Ieri le aperture dei giornali francesi, da le Monde a le Figaro, da Les Echos a Libération, erano tutte per il Front National. Questa volta non si è trattato di incidenti tra animali domestici, come lo scorso ottobre. Nonostante i giornali si siano tenuti su toni da disputa da stadio, le contese interne al partito dai tanti voti e dalle poche poltrone non sono botte da orbi. C’è un dibattito serio – come raramente accade oggi nei partiti – che va sul merito delle questioni politiche d’attualità in Francia: la linea di esteri e interni, le politiche economiche, l’indirizzo più o meno conservatore, più o meno liberale, più o meno populista da tenere. Come ha spiegato lo storico Nicolas Lebourg su Libération, il vecchio Jean-Marie Le Pen non digerisce alcuni «pesi» che frenano il partito, primo fra tutti il programma di uscita dall’euro, che scoraggia potenziali elettori di destra riconsegnandoli tra le braccia liberali dell’Ump – che pare voglia rifarsi il trucco cambiando nome in «Les Républicains», presto soprannominato dai militanti frontisti «Ripoublicains».

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Il colpo basso arriva con un tweet Florian Philippot, per cui «La rottura politica con Jean-Marie Le Pen è oramai totale e definitiva. Su impulso di Marine Le Pen, saranno prese rapidamente delle decisioni». Le dure parole del vicepresidente del Front National sono la risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente onorario al giornale maurrassiano Rivarol. Nell’intervista, Le Pen non abbandona il suo stile provocatorio e tutto sommato onesto, affermando di non aver mai considerato Pétain come un traditore («Pour ma part, comme je l’ai déjà dit, je n’ai jamais considéré le maréchal Pétain comme un traître. Lon a été très sévère avec lui à la Libération»), e ricordando che lui stesso fece del partito la casa dei patrioti, siano essi gollisti, vecchi comunisti, difensori dell’Algeria francese, ammiratori di Pétain – promemoria: Le Pen scelse la Resistenza nel novembre del 1944. Che l’ex paracadutista non sia uno stinco di santo è risaputo. Ma non ha il riflesso condizionato del conformismo, quel vecchio reazionario, ed è tutto un pregio: non le manda a dire a nessuno, il politicamente corretto è un terreno su cui non ha posato mai le scarpe; preferisce indossare gli stivali e percorrere le vie più fangose.

Lo scorso mercoledì è intervenuta anche Marine Le Pen. In un comunicato ufficiale ha preannunciato che si opporrà durante il direttivo (previsto per il 17 aprile) alla candidatura del padre come capolista nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Gli atteggiamenti di Jean-Marie sarebbero a suo dire «un duro colpo per tutto il

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movimento, i suoi quadri, i suoi candidati, i suoi membri, i suoi elettori»; nonostante il peso politico del patriarca di partito sia stimato a un terzo dell’elettorato nella regione, Marine ha descritto il padre come vittima di una spirale di strategia in cui alla «terra bruciata» segue il «suicidio politico».

Meno diplomatici gli esponenti vicini a Marine, che vorrebbero proseguire nella diabolisation del Fronte. Un altro vicepresidente del Fn, Louis Aliot, invitato mercoledì sera su Europe 1, ha definito Rivarol «uno straccio antisemita» e Jean-Marie «un anarchico che se ne fotte di tutto». Rimane il dubbio che l’interessato, un gigante politico rispetto a questi funzionari di partito, lo abbia preso come un complimento; col piglio aggressivo e scorretto che lo caratterizza e senza fare sconti a nessuno, portò la destra radicale francese dal risultato dello 0,74% alle presidenziali nel 1974 al ballottaggio contro Jacques Chirac nel 2002. Sono nani sulle spalle di un gigante, ma non lo sanno. Louis Aliot, «le séfarade» (il sefardita) per la redazione di Rivarol, attira i voti degli ebrei e allontana – lui, ebreo francese con un ruolo di rilievo – l’aura di antisemitismo che il fronte repubblicano (tacito pateracchio tra centrodestra e centrosinistra) ha creato intorno al mito del Front National. Gli ha fatto eco Gilbert Collard, deputato del Fn allAssemblea nazionale, a detta del quale tutto ciò che il presidente onorario dice «entra ufficialmente nel museo delle cere».

Il confronto politico diventa una guerra mediatica di rimbalzo tra dichiarazioni, note, precisazioni, interviste. «La mia esclusione è impensabile». La vecchia guardia degli identitaristi – così si fanno chiamare i membri della destra radicale in

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Francia – non si fa domare da quattro giovinotti, e contrattacca dal suo blog con un comunicato diffuso l’8 aprile: «È davanti a questa assemblea (il direttivo del 17, ndr) che spiegherò il mio punto di vista, quello di un politico responsabile, libero». E appunto «Jean-Marie Le Pen: l’ultimo uomo libero?» è il titolo del numero speciale di Rivarol. Si preannuncia battaglia in un momento in cui il Fn, piuttosto che fornire ai giornali l’assist per fare gossip politico, dovrebbe fermarsi a riflettere, elaborare nuove strategie, farsi carico dei milioni di voti ricevuti e prepararsi a governare, scevri dalle ipocrisie del politiquement correct e del viso incipriato ad ogni costo. Senza dimenticare le parole pronunciate da Jean-Marie Le Pen nel 1998, quando ci si avvicinava alla scissione della corrente megretista (facente capo a Bruno Mégret, opposta al ni droite, ni gauche e favorevole a una politica delle alleanze): «Ciò che mi differenzia da Cesare, al quale Bruto si avvicina col coltello in mano, è che io traggo la mia spada per uccidere Bruto prima che lui uccida me». La dirigenza del Front National dovrebbe ricordarlo.