Mr. Obama si appresta a concludere il suo secondo mandato da presidente, e a più di un anno dalla scadenza si è già accesa la battaglia mediatica per la raccolta dei consensi dei potenziali (e ufficiali) candidati pronti a prendere il suo posto nella stanza ovale. Lo sbiadito operato del presidente delle minoranze ha lasciato un strascico di amara disillusione in chi fortemente ha creduto nella possibilità di voltare pagina, di sperare che una escalation politica di un uomo di colore potesse veramente rivalutare la posizione puritana e conservatrice di un Paese nato per dissenso dalle sibaritiche costole della Gran Bretagna post-rinascimentale. Wind of change? Macché.

Hillary Clinton, dopo otto lunghi anni vissuti all’ombra di Obama, ha finalmente ottenuto ciò che agognava dalla conclusione del mandato del marito Bill che, forse proprio per conservare integre le sue opportunità di prenderne il posto, ha sempre affiancato e sostenuto con abnegazione nonostante gli scandali sessuali che hanno colpito il coniuge. Sarebbe oltraggioso definirla per tale ragione un personaggio commercialmente femminista, che si qualifica come simbolo della riscossa di una società sempre più “open minded” e prodotto pubblicitario altamente appetibile sul mercato elettorale democratico? L’elettore medio americano, in fondo, apprezza il colpo ad effetto che possa indurlo a dare il proprio consenso ad uno piuttosto che all’altro candidato; ed una candidatura altisonante per novità (nel senso più giuridico del termine) e riscontro mediatico non può che tentare di avvicinare, step by step, la ex first lady alle stanze di Pennsylvania Avenue.

Neanche dall’altro lato della barricata ci si può attendere grandi ventate di freschezza: il nome più accreditato per sfidare la “democratica” Hillary è un altro rampollo della dinastia Bush. Jeb (acronimo di John Ellis Bush) è figlio di George Herbert W. Bush e fratello di George W. Bush, entrambi ex Presidenti degli Stati Uniti, entrambi repubblicani. Da abile uomo d’affari a governatore della Florida, si è distinto per le sue posizioni sì conservative, ma spesso più progressiste rispetto alla linea “standard” seguita dai repubblicani, specie in materia di immigrazione (forse complice il matrimonio con una donna ispanica conosciuta in Messico durante il periodo universitario). Ora, sostenuto da una nutrita compagine di partito e da diverse comunità minoritarie (di cui ha ottenuto il consenso durante le elezioni governative del 1998) si appresta a proseguire la sua carriera politica ambendo al ruolo che in famiglia pare essere obiettivo comune, superando la concorrenza di un più conservativo Rand Paul, supportato dal Tea Party movement e più intransigente in ambito di politiche migratorie.

Questi e tanti altri nomi saranno fatti, ritirati e riproposti, prima dell’inizio ufficiale della campagna elettorale, che agiterà il meccanismo degli spin doctors della propaganda politica d’oltreoceano. E saranno proprio loro gli artefici di una ennesima estorsione del consenso attraverso le loro spietate quanto incredibilmente performanti tattiche di marketing. Già, letti i nomi dei prossimi “papabili”, non si può certo pensare che si tratti per davvero di una innovazione sul panorama politico statunitense. A livello sostanziale, si continua ad insistere sui meccanismi di lobbysmo e di dinastie presidenziali: (curiosamente) orizzontale nel caso Clinton, (classicamente) verticale nel caso Bush. Ciò che gli artisti dell’immagine tenteranno di fare sarà tradurre un illusorio femminismo in una grande conquista sociale, ed un conservatorismo progressista in una straordinaria difesa delle pari opportunità. Insomma, non è la politica che cambia, è il packaging che la contiene che diviene più accattivante; ma resta lì, sempre sullo stesso impolverato scaffale, al fianco dei vecchi modelli scaduti e poco attraenti, pur sempre fatti della medesima sostanza.