Domenica 20 novembre si è svolto in Francia il primo turno delle primarie del centrodestra, vinte con il 44% delle preferenze da François Fillon, per cinque anni primo ministro durante la presidenza Sarkozy, che ha già annunciato il suo ritiro dalla politica. Tre dei candidati sconfitti (Jean-Frédéric Poisson, Bruno Le Maire e o stesso Nicolas Sarkozy) hanno già chiesto ai loro elettori di appoggiare Fillon domenica prossima, quando si terrà il secondo turno. Appare quindi ormai già chiaro che non ci sono speranze per Alain Juppé, che si è fermato al secondo posto con il 28% delle preferenze. Ciò che invece non appariva affatto chiaro nelle settimane scorse era proprio la vittoria di Fillon. Infatti, come anche la Brexit e la vittoria di Trump, i media non avevano previsto questo risultato. Giornali e televisioni hanno infatti preferito speculare sul duello tra Sarkozy e Juppé, nel tentativo di polarizzare lo scontro: in un centrodestra frammentato (i candidati erano in tutto ben sette), il primo capeggiava l’ala più conservatrice, prossima al Front National, mentre il secondo rappresentava l’ala più moderata, con un profilo che sarebbe potuto più facilmente essere accettato anche dagli elettori socialisti, in un eventuale scontro contro Marine Le Pen al secondo turno delle prossime presidenziali. Alcuni media hanno addirittura paventato l’ipotesi secondo la quale molti elettori del Front National si sarebbero autoinvitati alle primarie per appoggiare Sarkozy in funzione anti-Juppé, come anche i sostenitori del Parti Socialiste avrebbero appoggiato Juppé contro l’odiato Sarkozy.

E così tra i due litiganti il terzo gode: più distinto di Sarkozy, meno chiacchierato di Juppé, ha vinto l’educatissimo Fillon: cattolico, cinque figli tutti dalla stessa moglie, una solida esperienza politica, ed un profilo mediatico sempre basso perché durante il suo governo le luci della ribalta bastavano appena per Sarkozy. Fillon ha vinto, anzi ha stravinto, perché incarna tutti i valori della vieille France, in cui la sobrietà regna sovrana e la cui essenza è l’anima profonda del centrodestra francese. È la Francia dei grandi facoltosi di Versailles, ma è anche e soprattutto quella dei piccoli borghesi che popolano le città di piccole e medie dimensioni. Figlio di un notaio di provincia, durante la campagna ha molto insistito sulle sue origini della Sarthe: l’ovest della Francia evoca infatti nell’immaginario collettivo francese il legame con la terra, la tradizione e il lavoro. Fondamentale è stato anche l’appoggio che ha ricevuto dalle associazioni cattoliche figlie della Manif pour tous, radicate in tutto il Paese. Non è un caso che tra le sue quindici “misure faro” figurino il divieto della maternità surrogata e il ribadimento dell’adozione unicamente per le coppie eterosessuali. Chapeau al candidato che ha saputo, in modo pacato ed efficace, riunire le varie anime del centrodestra, definendo come priorità la restaurazione dell’autorità dello Stato (tema fondamentale dopo gli attentati) e l’affermazione dei valori tradizionali.

Per quanto riguarda il suo programma economico, che è stato per lui un punto di vanto, perché il più preciso e completo di tutti, è invece tutto un altro discorso. Sappiamo per esperienza che un candidato non vince grazie al suo programma, perché sono sempre molto pochi gli elettori che si prendono la briga di leggerlo. Di stampo profondamente liberista, ha saputo attrarre le simpatie della laboriosa vieille France puntando sulla riduzione dei dipendenti pubblici e su importanti sgravi fiscali. Ma tra le varie misure figurano anche la soppressione dell’imposta sulle fortune, e cioè sui grandi patrimoni, e la soppressione del tetto di 35 ore di lavoro settimanali, principio fondamentale in un paese molto sindacalizzato. Ma in un sistema che risente ancora della crisi economica e in cui il tasso di disoccupazione è ancora alto, ha senso eliminare una tassa che colpisce solo le fasce più elevate della popolazione? Ed ha senso aumentare le ore di lavoro per i dipendenti, non incentivando quindi le aziende ad assumerne di nuovi? Per il momento c’è poco da preoccuparsi, perché la strada per le presidenziali del 2017 è ancora lunga. Mancano ancora le primarie del centrosinistra, e poi a destra c’è una Marine Le Pen più agguerrita che mai.