Sia chiaro che, de facto, non cambia nulla. Tuttavia, è un segnale diplomatico che la Russia non gradisce il processo di riarmo attualmente in corso lungo i suoi confini, dal Mar Baltico al Mar Nero e, più in generale, l’ostilità dimostrata nei suoi confronti dai partner americani ed europei negli ultimi mesi. Il Trattato sulle Armi Convenzionali, uno strumento nato nel 1990 con il nobile intento di porre un limite alla corsa agli armamenti da parte dei due blocchi contrapposti, non è mai stato uno strumento vincolante e che ha mai particolarmente influito sul reale numero di armamenti “normali” (come elicotteri, carri armati, ecc.). Rimasto, teoricamente, in vigore anche all’indomani del dissolvimento dell’URSS, fu rivisitato dalle parti nel 1999 ma non ratificato dai Paesi occidentali a causa della presenza militare di Mosca in Georgia e nella Transnistria, la regione della Moldavia rimasta fedele a Mosca dopo il crollo del Muro di Berlino. Erano le prime avvisaglie di un’ostilità dell’alleanza atlantica nei confronti della nuova Russia post comunista (da non confondersi con la Nova Rossija di odierno interesse) uscita dal comunismo e che non doveva, in alcun modo, rialzare la testa e provare a vantare la minima pretesa sul porzioni di territorio appartenenti all’antico spazio imperiale in cui vivevano suoi cittadini; doveva, bensì, tenere la testa abbassata e sottostare in silenzio ai dettami atlantici ed al relativo puntellamento dei suoi confini con solide installazioni militari.

Il trattato rimase dunque fermo sulla carta e la Russia, così come altri Stati, riprese ad organizzare il suo esercito portandolo ad essere una micidiale macchina da guerra di cui servirsi, tra le altre cose, per riacquistare il diritto a sedersi, a testa alta, al tavolo dei grandi della Terra – non solo in sede di Consiglio di Sicurezza. Riportando l’aquila bicefala a volare nei piani alti della politica internazionale, il suo habitat naturale. Già nel 2007 il Cremlino aveva deciso di attuare una moratoria sul Trattato e di riarmarsi secondo le sue esigenze, ma con la mossa di oggi chiude definitivamente la questione e lancia un segnale ben preciso: questo trattato, ad oggi, non è funzionale alla sua sicurezza nazionale e non vi è alcun bisogno di tenerlo in piedi. D’altro canto, l’Europa, a modo suo, cioè confusionale e più o meno convinto, mostra i muscoli e insiste nel mettere in pratica esercitazioni militari attorno ai confini russi; gli Stati Uniti sguazzano nella nostra incapacità di prendere una (saggia) decisione comune e nel mentre cavalcano l’isteria baltica e garantiscono la pagnotta alla loro industria bellica, assecondando le infondate paure delle tre repubbliche e inviando loro armamenti. Il sindaco di Riga, compiaciuto della mossa e sentendosi forse un baluardo nei confronti dell’”invasore sovietico”, ne approfitta per farsi un bel selfie con i carri armati alle spalle e, così facendo, fomenta le ostilità verso Mosca e si guadagna il suo momento di notorietà.

Non ci stancheremo mai di dirlo: la vicenda ucraina e il rancore nei confronti della Russia sono parti della stessa bestia che, come in un circolo vizioso, continua ad alimentarsi di paure gonfiate e che, cavalcate in modo irresponsabile, rischiano di esasperare gli animi e alzare il livello della tensione. Come una stupida provocazione degna del peggior bulletto di strada. Le repubbliche baltiche non hanno nulla da temere, e inviar loro armamenti come sinistro monito da parte di chi ha fomentato tutte le guerre più recenti e contribuito all’instabilità di mezzo mondo, non fa che convincerci che per quanto si tratti di un’operazione più di facciata che di sostanza, bene ha fatto la Russia a cavarsi fuori da vincoli inutili. E che, visto l’andazzo, potrebbero esserle addirittura sbandierati in faccia in un giorno non troppo lontano dai moralisti moralizzatori. E guerrafondai.