Si pensi se, al culmine di una profonda lite familiare, arrivi un personaggio estraneo alla famiglia e nemmeno lontanamente conoscente della casa in cui hanno avuto luogo i litigi e, su mandato non si sa bene di chi, decide come devono essere gli equilibri in quella determinata casa, annunciando anche nuovi ruoli e nuove caratteristiche.
Ebbene, è questo il modo di risolvere i conflitti in seno all’ONU; le Nazioni Unite, che poco o nulla hanno fatto per evitare l’aggressione verso il sovrano e legittimo governo di Gheddafi in Libia, mandano un diplomatico spagnolo in Marocco il quale su un pezzo di carta scrive il nuovo assetto del paese africano, con tanto di nomi del futuro governo di transizione di unità nazionale.

La fantomatica comunità internazionale, quella ancora a guida occidentale, non impara mai dai suoi errori; in Iraq nel 2004 le violenze scoppiarono quando ad un certo punto agli iracheni fu presentata la nuova bandiera nazionale, elaborata da un team di studiosi all’interno di una stanza di un’università londinese. Per portare la pace in territori che in pace lo erano prima che l’occidente esportasse la ‘democrazia’, secondo i diplomatici basta ‘elaborare un piano’ dall’esterno, dare una fugace occhiata alla cartina geografica della nazione bombardata di turno e quindi presentare in pompa magna la ‘nuova democrazia’. Non contento di quanto ha seminato in Iraq, l’occidente pensa di applicare ugualmente lo stesso discorso anche in Libia; l’ONU ha inviato in Marocco il diplomatico spagnolo Bernardino Leon, il quale dopo un giro di tre mesi di consultazioni con decine di tribù e miliziani vari, mette in piedi un ‘piano’ di unità nazionale, che ha già sul nascere le sembianze di un grande fallimento.
L’occidente non ha ancora imparato a rapportarsi con le popolazioni locali; preso ancora dagli antichi ricordi del colonialismo, si pensa che nel 2015 il modo migliore per addomesticare e mettere in pace le popolazioni non europee sia lo stesso in voga nell’800, ossia tracciare linee su una cartina e predisporre nuovi ordinamento senza tenere conto delle divisioni etniche e senza ascoltare le diversità insite nella società. Secondo l’ONU il piano Leon è realmente un buon piano, degno anche di essere presentato in pompa magna in un’affollata conferenza stampa; in esso si cela un vero e proprio disprezzo verso ogni principio di sano buon senso: si prevede una Libia federale (fin qui, tutto sommato, nulla di strano), ma il vero colpo di genio sta nel prevedere il governo a Tripoli ed il parlamento a Tobruk.

Per chi non lo sapesse, le due città sopra citate sono distanti 1.240 km ed è un po’ come se un giorno un diplomatico straniero viene in Italia e prevede un governo stanziato a Reggio Calabria ed il parlamento a Bolzano; e siccome all’ONU evidentemente vi era una certa svendita di autentici colpi di genio, si è deciso di raddoppiare, con due prodezze in una: la città scelta come sede del parlamento, non è nemmeno tra le principali della Libia. Essa è diventata sede del parlamento attuale, quello per qualche motivo riconosciuto dalla comunità internazionale, soltanto perché è il centro più grande dopo Bengasi e Beida in Cirenaica: essendo Tripoli occupata dagli islamisti, essendo Bengasi presa da milizie estremiste ed incombendo su Beida la minaccia dell’ISIS, quel che è rimasto del parlamento libico lo si è spostato a Tobruk, la quale si trova a pochi chilometri con il confine egiziano.
A parte la poca logica di tale operazione, si evidenzia da una simile decisione come il piano di Leon non abbia i crismi dell’unità nazionale; se si sceglie Tobruk sede del parlamento, in un disperato quanto grossolano e tragicomico tentativo di decentralizzazione del potere, vuol dire che le milizie di Bengasi non sono state né sconfitte e né tantomeno evidentemente comprese nel tavolo di unità nazionale, il che significa che questa fantomatica nuova Libia nasce già profondamente divisa.
E nella stessa Tobruk la notizia non è stata accolta in modo festoso dalla popolazione, se è vero che un ordigno è stato fatto esplodere dinnanzi la sede dell’attuale parlamento con il fine di impedirne i lavori; a Tripoli poi, le manifestazioni di dissenso sono all’ordine del giorno e nessuno vuole solo immaginare di applicare un simile trattato come quello elaborato da Leon.
Nemmeno i diretti interessati sembrano accettare il piano; tanto gli islamisti che controllano Tripoli quanto il parlamentino di Tobruk muovono critiche a quanto previsto e presentato dal diplomatico spagnolo in Marocco e questo sia per i nomi, che per alcune clausole previste sul trattato.
Esistono quindi due Libie: una nata dalla fantasia dell’ONU ed esistente solo su una carta e che lì sembra destinata a rimanere, l’altra quella reale, quella non ascoltata dai sordi diplomatici occidentali. Quest’ultima è una Libia sempre più divida, in cui agiscono più di 1000 fazioni; ma è anche una Libia che i media difficilmente raccontano: è un paese in cui in alcune zone la bandiera verde è tornata a sventolare.
I gheddafiani si organizzano sempre di più ed al loro interno vi sono sia milizie una volta fedeli al raìs e sia simpatizzanti del deposto regime, i quali sognano una Libia di nuovo verde sulla scia di quella demolita dalle bombe NATO nel 2011. I gheddafiani sono forti soprattutto in Tripolitania e nel Fezzan; su Facebook dal mese di agosto, girano molti video di milizie con la bandiera verde tra Sebha ed altre città del Sahara libico, che conquistano i piccoli municipi ed intonano l’inno nazionale della Libia durante il regime di Gheddafi. Dove la Jamahiriya non ha mai smesso di esistere, è nella città di Bani Walid; qui trovano rifugio molti profughi scappati da Sirte (ebbene sì, strano a dirsi, ma chi scappa dalle guerre libiche non va in Europa anche se il flusso di migranti parte dalle coste della Libia), proclamata dall’ISIS libico come ‘capitale’ del califfato nel paese africano.
A Bani Walid vi è una forma di autogoverno locale, che si richiama alla rivoluzione gheddafiana e che tinge di verde la città; nei giorni scorsi, è stato anche inaugurato un monumento in onore delle vittime dei bombardamenti NATO del 2011. Questo non sorprende: Bani Walid è stata l’ultima città a cadere nella guerra civile, è sede della tribù Warfalla, la più numerosa e caparbia della Libia e già dal 2012 tale territorio non risultava più controllato dalle milizie anti regime.
Difficile dire se il primo timido (ma non tanto) tentativo di restaurazione gheddafiana sortirà effetto in tutto il paese; di certo, il ritorno delle bandiere verdi, a differenza di appena pochi mesi fa, non è più un tabù, tanto che lo stesso Saif al Islam Gheddafi si è rifatto vivo dalla prigione di Zintan: è stata la sua condanna a morte in estate, a riaccendere gli animi ed a spronare i nostalgici della rivoluzione verde ad organizzarsi. Saif si trova in mano alla tribù di Zintan, la quale però si rifiuterebbe di eseguire la condanna a morte; su Il Giornale nei giorni scorsi, è stato riportato un suo presunto messaggio indirizzato ad un referente italiano, nel quale quello che era il principale candidato alla successione del rais afferma di essere al comando delle varie milizie gheddafiane ed è pronto a sferrare un attacco a Tripoli.

La situazione appare ingarbugliata, ma in tutto questo vi è una certezza: il piano di Leon non sembra decollare ed anzi appare già superato dagli eventi ancor prima di vedere la luce. Il sospetto però, è che tale piano sia funzionale per bloccare proprio ogni minimo tentativo di ricostituzione dei gheddafiani; questo piano, secondo l’occidente, è idoneo per essere applicato ed in gergo politichese vuol dire che adesso molti paesi potranno richiedere un intervento ONU volto a difendere questa falsa transizione all’unità nazionale. Vuol dire insomma tornare in Libia e sulla scia dell’emergenza dell’avanzata ISIS, controllare palmo a palmo il territorio e le sue ricchezze naturali.