa Centrale, è intellettualmente disonesto stilare una gerarchia di quale tipologia di problemi sia maggiormente grave per permettere l’ottenimento del permesso di soggiorno. Di converso, reazioni schizofreniche come quella attuata dal governo Orban in Ungheria non sono affatto simbolo della rinascita di una qualche forma velata di nazismo nel cuore dell’Europa ma bensì dimostrazioni di quanto lo spaesamento sia oramai qualcosa di reale, di come sia impossibile ritrovare una coerenza interna all’Europa. Merkel e Orban, sulle barricate opposte in questi ultimi giorni, fanno parte entrambi del Partito Popolare Europeo, questo è bene ricordarlo!

Un secolo fa l’Europa era insanguinata dal più bestiale conflitto che, nella sua lunghissima storia di brutalità e violenza, avesse mai vissuto. Dopo pochi mesi di esaltazione patriottica e fervore, i fanti mandati a morire assaltando frontalmente mitragliatrici e cannoni capirono di esser stati vittima di un colossale inganno. Ma oramai era troppo tardi. Venute meno le motivazioni di facciata, a portarli a scontrarsi, a morire, a disperarsi era un Forza Irrazionale più grande di loro, più grande dei generali, dei politici, dei re del continente, una Follia omicida che si autoalimentava. Cent’anni dopo, nella tragedia dei migranti sembra di assistere a qualcosa di simile. La morte dei profughi appare una cosa tanto normale da non destare più clamore; i morti sui barconi, come i caduti della Somme o di Verdun, non diventano altro che numeri, statistiche, aride cifre; Aylan ci mette di fronte alla forza di questa irrazionalità. Aylan ci fa capire il nostro ritardo nel renderci conto dei problemi. Aylan rappresenta il genere umano insultato da ipocrisia, incoscienza e irrazionalità che chiede giustizia, rispetto e soluzioni ai suoi problemi, prima ancora che vuote condivisioni di foto sui social network o parole di cordoglio incapaci di tradursi in azioni concrete.