I fuochi attorno a cui viene stretta la politica di Belgrado rischiano di produrre delle scottature non indifferenti tanto più che, dal 27 ottobre scorso ad oggi, l’ambiguità della posizione serba rispetto alle proprie politiche di vicinato non è mutata – a parole – in nessun senso. Il presidente Tomislav Nikolic, così come sottolineato dalle maggiori agenzie di stampa russe, è stato a Mosca dal 9 marzo per incontrare gli alti vertici della politica e dell’economia russa, con l’intenzione di approfondire la cooperazione economica tra i due Paesi, tanto più importante se si pensa che la Russia è uno dei principali mercati di sbocco della Serbia (la stessa Fiat esporta automobili e mezzi pesanti in Russia tramite la sua subalterna in suolo balcanico), e quest’ultima si configura come Paese ponte tra l’economia russa e l’Ue, in virtù dell’accordo di stabilizzazione e associazione sottoscritto diversi anni fa tra Belgrado e Bruxelles. Per l’occasione, il capo di stato della Repubblica Serba si è lasciato andare in una dichiarazione di fedeltà nei confronti del Cremlino, assicurando che ai russi è sufficiente la parola serba per garantire che mai Belgrado entrerà a far parte della NATO.

L’oggetto della contesa, tuttavia, che oggi destabilizza la posizione della repubblica balcanica agli occhi della Federazione Russa, è in realtà l’accordo di cooperazione con la NATO approvato con decreto del governo presieduto da Alexander Vucic in data 12 febbraio 2016. Sebbene infatti l’SNS, il partito del presidente Nikolič, abbia sempre dichiaratamente appoggiato una posizione europeista e sostenuto in maniera convinta la volontà di associarsi all’Unione Europea – cosa che non avverrebbe comunque prima del 2020 -, ha sempre esternato una condizione particolarmente ostile verso una cooperazione militare con il Patto Atlantico; ciò avviene per due ragioni importanti: una notabile collaborazione sul piano militare e umanitario tra russi e serbi (la base di Nis rappresenta un lampante esempio di ciò) e una affinità socio-culturale tra i due popoli. Dall’ortodossia cristiana al panslavismo i due Stati hanno sempre trovato un terreno comune sul quale prospera amicizia ed empatia culturale. L’opinione pubblica parrebbe fortemente schierata contro un eventuale ventata di occidentalismo dalle parti di Belgrado, considerando anche i retaggi del recente passato circostanziati dall’appoggio atlantico alla causa kosovara, nodo gordiano tuttora irrisolto quando ci si riferisce alla politica interna serba. Gli Stati Uniti trovano inoltre il maggiore partner militare dell’area nella Croazia, membro della NATO dal 2009, nei confronti dei quali i serbi etnici nutrono un profondo rancore ancestrale, suggellato dalle guerre balcaniche di metà anni Novanta.

Alla luce di questo sommario quadro politico, l’anello mancante della questione risiede nell’equilibrio di potere interno alla classe politica serba: accademici e politologi appoggiano la posizione presidenziale anti-atlantista, non fosse per altro che per le innumerevoli questioni cui si è accennato. Il governo, invece, fa valere una propria visione utilitaristica nei confronti di una cooperazione con il Patto Atlantico che – assicurano i fautori – consterebbe soltanto di piccoli vantaggi su un piano strettamente legato a dei vantaggi economici nell’ambito della tecnologia militare, oltre che, come sostiene Luca Susic trattando della vicenda, di vantaggi fiscali per il personale della NSPA (NATO Support and Procurement Agency) e l’accesso e la fruizione delle strutture militari su territorio serbo, privilegi mai accordati ai militari russi! Pare dunque configurarsi un braccio di ferro istituzionale tra esponenti della classe politica della Repubblica Serba, ma alla luce dei fatti si sta generando soltanto una grande impasse della coalizione capeggiata dal presidente Nikolic, che non parrebbe sufficientemente influente per far valere la propria posizione, che tra l’altro rispecchia la condizione di disagio di un intero popolo verso una cessione di sovranità appannaggio del sistema politico-militare occidentalista. Il capo del governo Vucic, politicamente più preparato del vecchio presidente radicale, pare avere maggiore peso politico nel paese, sebbene ufficialmente non raccolga particolare consenso. Al di là delle affezioni patriottiche e culturali di matrice slava, la Serbia è un paese la cui forza lavoro conta il 20% di disoccupati, nonché un’economia non ancora in ripresa dopo le disastrose campagne militari che ne hanno smembrato il territorio e identità. La maggiore preoccupazione interna, dunque, sarà di accogliere chi per primo metterà a disposizione le risorse per far crescere il Paese, a costo di dover sacrificare le affinità elettive laddove il pane conta di più.