La tempesta che in queste ore si sta abbattendo su Donald Trump per le sue presunte frasi sessiste, lascerà sicuramente dei segni. Il tycoon newyorkese, per ora, resiste, anche se il partito repubblicano, da tempo diviso sulla sua candidatura, è pronto a scaricarlo. Il terremoto che sta sconvolgendo la campagna per le presidenziali americane, sta facendo il giro del mondo. Dall’Europa alla Cina, passando per la Russia, le elezioni di novembre sono un turning point di primaria importanza per capire dove andrà il mondo nei prossimi quattro anni.

I problemi in casa repubblicana non hanno lasciato indifferenti i cinesi. Nonostante Pechino si mantenga ufficialmente a distanza dalla disputa elettorale, la notizia del possibile ritiro di the Donald è sulle prime pagine di tutti i quotidiani del paese. La Cina è uno dei principali argomenti di dibattito negli Stati Uniti, tanto da venire citata per ben 12 volte durante il primo confronto televisivo tra Clinton e Trump, un vero e proprio record.

Le preoccupazioni americane sulla crescita della Cina, sia come potenza economica che militare, sono trasversali. La Cina “sta svalutando la sua moneta e non c’è’ nessuno nel nostro governo per contrastarla e per combattere una vera battaglia”, ha dichiarato Donald Trump, durante il dibattito a due con la Clinton. Pechino, ha poi proseguito, sta “usando il nostro Paese come un salvadanaio per ricostruire la Cina e molti altri Paesi stanno facendo la stessa cosa. Stiamo perdendo molti buoni posti di lavoro”. Attacchi diretti a cui ha risposto, in pieno stile cinese, il primo ministro della Repubblica popolare, Li Keqiang, durante il suo discorso alle Nazioni Unite di alcune settimane fa, in cui ha tuonato contro il protezionismo, tema tanto caro a Trump.

La stampa cinese da ampio spazio alle elezioni in USA

La stampa cinese da ampio spazio alle elezioni in USA

Non solo il premier cinese, a criticare le teorie protezioniste del tycoon newyorkese ci ha pensato anche il Peterson Institute. Secondo il think tank di Washington, se gli Stati Uniti innalzassero le tariffe sull’import cinese del 45% e su quello messicano del 35% , le ritorsioni sarebbero serie e immediate provocando una diminuzione degli scambi e un balzo dei prezzi con ripercussioni su Borsa e investimenti. Nonostante le dichiarazioni quasi belliciste da parte di Trump nei confronti della Cina, a Pechino rimangono alla finestra in attesa del risultato finale. Anzi, in molti, tra gli esperti cinesi di politica estera, sembrano preferire una presidenza Trump a una Clinton, considerata tra i maggiori fautori della politica di containment della Cina. Il sentimento anti-establishment e l’isolazionismo che guidano la campagna elettorale di Trump hanno più di qualche ammiratore a Pechino.

Hillary Clinton, determinata a perseguire la strategia obamiana del “pivot to Asia”, viene comunque indicata come la candidata con più chance di vittoria, ma anche con un’eventuale vittoria repubblicana non si intravedono sostanziali cambiamenti nelle relazioni tra i due paesi. Il neutralismo e l’attendismo del governo cinese non sembra però condiviso dalla stampa. All’indomani del confronto televisivo tra Trump e Clinton, su due dei principali organi di informazione cinesi, sono piovute un fiume di critiche nei confronti di entrambi i candidati e, più in generale, della democrazia americana.

In particolare, gli scandali che hanno colpito entrambi i candidati vengono visti come un’arma di distrazione di massa per seppellire i problemi reali degli americani. I rumors sulle abitudini sessuali di Trump e la vicenda delle e mail della Clinton, mostrano, secondo la prospettiva cinese, che gli Stati Uniti non sono nella posizione di criticare il sistema politico altrui. Le lezioni di “democrazia” da parte americana nei confronti della Cina e dei paesi in via di sviluppo vengono percepite, alla luce di questa campagna elettorale, come arroganti e autoreferenziali. La Cina rimane comunque in attesa, fedele a quel pragmatismo che contraddistingue la sua politica estera.