Ci si ponga, per un attimo, al posto di un residente di Mosul che possibilmente al momento bivacca tra le macerie della sua città oppure è ospitato in qualche campo profughi del deserto iracheno e che, soprattutto, vede il suo paese in guerra da decenni ed il proprio territorio devastato da almeno 14 anni di conflitto. Come avrà potuto reagire, tale cittadino dell’antica Ninive, alla ‘condanna’ dell’ONU dei raid americani avvenuta appena qualche giorno fa? Come, un qualsiasi residente di Mosul, non può non sentirsi preso in giro dalla fantomatica comunità internazionale dopo dichiarazioni del genere? Succede infatti che, dopo l’invasione USA del 2003, dopo che già in quell’anno Mosul ha subito gravi danni  (annessi saccheggi presso l’importante museo nazionale che custodisce tra le più belle testimonianze delle civiltà mesopotamiche), dopo che l’aggressione americana ha provocato lo scivolamento dell’Iraq verso un’atroce guerra civile e dopo che la comunità internazionale, nel silenzio assoluto, ha permesso la conquista della città da parte dell’ISIS, a poche settimane dalla liberazione di Mosul soltanto adesso le ONG e le agenzie dell’ONU che si occupano dei diritti umani si accorgono che, in effetti, la situazione nella terza metropoli irachena è piuttosto grave e che gli americani hanno creato gravi disagi alla popolazione civile.

I quartieri occidentali di Mosul

I quartieri occidentali di Mosul

Per carità, è sempre un fatto positivo quando ci si rende conto di una situazione sul campo ai limiti dell’umanamente accettabile, pur tuttavia se già 14 anni fa si fossero levati cori ben più importanti contro le possibili nefaste conseguenze della guerra in Iraq, forse tutto questo non sarebbe successo; il rantolo dell’ONU è arrivato quando tutti i danni possibili sono ormai stati fatti e vanno ben oltre i fatti contestati alla coalizione a guida USA, accusata di aver ucciso più di duecento civili in uno degli ultimi bombardamenti sulla città e di attuare raid indiscriminati su Mosul. Nel capoluogo di Ninive, a maggioranza arabo sunnita ma con un’importante componente curda, la situazione è realmente allo stremo ma questo già da diverso tempo: in un articolo di Laura Silvia Battaglia, apparso su Avvenire, ben si descrive lo scenario che attanaglia Mosul tra macerie, mancanza di medicine ed il pericolo di ritorsioni del califfato in ritirata. Tuttavia, è evidenziato anche un altro importante aspetto, la speranza data da una liberazione sempre più vicina: l’esercito iracheno avanza, assieme alla meglio addestrata e competente Polizia speciale, oramai solo gli ultimi quartieri risultano ostaggio delle milizie islamiste, pur tuttavia la battaglia, iniziata ad ottobre, sta ulteriormente aggravando la situazione umanitaria già precaria sia per la guerra del 2003, che per il conflitto civile del 2007, oltre che per ovviamente l’invasione dell’ISIS avvenuta nel luglio 2014.

Ci si è accorti con 14 anni di ritardo delle nefaste conseguenze delle azioni americane ed occidentali nell’area; Mosul già a maggio dovrebbe interamente tornare alle forze di Baghdad, ma ricostruirla sarà molto dura, per non parlare della perdita irreparabile di gran parte del patrimonio artistico ed architettonico. Dal canto suo, la Russia vuol seguire più da vicino la situazione della terza città irachena chiedendo, alla luce delle rimostranze espresse da ONU ed ONG, una seduta straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicato a Mosul; è un modo, più o meno indiretto, di Mosca per rispondere alle accuse mosse quando invece era Aleppo prossima alla liberazione: in particolare, se il governo russo riesce ad ottenere l’istituzione di una commissione d’inchiesta per le modalità di ingaggio usate dalla coalizione a guida USA a Mosul, il Cremlino avrebbe una platea importante per dimostrare la differenza tra il proprio modus operandi ad Aleppo e quello americano in Iraq. In particolare, la Russia potrebbe provare come nella seconda città siriana la principale preoccupazione è stata quella di creare più ponti umanitari possibili per evacuare i civili prima dell’intensificazione della battaglia con le forze terrestri, al contrario invece di quanto visto a Mosul, dove sia le forze USA che quelle irachene hanno impedito ai civili di evacuare la zona occidentale della città quando appariva imminente un’azione di forza all’interno dei principali quartieri sulla riva sinistra del Tigri. Per Putin, sarebbe questo un modo per smentire la stessa ONU, che con l’allora segretario generale Ban Ki Moon non ha mai risparmiato accuse di ‘crimini di guerra’ tanto alla Russia quanto alle forze siriane, oltre che discolparsi dalle ampie critiche piovute da diverse organizzazioni non governative, molte delle quali consideravano gli islamisti ad Aleppo Est come ‘semplici ribelli’ ed hanno contribuito ad alimentare la propaganda dei cosiddetti ‘Elmetti bianchi’.

Civili in fuga da Mosul

Civili in fuga da Mosul

Le ultime notizie dal fronte di Mosul comunque, parlano dell’imminenza della fine della battaglia; in particolare, la zona orientale è stata interamente conquistata dalle forze irachene, mentre il 60% del territorio dei quartieri occidentali è stato liberato. L’ISIS si assesta al momento nella città vecchia e nel centro, zone molto urbanizzate e difficili da espugnare per la loro conformazione; l’unica speranza per assistere ad un crollo più veloce del califfato a Mosul, il quale salverebbe migliaia di vite umane, riguarda il senso di accerchiamenti dei militanti jihadisti visto che l’esercito iracheno e le milizie popolari alleate avanzano anche da sud e da nord e di fatto oramai i territori urbani controllati dai seguaci di Al Baghdadi sono separati dal resto delle zone dello Stato Islamico. Diversi analisti militari, prevedono per il mese di maggio la capitolazione definitiva di Mosul; con la ripresa della città, l’Iraq tornerà ad avere il controllo di tutte le sue principali città ed anche delle sue regioni settentrionali, mentre per vincere definitivamente la lotta contro l’ISIS, resteranno soltanto gli ultimi bastioni in mano islamista presenti nel deserto della provincia a maggioranza sunnita dell’Al Anbar. Adesso per il paese mesopotamico, la sfida più importante da vincere sembra essere quella della ricostruzione e della necessità di ritrovare una certa unità nazionale se, nel prossimo futuro, si vorranno evitare vendette trasversali ed ulteriori repentini contrasti tra le comunità religiose ed etniche che lo compongono.