Sono stati giorni di tensioni forti nell’Irlanda del Nord, come spesso capita nelle prime settimane di luglio: è infatti il periodo del famigerato Twelfth, festa annuale che ricorda la battaglia del Boyne avvenuta il 12 luglio 1690 tra le truppe anglo-olandesi e protestanti del Re Guglielmo III Orange e i ribelli giacobiti cattolici dell’ex Re d’Inghilterra Giacomo II Stuart illegittimamente deposto proprio dall’Orange e che aveva cercato in terra irlandese l’appoggio di volontari insieme all’aiuto della Francia per la riconquista del trono. Quel 12 luglio la sorte non arrise al deposto re, consegnando la vittoria alle truppe puritane di Guglielmo III e segnando la definitiva fine di ogni speranza per il ritorno del cattolicesimo sul trono britannico. Proprio in virtù di questa fondamentale vittoria protestante, il Twelfth è tutt’oggi un giorno di festa e di tensioni nell’Ulster: ogni anno infatti, vengono organizzate dalle logge orangiste e dai vari partiti e movimenti di ispirazione lealista/unionista marce in tutta la provincia e principalmente a Belfast che ricordano l’ultimo atto della Glorious Revolution. Queste marce, solitamente precedute nella notte della vigilia da enormi falò accesi nelle zone a maggioranza protestante, hanno comunque il non secondario aspetto di passare per i quartieri cattolici e nazionalisti di Belfast, onde provocatoriamente ricordare la supremazia orangista in Nord-Irlanda.

Tornando ai fatti di quest’anno dobbiamo purtroppo annoverare un’impressionante escalation di provocazioni iniziate quasi una settimana prima del Twelfth: a pochi giorni dai festeggiamenti, viene fatta circolare sui social una foto scattata a Belfast ritraente un murales con scritto “I cattolici verranno crocifissi”, intorno al murales un nutrito gruppo di ragazzi armati di spranghe e col volto coperto dal passamontagna. La firma è quella del VTOT (Village Team On Tour), una crew lealista stanziata a South Belfast. Lo spiacevole evento è stato replicato in forma similare pochi giorni dopo nella stessa zona, stavolta la scritta recita: “Cattolici, ecco cosa vi aspetta” e accanto posizionata una croce di legno. Stesso copione, stessa firma. Ma non è finita qui: a pochissimi giorni dalle marce orangiste, vengono issate nel paesino lealista di Carrickfergus le bandiere della Confederazione americana e addirittura una bandiera con la svastica, suscitando peraltro lo sdegno degli stessi residenti.

Finite le scritte sui muri e ammainate le bandiere arrivano i falò; stavolta la fantasia lealista si sbizzarrisce: non solo vengono bruciati sopra le immense pire i manifesti dei partiti politici moderati o nazionalisti (principalmente Alliance e Sinn Féin), ma anche le bandiere del Vaticano e addirittura l’immagine di Bobby Sands, oltre a vari cartelli con scritto “KAT” (abbreviazione di Kill All Taigs, uccidi tutti i cattolici). Il 13 luglio è stato il giorno delle parate: mentre a Bushmills il Reverendo Alistar Smith fomentava la folla ricordando che i principi per cui il Re Guglielmo III aveva combattuto sono tutt’oggi validi; per quanto attiene a Belfast, la Parades Commission aveva rinnovato il divieto, in vigore da pochi anni, di marciare nei quartieri cattolici, onde evitare inutili scontri che puntualmente si verificavano in passato; anche in questo caso il divieto è stato rispettato a caro prezzo: la polizia nord-irlandese, la PSNI, è stata aggredita a North Belfast dai lealisti che volevano a tutti i costi forzare il blocco e marciare per il quartiere nazionalista di Ardoyne; il tentativo è stato comunque respinto e una decina di poliziotti sono rimasti feriti negli scontri. Contestualmente, la macchina dell’orangista John Aughey investiva la protesta pacifica dei residenti di Ardoyne, mobilitati contro la parata, colpendo una donna e una ragazza che ora versa in condizioni critiche.

A coronamento di questa lunga serie di provocazioni e atti di violenza arriva, il giorno dopo le parate, un’esplicita minaccia da parte di un nuovo gruppo paramilitare lealista -rimasto anonimo – ai danni della stessa PSNI e dei membri della Parades Commission: i primi colpevoli di aver usato proiettili di plastica e cannoni ad acqua contro la folla che tentava di forzare il blocco per Ardoyne, i secondi di aver imposto il divieto di poter passare per i quartieri a maggioranza cattolica e nazionalista. Il sinistro comunicato con cui viene pubblicata questa minaccia è corredato dalla foto di tre uomini in tenuta paramilitare davanti ai quali è stesa una bandiera dell’Ulster insieme con diverse armi da fuoco.

Quel che più colpisce di questa concatenazione di eventi e che d’altronde vi sembra trasparire non è la semplice ricerca da parte degli attivisti dell’unionismo protestante di uno scontro duro con la comunità cattolica, quanto la totale malafede e ignoranza con la quale queste provocazioni sono state messe in atto: perché minacciare di crocifiggere i cattolici? Il Cristo degli orangisti è forse morto di raffreddore? Perché issare la bandiera nazista e quella confederata? Per rimarcare una certa superiorità della razza britannica sui celti d’Irlanda? Eppure sembra evidente che si scade nel paradosso storico: la Gran Bretagna diede un contributo notevole alla vittoria degli Alleati nella Seconda guerra mondiale; per non parlare poi del qualunquismo imperante circa il razzismo dei sudisti, il cui esercito aveva all’ interno dei suoi battaglioni soldati neri ed ebrei oltre, ironia della sorte, alla famosa Kelly’s Irish Brigade. Perché allora tutta questa foga nella provocazione e nella ricerca dello scontro? E soprattutto, come reagirà la comunità nazionalista? Il fenomeno paramilitare dei nazionalisti è da anni a un punto morto: privo di forti basi logistiche o rifornimenti di materiale bellico avanzato, raramente ha costituito una reale minaccia negli ultimi anni, essendo più che altro impegnato in faide interne tra le diverse costole della vecchia IRA. A fronte di ciò però, nulla toglie che una crescente minaccia e intimidazione proveniente dal nemico storico non possa rinsaldare vecchi legami e seppellire le rivalità, costituendo così la base teorica per il passaggio dalle parole ai fatti.