Tra giugno e agosto 2016, dopo un lungo periodo di Guerra di Attrito, la Battaglia di Aleppo ha visto una nuova offensiva dell’esercito siriano supportato dai bombardamenti dell’aviazione russa e dall’afflusso di rinforzi iraniani. I combattenti sciiti non sarebbero infatti poche migliaia ma tra i 60 e i 70 mila, guidati da un comando congiunto situato nei pressi dell’aeroporto di Damasco. Dal 2011 il sostegno iraniano a Bashar al-Assad sarebbe costato alle casse di Teheran non meno di 100 miliardi di dollari, una somma che ci permette di capire quanto importante possa essere per gli Ayatollah puntellare l’alleato alawita. E la sopravvivenza del regime, secondo Damasco, Teheran e Mosca, passa proprio per la riconquista della regione nord-occidentale intorno ad Aleppo. Dalla sua presa dipende infatti la capacità del regime di controllare l’area di Latakia e Hama, attraverso le due arterie M5 e M4 che passano rispettivamente da Saraqib, Idlib e Jisr al-Shunghur. Un obiettivo di alto valore da far valere nei negoziati di Ginevra; Latakia è inoltre il centro nevralgico della minoranza alawita e, insieme a Tartus, il più importante snodo russo per l’accesso al Mediterraneo e la penetrazione in Asia Minore. Il problema di Damasco è però non solo la conquista effettiva della città, ma anche la carenza di effettivi e la necessità di limitare il numero delle perdite tra le fila governative per disporre di forze che potranno poi controllare i territori conquistati. Questo calcolo sta però erodendo la volontà di combattere degli alleati russi, iraniani, libanesi e dei volontari sciiti provenienti da Iraq, Afghanistan e Pakistan; le forze di Assad non sono infatti riuscite ad impedire la rottura dell’accerchiamento con l’assedio posto alla città e, in alcuni quartieri, il rapporto si è ribaltato con le forze ribelli. Lo scopo dell’offensiva di giugno e della ripresa ai primi di settembre era infatti quello di conquistare il controllo delle vie di comunicazione e tagliare le linee logistiche di rifornimento e supporto del nemico verso la città. La riconquista dell’Accademia Aeronautica di poche settimane fa, caduta mesi prima nelle mani di Jabhat Fateh al-Sham (ex Fronte al-Nusra), ha permesso in questo senso di richiudere la breccia di due chilometri aperta nell’accerchiamento governativo.

Ma i rapporti di forza sul terreno, soprattutto dopo il fallito golpe in Turchia, stanno mutando rapidamente ed Erdogan, dopo essersi riavvicinato a Mosca, sta tentando la stessa carta anche con Damasco intensificando gli attacchi, insieme ai burattini dell’Esercito Siriano Libero (FSA), contro i curdi siriani per respingerli almeno ad est delle rive dell’Eufrate. La possibilità che possa vedere la luce un embrione di stato autonomo curdo o la concessione di autonomie federaliste dopo la guerra spaventa infatti a morte il governo di Ankara. Uno sbocco della guerra di questo tipo potrebbe mettere potenzialmente in discussione l’integrità territoriale turca uscita fuori da Sévres. Dato questo cambio di rotta da parte di Erdogan, i curdi siriani stanno rivolgendo la loro attenzione contro le forze governative che, fino a questo momento, avevano guardato con incurante neutralità. Non si può quindi escludere che Assad possa ordinare di attaccare l’Esercito Democratico Siriano, il cui nucleo duro, le formazioni dell’YPG che difesero Kobane, sono sostenute da Washington e combattono a stretto contatto con le forze speciali americane sul terreno. Il pericolo che si possa creare una pericolosa escalation è assai concreto ma nessuno, sia da parte russa che statunitense, è disposto ad abbandonare i propri alleati nella guerra; questo paradosso aiuta a capire perché il razionale e sempre accorto governo di Teheran abbia negato l’utilizzo delle sue basi aeree ai caccia russi e perché si sia giunti ad un accordo per una tregua, appena due giorni fa, tra Sergej Lavrov e John Kerry. Una tregua per permettere l’apertura di corridoi umanitari e riaprire la finestra per i negoziati di Ginevra, ma il cui funzionamento dipenderà direttamente dalla capacità di Mosca di esercitare pressioni sul governo di Damasco. Bashar al-Assad potrebbe essere infatti più interessato a sfruttare la congiuntura favorevole nei rapporti con la Turchia per limitarsi, dopo aver sconfitto il fronte jihadista e sunnita degli insorti, ad aprire un dialogo con le sole forze di opposizione non armate. Nella mente del Presidente siriano non c’è dispensa alla vittoria ed è perfettamente conscio che la guerra in Siria, per la sua importanza nel disegno di un nuovo Medio Oriente, tiene in ostaggio alleati e nemici.

Da questo punto di vista, ancor più favorevole alla possibilità di conquistare Aleppo e porre fine all’assedio che sta piagando la città dal 2012 è l’estrema frammentazione, a tratti monadica, del fronte nemico. Fatah Halab ha infatti ben pochi rapporti con l’Esercito della Conquista le cui componenti interne (l’ex Fronte al-Nusra, Ahrar al-Sham, il Partito Islamico Turco Siriano, Jaysh al-Sunna e Ajnad al-Sham) sono in rotta di collisione tra di loro, con lo Stato Islamico e con Ansar al-Islam. Gli equilibri del fronte occidentale della guerra di Siria, concentrati intorno al baricentro di Aleppo e alle rive dell’Eufrate, sono diventati un perno essenziale nella strategia governativa e degli insorti: per Damasco la conquista della città rappresenterebbe il ritorno del controllo sulla parte più ricca del paese e quindi la possibilità di riorientare l’offensiva verso le zone rurali e desertiche ancora controllate dai ribelli e dall’ISIS; per gli insorti è la possibilità più che sicura di demolire la volontà di combattere e dissanguare la resilienza del regime, mantenendo una lancia costantemente puntata verso l’interno del paese.