Per quindici secoli la cristianità cattolica quanto quella greco-ortodossa, e l’Occidente in generale, hanno abbandonato e dimenticato l’esistenza stessa della Chiesa copta, rea della scissione monofisita. Ed ancora oggi poco ci si cura di essa (e forse è meglio così visto che almeno le viene risparmiato il ruolo di inconsapevole strumento geopolitico mascherato dall’ipocrita politica del “responsibility to protect”). Un oblio che produsse non poche storie dai contorni leggendari; dall’amichevole ospitalità che i sovrani etiopi cristiano-copti garantirono ai compagni del profeta Muhammad in fuga dalle persecuzioni dell’aristocrazia meccana, al mito del Prete Gianni, sovrano di un imprecisato regno cristiano la cui posizione geografica variò nel corso dei secoli dall’Asia Centrale all’Africa Sub-sahariana, fino ai complicati passaggi che portarono in Europa le reliquie di San Marco, trafugate dai veneziani, ed il controverso scritto del Corpus Hermeticum. Una dimenticanza che si cercò di sanare solo negli anni Settanta del Novecento con il dialogo ecumenico tra papa Shenuda III e papa Paolo VI; massimi rappresentanti delle Chiese copta e cattolica che nel 1973, per la prima volta dopo millecinquecento anni, si incontrarono firmando alcune dichiarazioni congiunte in materia di cristologia. E proprio su differenti interpretazioni cristologiche si produsse la scissione nei primi secoli della storia cristiana.

La diffusione del cristianesimo in Egitto si deve essenzialmente alla predicazione di San Marco; discepolo degli apostoli Pietro e Paolo ed autore di uno dei vangeli sinottici. Proprio San Marco e Sant’Atanasio sono due figure fondamentali della cristianità alessandrina. L’influenza che la città di Alessandria ebbe nella diffusione del cristianesimo (diffusione non priva di atti di violenza come la lapidazione della filosofa Ipazia o il rogo della secolare biblioteca cittadina, centro culturale del mondo antico) consentì all’importante centro egiziano di divenire una delle cinque sedi patriarcali della cristianità antica al pari di Roma, Costantinopoli, Antiochia e Gerusalemme. Tuttavia dispute per lo più politiche, basate sulla volontà di sganciarsi dalle ingerenze imperiali bizantine, travestite da dispute teologiche, portarono allo scisma interno alla cristianità ortodossa. La cristianità copta affonda le sue radici esistenziali nel destino spirituale dell’antico popolo egizio e nella sua eredità culturale. La parola “copto” deriva infatti dai termini greci Αἰγύπτιος (aiguptus – abitante dell’Egitto) e dunque κόπτος (coptos), che successivamente in arabo si trasformò in qubt. Questa particolare inclinazione della cristianità copta a ritenersi diretta discendente della tradizione culturale egizia deriva anche dal fatto che il Vecchio Testamento venne tradotto per la prima volta dall’ebraico al greco nell’epoca in cui la dinastia tolemaica regnava sull’Egitto. E la Chiesa copta tuttora utilizza l’antico calendario egiziano, seppur modificato sotto Tolomeo III e successivamente agganciato al calendario giuliano durante il dominio romano, ed un linguaggio liturgico che è diretto discendente dell’antica lingua egizia seppur con l’utilizzo dell’alfabeto greco leggermente modificato.

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Ipazia – Charles William Mitchell 1885

La controversia che determinò la scissione fu di natura cristologica ed arrivò immediatamente dopo la lotta contro l’eresia ariana che affermò il dogma della perfetta divinità di Gesù Cristo, figlio di Dio, e la sua consustanzialità al Padre. Il problema riguardò essenzialmente il rapporto tra la natura umana e quella divina del Cristo. Secondo la scuola teologica di Antiochia in Cristo coesistevano due nature distinte, una umana ed una divina: da qui l’affermazione che Maria non potesse essere considerata madre di Dio (Θεοτόκος – Theotokos). Al contrario la scuola mistica alessandrina sosteneva la dottrina dell’uomo-Dio in cui le due nature, divina ed umana, si unificavano. Nel 428 l’esponente della scuola di Antiochia Nestorio venne nominato vescovo di Costantinopoli e da questo pulpito iniziò la sua lotta per l’imposizione della dottrina antiochena all’interno dell’impero. Il suo più acerrimo rivale fu proprio il patriarca di Alessandria Cirillo che sostenuto da Roma e dal potente monachesimo egiziano riuscì ad avere la meglio nel concilio ecumenico di Efeso del 431. Così facendo Cirillo riuscì a prevalere sui diretti rappresentanti dell’impero rafforzando notevolmente l’autonomia del patriarcato di Alessandria che il suo successore Dioscoro, considerato come il primo papa della Chiesa copta, seppe abilmente conservare. Lo scisma si consumò con il nuovo concilio ecumenico di Calcedonia nel 451 in cui l’impero ottenne la sua vendetta con la formulazione del dogma delle due nature di Cristo entrambe perfette e indivisibili ma distinte. Allo stesso tempo vennero condannati sia il nestrorianesimo che il monofisismo; scelta che non venne accettata né dalla Chiesa egiziana, né da quella siriaca ed etiope. Un tentativo di riunificazione venne fatto dall’imperatore di origine isaurica Zenone con il cosiddetto “Henoticon” (Editto dell’unione); tuttavia la soluzione proposta non riusci ad accontentare né i duofisiti bizantini né i monofisiti orientali, sancendo così la definitiva separazione all’interno dell’ortodossia. E nemmeno il tentativo di risanare lo scisma attraverso la dottrina dell’unica volontà di Cristo (monotelismo), elaborata dal patriarca di Costantinopoli Sergio quasi due secoli dopo, andò a buon fine. A questo punto è importante sottolineare che i copti attualmente non accettano più la definizione di Chiesa monofisita preferendo autodefinirsi miafisiti. Il miafisismo è una sorta di forma attenuata di monofisismo, ma il confine tra le due definizioni è labile e di carattere essenzialmente etimologico.

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Charles-Antoine Bridan, Condanna di Nestorio al Concilio di Efeso nel 431, Bassorilievo, 1787, coro della cattedrale di Notre-Dame di Chartres

La conquista islamica dell’Egitto segnò il distacco definitivo dall’Impero Bizantino. E proprio la conquista islamica paradossalmente garantì almeno la salvaguardia dell’autonomia spirituale e religiosa rispetto a Costantinopoli sconvolta dalla nuova diatriba teologica iconoclasta. L’Egitto divenne provincia del califfato “ben guidato” di Omar nel 639 grazie all’abilità militare di Amr ibn al-As. Pochi anni prima lo stesso califfo Omar entrò a Gerusalemme, altra sede patriarcale, dove stipulò col patriarca Sofronio I, quasi entusiasta di sfuggire al giogo bizantino, il famoso patto noto col nome al-Shurut al-Umariyya che sancì l’istituzione del dhimmi attraverso la quale veniva garantita protezione all’interno del dar al-Islam (casa dell’Islam) ai sudditi non musulmani. Bisogna ammettere che tale istituzione funzionò realmente e garantì una relativa autonomia alle comunità cristiane. Basti pensare che lo stesso San Giovanni Damasceno, figura fondamentale nella storia della cristianità, riuscì a sviluppare il suo lavoro intellettuale e la sua lotta contro gli imperatori iconoclasti bizantini a Damasco sotto la protezione del primo califfo omayyade Mu’awiya. Proprio sotto il dominio islamico, tanto quello arabo quanto quello ottomano, durante il quale il concetto di dhimmi si evolse nel sistema delle millet (entrambi sistemi in cui il capo religioso fungeva da leader e responsabile della sua comunità), si sviluppò la tradizionale acquiescenza nei confronti del potere della cristianità copta. Acquiescenza che comunque non va intesa come mera accettazione dell’autocrazia e delle sue pratiche ma come reale istinto di sopravvivenza, paragonabile sotto questo aspetto alla taqiyya sciita ed al tradizionale approccio quietista nei confronti del potere proprio dello sciismo; almeno prima delle elaborazioni teoriche dell’ayatollah Khomeini.

Con l’imposizione imperialistico-occidentale del modello Stato-nazione in Egitto, la Chiesa copta non ha potuto fare altro che legare il suo destino al processo storico di formazione ed evoluzione dello Stato. E, alla pari di altre minoranze religiose dell’area levantina, nel corso del Novecento, ha sviluppato una visione tendenzialmente negativa nei confronti di potenziali evoluzioni in senso democratico dei processi politici, preferendo ad essi forme autocratiche di governo. È palese che questa concezione sia in parte frutto del retaggio ottomano. Sotto la protezione imperiale, col sistema delle millet, le minoranze religiose svilupparono un elevato livello di autonomia che consentì anche una relativa libertà di azione in ambito economico. È stato stimato infatti che intorno alla seconda metà dell’Ottocento i copti controllassero il 25% della totale ricchezza egiziana. Ricchezza che solo in parte venne scalfita dalle confische e dalle nazionalizzazioni dell’era Nasser. E proprio i rapporti tra il regime nazionalista e la comunità cristiana furono sostanzialmente buoni, considerando anche il fatto che in quegli anni si consumò la scissione della Chiesa copta etiope, il cui sviluppo autocefalo venne propugnato dal negus Haile Selassie. Lo Stato secolare imposto dal nazionalismo pan-arabo, quella stessa forma di Stato che è stata distrutta in Iraq e che oggi si cerca di distruggere in Siria, è stato un accondiscendente protettore di tutte le minoranze religiose presenti al suo interno; i cui esponenti, così come sotto il dominio ottomano, hanno potuto concorrere ad importanti cariche all’interno dell’amministrazione pubblica. Si pensi al cristiano ortodosso Michel Aflaq, co-fondatore del partito Ba’th in Siria, o a Tarek Aziz, cristiano caldeo, che fu ministro degli esteri nell’Iraq di Saddam Hussein. Lo stesso discorso non si può fare per le minoranze etniche che al contrario hanno vissuto una conflittualità latente col potere statale (il caso curdo e quello berbero sono emblematici) dovuta in parte anche all’utilizzo per conto terzi delle rivendicazioni autonomiste come strumento di lotta geopolitica. Il processo di disgregazione dell’Impero Ottomano, nella seconda metà dell’Ottocento e nelle prime decadi del Novecento, è la palese dimostrazione di un sistema in cui il fomentare rivendicazioni irredentiste divenne pratica abituale e diffusa da parte delle potenze europee.

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Teodoro II 118º papa della Chiesa ortodossa copta e patriarca di Alessandria si incontra con Papa Francesco

La democrazia è dunque percepita come potenzialmente pericolosa in quanto comporterebbe la rottura di quel malcelato patto sociale di reciproca sopportazione che le minoranze religiose hanno stretto con le leadership nazionaliste all’interno dei rispettivi paesi. A questo si aggiunge la paura, non del tutto infondata, che l’opinione pubblica dell’area sia stata estremamente influenzata dalle idee dell’islamismo radicale propugnato dalle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in primo luogo, che paradossalmente, in quanto totalmente all’opposto di ciò che è stata la storia e l’evoluzione dell’Islam nel corso dei secoli, percepiscono la diversità culturale e soprattutto religiosa come minaccia e affronto. E la sostanziale apertura nei confronti dell’islamismo politico attuata da Sadat, oltre a marcare il trionfo del modello islamista saudita su quello secolare pan-arabista nella cosiddetta “guerra fredda araba”, fu il principale motivo della profonda ostilità tra quest’ultimo e papa Shenuda III che, a causa della sua dissidenza nei confronti della rovinosa politica dell’erede di Nasser, fu costretto a subire l’esilio nel monastero di San Bishoi nella depressione desertica del Wadi al-Natrun. L’appoggio a forme autocratiche di governo purché secolari, così come l’ostinazione mostrata da Shenuda III e dal suo successore Tawadros II nel favorire il dialogo ecumenico e nel tentativo di riunificarsi alle altre chiese cristiane, è dunque tutto orientato al principio di autoconservazione e protezione della comunità dalle minacce esterne. Anche i copti insomma non desiderano morire di democrazia. Ed in questo senso bisogna leggere il sostanziale malcelato distacco con il quale la gerarchia ecclesiastica visse le rivolte del 2011 contro la pluridecennale corruzione del regime di Mubarak; ben conscia del fatto che elezioni realmente libere, come di fatto avvenne, avrebbero portato alla vittoria di partiti islamisti, seppur nella corrente invisa all’Arabia Saudita. Tuttavia i copti parteciparono eccome alle manifestazioni di piazza per il semplice fatto che il destino storico dell’Egitto non si può scindere da quello della cristianità copta che è la naturale erede della sua millenaria tradizione culturale. L’insipienza politica della Fratellanza Musulmana ed una pesante ingerenza saudita hanno portato al regime del generale al-Sisi; ancora una volta apertamente sostenuto dai copti in quanto percepito come unica personalità capace di garantire sicurezza in un paese in cui la violenza settaria era ed è tuttora all’ordine del giorno. Violenza che spesso nasconde rivendicazioni di classe o, soprattutto nelle aree rurali, semplici scontri di potere tra gruppi famigliari rivali.

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Il presidente Egiziano Abdel Fattah al-Sisi incontra il re saudita Salman

Detto questo, l’Egitto di al-Sisi, nonostante i proclami nazionalistici e gli ambiziosi progetti di rilancio economico (raddoppio del canale di Suez e sfruttamento dell’immenso bacino di gas naturale Zohr recentemente scoperto a largo delle sue coste) che comunque potranno dare dei frutti solo nel lungo periodo, al momento non è nient’altro che un protettorato saudita; nazione che mal sopporta la presenza di minoranze religiose, seppur compiacenti, nelle sue aree di influenza. C’è altresì una evidente volontà geopolitica straniera a mantenere l’Egitto in una situazione di “instabilità controllata” che non consenta una nuova reale autodeterminazione della nazione che di fatto consentirebbe lo sganciamento dalla tutela delle monarchie del Golfo. Ed i recenti attacchi terroristici nei confronti dei cristiani così come la presenza di milizie gihadiste nel Sinai stanno a dimostrare tale volontà. L’Egitto, per posizione strategica e peso demografico, è una pedina troppo importante nello scacchiere geopolitico regionale, ed i sauditi con i loro epigoni non possono permettersi nuovamente di perderlo ora che stanno uscendo sconfitti dallo scontro in Siria. Al momento al-Sisi non sembra essere capace, forse per sua stessa volontà, di sganciarsi da tale pesante ingerenza, nonostante si trovi a fronteggiare delle milizie fomentate dai suoi stessi “benefattori”, tanto nel Sinai quanto al confine libico. È altresì ovvio che la comunità copta non possa accettare una situazione interna, quasi unica nella storia, in cui i suoi membri siano costantemente posti sotto minaccia con l’accusa di tradimento all’Islam o alla nazione. Questo ha portato ad un acuirsi delle tensioni con il regime che nei giorni scorsi hanno raggiunto il loro apice storico; anche a causa della controversa legge sulla costruzione dei luoghi di culto non musulmani. Tensioni che, per la seconda volta nel giro di pochi anni, hanno messo in discussione l’appoggio dei cristiani al regime. Il presidente al-Sisi sa bene di non potersi permettere ulteriori perdite di consenso, così recentemente si è anche scusato ufficialmente per il fatto che non siano ancora stati completati i lavori di ricostruzione delle chiese distrutte dagli islamisti radicali del 2013, ed ha severamente condannato gli ultimi brutali attacchi terroristici. In questo contesto la comunità copta, che ha un peso demografico del 10% sul totale della popolazione egiziana, potrà giocare un ruolo determinante solo se saprà scegliere con oculatezza la parte con cui stare, ad esempio non giocando il ruolo, in stile tibetano, di avanguardia imperialistica qualora al-Sisi opti per una decisa ed auspicabile virata in politica estera. Le buone relazioni con la Russia lasciano intravedere qualche spiraglio di luce, ma al momento il paese è ancora troppo debole per potersi permettere una svolta reale.