In questi giorni, i media sono entrati solamente sul campo dell’economia: Euro o non Euro, Dracma o non Dracma, OXI e NAI, raramente si è parlato di una tematica che invece a breve potrebbe diventare prorompente negli scenari futuri della Grecia. Ossia la geopolitica: il problema greco sarà a breve un problema molto più politico che economico. Sui media occidentali lo si dice a bassa voce, negli ambienti governativi ormai la si considera molto più che una semplice eventualità: la Grexit è pronta a divenire un dato di fatto. Si illudono i tanti che credono che l’Europa cambierà atteggiamento verso Atene: l’UE non ha crismi tipicamente democratici, l’unica istituzione eletta dal popolo (il Parlamento) vale molto meno rispetto ad organismi tecnici e non eletti quali l’eurogruppo e la BCE, che stanno conducendo la trattativa con il governo di Tsipras e dunque è difficile che tali istituzioni vadano a dare credito ad un referendum popolare, né tanto meno sembra possano trovare un briciolo di umanità e cambiare repentinamente strategia. Si va quindi al muro contro muro: l’esecutivo greco presenterà una proposta che sarà ritenuta irricevibile dall’eurogruppo e tanti saluti alla trattativa. I segnali di queste ore parlano chiaro: secondo il governo tedesco, la ristrutturazione del debito (punto cardine della nuova proposta greca) non è nemmeno ipotizzabile e non passerà molto tempo prima che venga decretato lo stallo nelle consultazioni tra le due parti in causa. Vero che perdere la Grecia sarebbe duro colpo per l’UE e per i tecnocrati architetti della moneta unica, ma è altrettanto vero che tali personaggi vogliono giocarsi un’altra carta: sacrificare Atene per mostrare agli altri membri dell’Eurozona che mai e poi mai si cederà sulla politica del rigore.

Se si danno concessioni alla Grecia, come faranno tutti gli altri leader europei a giustificare al proprio elettorato le politiche di austerity poste in essere da oramai 4-5 anni? Il precedente greco che spaventa maggiormente Bruxelles, sarebbe quello di un’Atene dentro la moneta unica senza austerity, piuttosto di quello di un’Atene fuori dall’eurozona. Anche perché, se la Grecia esce dall’Euro, per la governance europea non sarebbe poi così difficile sguinzagliare i propri media e fare apparire Atene più povera rispetto a prima, convincendo gli europei che in fin dei conti è meglio rimanere dentro il mantello della moneta unica. Non sembra quindi affatto imminente alcun accordo tra Grecia ed Europa ed il Grexit prende quota; ma ecco che subentra il lato geopolitico della questione. Come ha ricordato Manlio Dinucci su Il Manifesto, la Grecia è sì membro dell’Ue ma anche e soprattutto della NATO; per mantenerla nel ‘paniere’ dell’alleanza atlantica nel 1967 si è organizzata l’operazione Prometeo con la presa del potere dei militari, l’eventuale addio all’Euro farebbe avvicinare maggiormente la Grecia verso la Russia. Tra i leader dell’Eurozona, Tsipras è indubbiamente quello più vicino a Putin: si è detto contrario alle sanzioni verso Mosca, è stato già tre volte ospite in Russia, il corteggiamento tra i due governi non è quindi storia di queste ore, ma è iniziato un’ora dopo la vittoria di Syriza nello scorso gennaio, quando lo stesso Putin ha chiamato il nuovo leader greco per congratularsi del successo. Non ultimo, proprio il mese scorso la nuova Banca di investimenti del BRICS ha messo sul piatto 15 miliardi di Euro per Atene, mentre Tsipras a San Pietroburgo ha stretto un accordo con la Russia per il passaggio del nuovo gasdotto con Putin che si è detto pronto ad anticipare i due miliardi di Euro previsti per la compensazione.

L’impressione è che la Grecia abbia già in mente un piano da attuare in caso di Grexit; andare verso il BRICS, vorrebbe dire allearsi con dei paesi che introdurrebbero subito liquidità nelle casse di Atene e soprattutto non darebbero vincoli di spesa visto che non vi sarebbe più alcuna unione monetaria. Del resto, una Grecia vicina alla Russia ed alla Cina, garantirebbe l’occasione storica di rottura dell’equilibrio a stelle e strisce in atto da decenni sul Mediterraneo. Ed a questo punto, come si muoverebbe la NATO? Difficile ipotizzare che l’alleanza militare atlantica sia disposta, a differenza di parte dell’eurozona, ad accettar a cuor leggere un Grexit. Lo spettro di un’apertura di un nuovo fronte europeo, dopo quello ucraino, non è così lontano; nelle scorse ore, quattro caccia turchi hanno sconfinato nell’Egeo entrando quindi nello spazio aereo greco e non è la prima volta, visto che poco dopo l’insediamento di Tsipras Ankara ha annunciato l’inizio di esercitazioni della sua aviazione per tutto il 2015 dove sono previsti sconfinamenti nell’Egeo greco. Una provocazione quindi, che proviene da un paese storicamente rivale della Grecia ma soprattutto da un esercito che è tra i più attivi della NATO ed in molti pensano ci sia lo zampino dell’amministrazione dell’alleanze atlantica sopra tali provocazioni, quasi a voler far sentire il fiato sul collo tra i nuovi dirigenti di Atene.

Ma ad avere un doppio fiato sul collo in questo momento, è l’Europa: i dirigenti dell’eurozona e dell’eurogruppo sentono la pressione di chi, da un lato, vuole evitare pericolosi precedenti storici e dall’altro lato di chi, da Washington, pressa affinché si eviti (costi quel che costi) l’uscita della Grecia dall’orbita europea. Il paese ellenico a metà tra oriente ed occidente rischia quindi di fare da detonatore di un secondo fronte in questa prova generale di nuova guerra fredda, che dura oramai dal teatrino messo in scena a Kiev nel 2013. Ma piazza Syntagma, per l’appunto, è diversa da piazza Maidan; ad Atene i greci sono in strada da cinque anni e non certo per sventolare bandiere dell’Europa. Il sostegno popolare, più che verso Syriza, è verso chiunque possa portare via la Grecia dalla morsa della troika e dei suoi derivati; un sostegno che parte dal basso e che sembra essere un grande argine contro qualsiasi manovra effettuata da mani esterne a discapito della volontà di un popolo mai tanto unito e sempre strenuo difensore del principio di sovranità come quello greco.