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Il mondo intero, negli ultimi mesi, ha parlato a più riprese del muro nordamericano che il nuovo presidente USA, Donald Trump, vuol far costruire ai confini con il Messico: vip, attori, giornalisti, intellettuali e membri dello ‘star sistem’ americano ed europeo, da novembre parlano in tv e sui social contro questo muro, reo di essere una vera e propria testa di ponte per le mire considerate poco edificanti del nuovo inquilino della Casa Bianca. Pur tuttavia, senza entrare nel merito delle diatribe interne agli Stati Uniti ed ai rapporti con il Messico, il muro che oggi più preoccupa gli equilibri geopolitici è in fase di costruzione nel disastrato Medio Oriente, nel silenzio più totale degli stessi media che agitano gli spettri su quanto sta accadendo lungo il confine nordamericano; il riferimento è al muro che la Turchia, quasi in sordina, sta costruendo ai confini con la provincia siriana di Idlib.

Si tratta di un progetto che rischia di far nuovamente precipitare i rapporti tra Ankara e gli attori internazionali che appoggiano Damasco. Per la verità, il muro in costruzione altro non è che l’apice di un comportamento turco frutto di un progetto che parte da lontano e che ha visto Erdogan appoggiare le rivolte in Siria nel 2011 per provare ad annettere parte del territorio del paese arabo. Già nel 2012, con le milizie islamiste alle porte di Aleppo, la Turchia ha fatto entrare all’interno dei propri confini gran parte dei mezzi e dei macchinari industriali presenti nella seconda città siriana, un vero e proprio saccheggio che celava le velleità di poter un giorno apporre la bandiera rossa con la mezzaluna sulle province settentrionali della Siria. Aleppo non è caduta e si sa poi come, la storia, ha fatto fallire le iniziali prospettive di Turchia ed Arabia Saudita e, con esse, di gran parte dell’occidente: dopo l’intervento russo, dopo il fallito golpe ad Ankara del 16 luglio scorso, Erdogan ha fatto dietrofront, si è accodato a Mosca e Teheran in funzione anti curda ed ha promesso controlli più serrati lungo i propri confini per evitare scorribande di terroristi in ingresso ed in uscita dalla Siria.

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Cerachiata la regione di Idib epicentro della questione

Ma il problema nasce proprio in quest’ultimo passaggio: il governo turco ha finanziato e sta già costruendo un muro lungo i confini siriani che, se sulla carta dovrebbe servire ad arginare il flusso di armi e soldi per gli islamisti, nelle realtà sta di fatto annettendo parte del territorio di Damasco in maniera illegale. Il tutto è favorito dalla particolare attuale condizioni della provincia di Idlib: se Aleppo è stata liberata dalle truppe siriane e gran parte del confine verso la provincia di Al Hasakah è controllato dai curdi, Idlib invece è quasi interamente controllata da Al Nusra e dai miliziani islamisti armati da Ankara oramai dal 2012. Si è creato un piccolo califfato tafkiro, dove non mancano contrasti interni tra Arhar Sham (gruppo finanziato dalla Turchia) e gli stessi ex Al Nusra (oggi chiamati Tahrir Al Sham) e dove le forze siriane sono assenti da quattro anni; essendo i gruppi islamisti presenti del tutto privi di forze di sicurezza, già da un po’ di tempo sono membri della Gendarmeria turca che svolgono funzioni di controllo e di gestione della situazione, mentre in alcuni cantoni la moneta usata è la Lira Turca. Adesso, a completare il tutto ed a chiudere il cerchio, è la costruzione del muro sopra citato: Ankara sostiene che la struttura lungo i confini, alta tre metri e con il filo spinato sopra, aiuterà i propri soldati a controllare meglio le frontiere, il problema è che il perimetro di tali frontiere non rispecchia quello internazionalmente riconosciuto, né è stato preventivamente concordato con Damasco.

Ecco cosa accade lungo il confine “dilatato” dai turchi
Facendo leva su una situazione ‘de facto’ che già da anni consegna gran parte della provincia di Idlib a forze filo turche ed agli stessi gendarmi di Ankara, il governo di Erdogan sta annettendo nel silenzio più totale di media e cancellerie occidentali interi pezzi di Siria. Ciò che la Turchia non è riuscita a fare ad Aleppo, sta provando a farlo nella provincia di Idlib che, nelle intenzioni di Damasco, deve anch’essa prima o poi essere ripresa militarmente, nonostante negli ultimi mesi sia servita come ‘parcheggio’ di terroristi fatti evacuare da Aleppo o dalle sacche attorno la capitale conquistate dall’esercito regolare. Una situazione quindi, che rischia di diventare incandescente e che vede adesso gli stessi siriani di Idlib iniziare a protestare contro la Turchia; Jenan Moussa, giornalista della tv ‘Al Alan’ con sede a Dubai e con quindi poche simpatie verso Assad, ha descritto nei giorni scorsi le proteste ad Idlib contro il comportamento turco, specificando come diversi cittadini che prima appoggiavano Ankara in funzione anti Assad, adesso stanno tornando sui propri passi. Preoccupati sono soprattutto gli agricoltori, visto che il muro spesso trancia arbitrariamente le loro terre con il pericolo di non poter più coltivare nulla, nemmeno a guerra finita.

A protestare sono anche i siriani di Alessandretta, capoluogo della provincia di Hatay, regione a maggioranza siriana ma donata dalla Francia, che all’epoca aveva il controllo della Siria, alla Turchia negli anni 30 e da allora annessa ad Ankara. A scendere in piazza sono stati soprattutto i membri del gruppo del ‘Fronte Popolare per la Liberazione di Iskandarun (nome in turco di Alessandretta)’, il quale mira a sollevare l’attenzione su quanto sta accadendo al confine della provincia di Idlib, confinante proprio con quella di Hatay, dove vivono migliaia di siriani che sognano un giorno di tornare a Damasco. Per l’appunto però, adesso il problema appare un altro e cioè quello di non far perdere alla Siria pezzi del suo attuale territorio, anche di quello attualmente non controllato dall’esercito regolare ma che un giorno, come ad Aleppo e Palmira, tornerà ad essere sotto l’egida del governo centrale.

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Proteste dei Siriani di Alesandretta

La Turchia, oltre che ad Idlib, è presente militarmente anche nel cantone di Al Bab, a nord di Aleppo; in questo caso però, la presenza è frutto di un’operazione militare denominata ‘Scudo nell’Eufrate’ che, se non concordata con Damasco, ha avuto comunque una certa tolleranza sia da parte russa che siriana, in cambio dell’avvio dei colloqui di Astana e di un costante dialogo Ankara – Mosca – Teheran mirante a stabilire un asse in grado di velocizzare la fine delle ostilità. Il muro in costruzione ad Idlib però, rischia di complicare tutto: un doppio gioco, quello di Erdogan, che non può che avere effetti negativi sia sulla Siria che sulla stessa Turchia, la quale rischia per tale atteggiamento di essere tagliata fuori dalle future mosse che gli altri attori internazionali attueranno nella regione.