Più di seimila morti, tra questi un elevato numero di bambini, quasi tre milioni di sfollati, danni irreparabili al tessuto sociale del Paese con la distruzione di ospedali, scuole, attività produttive. Sono questi i numeri impietosi  della sanguinosa guerra che sta sconvolgendo lo Stato della penisola arabica. Sembra ieri quando nel 1971 Pier Paolo Pasolini girò nella capitale un documentario con lo scopo di far inserire la capitale Sana’a nella lista dei siti patrimonio dell’Unesco, appello poi accolto nel 1986. Le stesse mura che Pasolini ritrasse nel suo documentario per smuovere le coscienze da una selvaggia e scellerata speculazione edilizia sono oggi messe a repentaglio dai bombardamenti della coalizione a guida saudita. Nella totale indifferenza della Comunità Internazionale a marzo del 2015 sono iniziati i primi raid della coalizione con lo scopo di abbattere le postazioni dei ribelli sciiti houthi nel nord del Paese.

Per comprendere le incursioni canaglia della monarchia saudita dobbiamo tornare all’inizio delle rivolte nel 2011 quando l’ennesima “Primavera Araba” sancisce  la caduta del presidente Ali Abdullah Saleh. Nel Paese regna il caos, i ribelli Houthi arrivano alle porte della capitale, il nuovo presidente, Abdel Rabbo Mansour Hadi-che gode del riconoscimento della Comunità Internazionale- è costretto a lasciare Sana’a, dimostrando l’incapacità di prendere le redini del Paese. La balcanizzazione dello Yemen è oggi realtà: gli houthi al nord hanno ampliato la loro influenza grazie all’alleanza di comodo con l’ex presidente Saleh, osteggiato ed estromesso nel corso del 2011 proprio dalla setta sciita mentre a sud imperversa il movimento secessionista Hiraak al-Janoubi.

Il quadro è reso ancora più inquietante dalla presenza e radicalizzazione di AQAP-al Quaeda in Yemen- gli estremisti islamici hanno sfruttato il conflitto per estendere la loro presenza nella zona. Il vuoto di potere creatosi in seguito all’offensiva saudita ha fatto sì che nella zona meridionale yemenita si stabilisse la roccaforte jihadista. Lo Yemen, come accaduto per altre realtà del Medio Oriente è diventato la valvola di sfogo delle tensioni regionali e internazionali. Riyad teme una possibile infiltrazione iraniana a sostegno dei ribelli houthi che estenderebbe l’influenza sciita nel cortile del regno e rappresenterebbe una minaccia per la stabilità della monarchia. Tale presunta interferenza dell’Iran è una carta che i wahhabiti sfruttano per giustificare i bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile. La forza aerea saudita ha sistematicamente bombardato infrastrutture civili in flagrante violazione del Diritto Internazionale Umanitario ma la Comunità Internazionale non sembra affatto preoccuparsi di tali crimini. Secondo un rapporto dell’Onu sull’impatto dei conflitti armati sui minori, la coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita ha causato il 60% dei morti e dei feriti tra i bambini nello Yemen. Per tutta risposta Riyad ha minacciato l’Onu di tagliare i fondi all’organizzazione se non fossero stati rimossi dalla lista nera dei gruppi che violano i diritti dei bambini nel conflitto in Yemen.

Il fragoroso silenzio dell’Occidente maschera l’effettivo interesse degli “Esportatori di democrazia”nella regione. Lo Yemen occupa una posizione geograficamente strategica in quanto dallo stretto di Bab el Mandeb, collegamento strategico tra mar Mediterraneo e Oceano Indiano, transitano la maggior parte delle petroliere dal Golfo Persico. Inoltre Washington rifornisce Riyad per miliardi di dollari in armamenti: pare che le bombe cluster vadano di moda in Yemen. La questione saudita tocca da vicino anche il nostro Paese, come documenta la Rete Italiana per il Disarmo, dalla Sardegna sono partite diverse spedizioni di bombe aeree per l’aviazione saudita in barba alla legge italiana(n.185 del 1990) che prevede il divieto di esportazione verso Paesi in guerra o in stato di conflitto e Paesi in cui avvengono comprovate violazioni di diritti umani. Mentre Renzi & Pinotti tacciono, in Yemen si combatte una guerra invisibile.