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Qualche giorno fa l’Alto rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini ha incontrato i presidenti di Serbia e Kosovo, Tomislav Nikolic e Hashim Thaci, e i primi ministri degli stessi paesi Aleksandar Vučić e Isa Mustafa, in quello che si è augurata essere il primo di una serie di incontri vòlti a mantenere la pace nella regione. Il confronto è stato da lei definito «costruttivo e aperto»: «hanno concordato di lasciare le tensioni alle spalle e di focalizzarsi sul lavoro dinanzi». Ma perché si è tornato a parlare dei Balcani come se fossimo ancora negli anni ’90? Perché la settimana scorsa c’è stata l’inaugurazione del primo treno che – dopo vent’anni dall’ultima volta – avrebbe dovuto portare i passeggeri direttamente dalla capitale serba Belgrado fino a Mitrovica, città nel nord del Kosovo sotto controllo serbo e sede di tutte le istituzioni serbe che sono riconosciute dal governo di Belgrado ma non dal governo secessionista kossovaro. Un giorno di festeggiamenti quindi, se non fosse che il treno in questione sia stato dipinto dei colori nazionali serbi e adornato con provocatori slogan nazionalistici tra i quali:

«Il Kosovo è Serbia»

Il treno della discordia - AP Photo/Darko Vojinovic

Da questa immagine si legge in maniera chiara il messaggio “Kosovo is Serbia” – AP Photo/Darko Vojinovic

Il treno è stato fermato dalle forze speciali della polizia inviate da Pristina per interrompere il suo viaggio prima che entrasse in Kosovo. L’incidente preoccupa perché la stabilità dei Balcani è tanto importante quanto fragile. Dopo la serie di conflitti degli anni ’90 conclusi con una pace imposta con la forza dalle potenze occidentali dopo i bombardamenti NATO di Belgrado, Nis e Kragujevac, i dissidi della regione non sono mai stati veramente placati e ora, dopo questo evento, si teme un’escalation delle tensioni tra i due paesi. Il presidente serbo Tomislav Nikolic solo qualche giorno fa diceva che si era «sull’orlo di una guerra», minacciando poi di spedire l’esercito «nel caso cominciassero ad esserci vittime serbe». La controparte kossovara Hashim Thaci ha accusato Belgrado di aver ingenuamente lanciato quella che dal suo governo è stata considerata come una «chiara provocazione». L’accusa del presidente del Kosovo è proseguita con l’accusa, rivolta al suo omologo serbo, di voler annettere la regione nord del paese, già di fatto a prevalenza serba, commentando:

«Vogliono fare come i russi hanno fatto in Crimea»

E’ opportuno guardare con attenzione ai Balcani e all’episodio del treno addobbato con slogan nazionalistici serbi per almeno tre motivi. Il primo è che queste zone sono piene di armi che le popolazioni sono state costrette a deporre ma che non hanno mai gettato; e Mitrovica ne è un esempio, con i suoi cittadini che hanno almeno un’arma per famiglia. Il secondo risiede nel legame che attualmente lega Serbia e Kosovo, Belgrado infatti non riconosce la sua indipendenza – nonostante sia stata dichiarata nel 2008 – considerandola ancora una provincia ribelle sotto il suo controllo. Alcuni analisti hanno interpretato l’incidente del treno della settimana passata alla luce della consapevolezza che ad aprile, in Serbia, ci saranno le elezioni: in altre parole una delle ipotesi è che l’evento del treno possa essere una manovra politica dell’attuale primo ministro vòlta a screditare la candidatura del presidente Nikolic. Anche se Vučić ha negato ogni tipo di coinvolgimento. Il terzo motivo risiede nel ruolo della NATO e nella sua capacità di schierare importanti contingenti militari nella regione, oltre a quelli già presenti.

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1999 – Truppe KFOR nel Kosovo meridionale

La situazione a Mitrovica e il ruolo della NATO:

Nonostante siano passati ormai quasi vent’anni dalla fine della guerra del Kosovo del 1998-1999 le tensioni nella regione settentrionale del paese non sono mai state interrotte definitivamente. La zona è divisa in due dal fiume Ibar: a settentrione delle sue acque la popolazione è a maggioranza serba mentre la zona meridionale è abitata soprattutto da comunità albanesi. La città di Mitrovica vive sotto il continuo controllo del KFOR, la forza militare internazionale della NATO responsabile di ristabilire l’ordine e la pace in Kosovo: la loro presenza è mirata soprattutto al monitoraggio delle due zone della città e quindi del ponte che le unisce e che dagli anni della guerra è chiuso al traffico. Le forze del KFOR sono state schierate il 12 giugno 1999 dopo la campagna aerea dell’Alleanza durata 78 giorni e oggi ammontano a 4.500 uomini inviati da 31 paesi diversi. Il loro obiettivo è rimasto lo stesso: fare da deterrente per le ostilità tra le forze yugoslave e serbe, stabilire e mantenere un ambiente sicuro per la vita e fornire supporto umanitario. Durante il decennio che ha visto un inizio di normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo le forze del KFOR sono state gradualmente ritirate e quelle rimaste hanno ricevuto sempre meno ordini precisi, con missioni e target specifici, così da renderla una presenza sì di sicurezza, ma più flessibile e meno invadente. Tutte le modifiche relative al KFOR vengono decise dal NAC (North Atlantic Council) insieme con le Nazioni Unite e l’Unione europea. Al momento, oltre alle truppe sopracitate, sono pronti all’azione anche due battaglioni militari che raggruppano al loro interno diverse compagnie: il primo è di istanza a est, a Camp Bondsteel, vicino Urosevac, il secondo, a ovest, a Camp Villaggio Italia, a Pecj. La leadership è verticale e apparentemente chiara e snella: il comandante del KFOR, di istanza a Pristina, deve sempre tenere informato il Comandante delle forze congiunte, l’italiano Giovanni Fungo, a capo della missione in Kosovo dal primo settembre 2016.

Documentario sulla guerra in Kosovo – Rai Tre

Il 19 aprile 2013, grazie alla mediazione dell’Ue, Belgrado e Pristina hanno firmato il loro primo accordo sui princìpi che si sarebbero dovuti seguire per la normalizzazione dei loro rapporti. Da quel momento i due paesi hanno dato il via ad un programma di incontri, ospitati dall’Unione europea che, a quanto pare, continuano ancora oggi, se pur con qualche difficoltà, nonostante Federica Mogherini con le sue parole voglia far credere che la situazione sia sotto controllo. Le tensioni ci sono e sono molte e non riguardano solo il fragile equilibrio di Mitrovica. All’inizio del mese è stata fatta esplodere una bomba al palazzo governativo di Pristina dove il ministro kossovaro incaricato dei colloqui con l’Ue, Edita Tahiri, aveva appena concluso il suo discorso sull’espansione dell’influenza di Pristina in Kosovo. Poco dopo è stato trovato un ulteriore ordigno in uno degli hotel dove era di passaggio. Nel 2013 un gruppo di uomini armati e a viso coperto entrò in un seggio elettorale nel nord del Kosovo allestito per le elezioni kossovare che permettevano – per la prima volta – ai cittadini serbi di partecipare alla votazione, per poi sparire con le urne prima, ovviamente, del loro spoglio. Federica Mogherini ha detto di essere incoraggiata dall’impegno «dimostrato dai leader politici per affrontare e risolvere le questioni di interesse reciproco attraverso il dialogo». L’Alto rappresentante ha poi confermato di aver concordato una serie di incontri con il leader serbo e kossovaro da portare a termine nei prossimi giorni. Ora bisogna vedere se l’Ue sarà in grado di disinnescare una miccia che in parte, in passato, ha contribuito a preparare, o se piuttosto si lascerà andare la mano rendendosi partecipe di un’altra escalation militare nei Balcani.