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Si terranno domani le elezioni presidenziali nella piccola Moldavia, uno dei paesi più poveri del continente europeo. Il popolo moldavo torna dopo dieci anni a decidere il proprio Capo di Stato, in un contesto di profonda crisi economica, politica e sociale: l’attuale governo filo-europeo – succeduto dopo anni di governo comunista post-sovietico – aveva iniziato la sua attività con un largo favore della popolazione, con oltre il 70% degli elettori che dichiarava il proprio sostegno all’integrazione dell’Unione Europea, essenzialmente sperando in una futura prosperità economica e nella risoluzione dell’endemica piaga della corruzione che aveva caratterizzato precedentemente la vita del Paese. Purtroppo però il voltafaccia non è stato gradito da Mosca da un lato, nè dall’altro l’apertura del mercato unico europeo attraverso il Partenariato Orientale ha avuto riscontri positivi, tutto il contrario: nel contesto della crisi diplomatica inerente la Crimea e le seguenti sazioni dell’UE nei confronti della Russia, la stessa ha risposto con controsanzioni volte al boicottaggio di quel mercato unico da poco partecipato anche dalla Moldavia, con effetti disastrosi sulle esportazioni moldave in Russia che erano state fino a quel momento un punto fondamentale per l’economia nazionale. Nemmeno la corruzione è stata efficacemente contrastata, anzi proprio sotto il governo filo-europeo è scoppiato nel 2015 il più grande scandalo finanziario che abbia mai colpito la Moldavia, con un miliardo di dollari improvvisamente sparito dai depositi di tre tra le principali banche del Paese, una cifra pari a circa il 10% del Pil, che ha letteralmente portato in blocco la Moldavia sull’urlo del baratro. Queste dinamiche di progressivo impoverimento hanno favorito le forze filo-russe attualmente all’opposizione e che si esprimono nella figura del leader del Partito Socialista Igor Dodon, già ministro dell’economia di precedenti governi comunisti. Tra i suoi punti programmatici troviamo: la riapertura di canali diplomatici ed economici con la Russia a scapito del Partenariato Orientale a firma UE, la proposta della federalizzazione del Paese onde poter ricondurre sotto il governo di Chisinau la piccola Repubblica di Transnistria, regione separatista a maggioranza russofona autodichiaratasi indipendente dopo il crollo dell’URSS e che attualmente agisce come stato de facto, in conflitto con le autorità moldave da più di venti anni. Attualmente Igor Dodon è dato per favorito nei sondaggi con percentuali che oscillano tra il 27% e il 35%.

“Queste elezioni intendono mettere fine alle proteste di piazza e all’instabilità politica dilagante nel Paese, non solo per la crisi, ma soprattutto per la misteriosa sparizione di 915 milioni di euro, l’equivalente del 10% del Pil moldavo, da tre banche lo scorso anno”

Dall’altra parte dell’agone elettorale le forze pro-europee sono guidate dalla candidata Maia Sandu del Partito Liberal Democratico la quale punta, attraverso la partecipazione al Partenariato Orientale, ad un avvicinamento culturale e politico con l’Unione Europea, con una possibile futura adesione della Moldavia come stato membro. Maia Sandu raccoglie secondo le stime dei ricercatori di un sostegno pari al 16%, ma può da pochi giorni godere dell’endorsment di un altro candidato influente come Marian Lupu il quale ha annunciato il suo ritiro dal campo elettorale per favorire i liberal democratici nella corsa contro i filo-russi. La presenza di nove candidati alla carica d’altronde rende altamente probabile la necessità di un ballottaggio nel secondo turno, dal momento che nessuno dei candidati otterrà facilmente il 50+1% dei voti domani. Al di là dello scontro elettorale, è corretto sostenere che la vittoria dell’uno o dell’altro candidato non cambierà nel breve-medio termine le sorti di un paese povero e che va impoverendosi, divorato dalla corruzione e fatalmente incastrato in quell’area geopolitica dove qualunque scelta il legislatore faccia, è senz’altro una scelta sbagliata; spaccato al suo interno, con una porzione del proprio territorio autoproclamatasi stato indipendente e con una forte frammentazione etnica tra moldavi che parlano rumeno (di norma favorevoli all’integrazione europea) e una costellazione di etnie minori ma comunque influenti come i russofoni o i gagauzi (turcofoni cristiani) che percepiscono l’integrazione con la Russia e con l’Unione Eurasiatica come la migliore opzione per preservare la loro cultura e identità. Chiunque guiderà la Moldavia nei prossimi anni, dovrà tenere conta di tutte queste varianti per tentare di gettare almeno le basi di un processo di pacificazione con la Transnistria e, attraverso un effettivo contrasto alla corruzione, risanare l’economia disastrata di una nazione sull’orlo del fallimento, che potrebbe occorrere nel momento in cui la leadership decida di arrischiare una gestione radicale della sua politica interna come di quella estera (vedasi Maidan), sia essa tesa verso Brussels o verso Mosca.