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Quando il 20 gennaio prossimo Donald J. Trump si insedierà ufficialmente come 45° Presidente degli Stati Uniti, calerà definitivamente il sipario sull’esperienza alla Casa Bianca di Barack Obama, il cui bilancio complessivo risulta decisamente deficitario, considerando in particolar modo la grande mole di aspettative e promesse che avevano accompagnato la sua ascesa nel 2008. Alla prova dei fatti, l’uomo incaricato da quasi 70 milioni di elettori per succedere a George W. Bush e rimediare ai problemi insorti nel corso degli otto anni di governo neoconservatore si è rivelato rare volte all’altezza delle importanti questioni economiche e geopolitiche affrontate, mentre numerose volte l’idealismo delle sue campagne elettorali ha lasciato spazio alla realpolitik se non addirittura all’ipocrisia. L’Obama-comunicatore e l’Obama-Presidente hanno sempre rappresentato due personalità diametralmente distinte: ai successi del primo sono puntualmente corrisposti i passi falsi e le incertezze del secondo, definito da Fulvio Scaglione «il Presidente delle promesse tradite, […] un cartellone pubblicitario». Questa scissione è stata tanto ampia e percepibile da aver più volte ridotto la portata delle scelte maggiormente positive compiute da Obama nei suoi otto anni alla Casa Bianca e, al tempo stesso, aumentato la proporzione dei suoi errori agli occhi dei cittadini americani e degli osservatori internazionali.

Il famoso discorso di Obama al Cairo del 4 giugno 2009 sembrò rappresentare la pietra miliare di un “nuovo inizio” per la percezione della geopolitica e gli approcci al Medio Oriente degli Stati Uniti d’America. Nei fatti, Obama si è rivelato decisamente meno incline a qualsivoglia cambio di rotta negli indirizzi internazionali di Washington. Dopo la vittoria del Premio Nobel dovuta alle intenzioni espresse in questo ed altri discorsi del 2009, infatti, Obama ha continuato sulla strada del consolidamento del progetto monopolare avviato dai suoi predecessori, che alla fine del suo secondo mandato si è dimostrato velleitario e superato

 Sul piano internazionale, gli otto anni di Obama sono stati caratterizzati dal tramonto inesorabile del progetto monopolare e dalla precoce conclusione del “Secolo Americano” che sembrava esser stato inaugurato dalla conclusione della Guerra Fredda: il primo Presidente afroamericano della storia statunitense ha dapprima cercato di superare l’insostenibile politica dell’America “gendarme del mondo” ma, sul lungo periodo, si è adeguato alla path dependence imposta da anni di egemonia dei falchi neoconservatori nelle stanze del potere a Washington e ha presentato un progetto geopolitico corrispondente, in ultima istanza, a una versione soft di quello di George W. Bush, tarlato dalle medesime contraddizioni interne. L’ideologia dell’universalismo dei diritti umani ha soppiantato, nella retorica presidenziale, i richiami di Bush al destino manifesto e alla missione messianica dell’America, rivelatesi un boomerang nel momento in cui le forze armate a stelle e strisce arrancavano in Afghanistan e Iraq; tuttavia, le principali mosse compiute dalle amministrazioni di Barack Obama si inseriscono perfettamente nel solco delle politiche del predecessore. Manlio Dinucci ha parlato esplicitamente di “strategia neocon in riferimento alle politiche aggressive contro la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad condotte dagli Stati Uniti di Obama, la cui principale interprete fu Hillary Clinton nel corso del suo mandato al Dipartimento di Stato (2009-2012). Libia e Siria, dopo l’Iraq, rappresentavano due dei principali bersagli delle invettive dei teorizzatori del cosiddetto “Asse del Male” indicato da falchi del neoconservatorismo come John Bolton tra le primarie minacce alla sicurezza nazionale americana. A spianare la strada alla definitiva implosione del Medio Oriente hanno ampiamente contribuito le incongruenze dell’uomo che avrebbe dovuto rimediare ai disastri di Bush, Powell e Cheney ma che ha finito per amplificarne gli effetti perseverando su un’insostenibile ed autolesionista strategia volta a coltivare la pericolosa alleanza di Stati infidi come Qatar ed Arabia Saudita, i quali sul lungo periodo sono stati lasciati liberi di foraggiare i pericolosi gruppi jihadisti che hanno a lungo imperversato in Siria e Iraq.

Il “patto con il diavolo” descritto ampiamente nell’omonimo saggio di Fulvio Scaglione è stato apertamente incentivato da Obama (e ancor di più dalla Clinton), come testimoniato dalle forniture di armi che gli Stati Uniti hanno accordato al regno wahabita dal 2009 ad oggi, valutate complessivamente 115 miliardi di dollari

Dalla difesa ad oltranza di Riyadh sulla questione dei risarcimenti alle vittime dell’11 settembre che ha portato allo scavalcamento del veto di Obama da parte del Congresso e dalla lunga inazione di Washington di fronte alle manovre saudite volte a portare al crollo dei prezzi petroliferi negli anni passati. A infliggere un’ulteriore stoccata ad una politica internazionale priva di un vero e proprio indirizzo ha concorso il consolidamento del sistema multipolare, il cui rafforzamento è stato indirettamente favorito proprio dal progressivo declino degli Stati Uniti in diverse aree del mondo. All’appannamento dell’America di Obama ha infatti corrisposto la ricostruzione della potenza internazionale della Russia di Vladimir Putin che, capitalizzando al massimo ogni sua iniziativa strategica, è riuscita a ritagliarsi uno spazio geopolitico di rilievo a dispetto degli sfavorevoli rapporti di forza militari, economici e demografici. La ricostruzione di un’autonoma sfera d’influenza russa e il consolidamento della convergenza tra Mosca e Pechino non sono mai stati accettati dall’establishment statunitense e hanno condotto alla crescente spirale di russofobia di cui chi scrive ha parlato in una precedente analisi e che è culminata con le deliranti accuse di sabotaggi da parte di hacker al soldo del Cremlino delle recenti elezioni presidenziali.

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Nel settembre 2013, al G20 di San Pietroburgo, il faccia a faccia tra Vladimir Putin e Barack Obama dimostrò al mondo l’avvenuta costituzione del sistema multipolare. La contrarietà all’annunciato intervento occidentale contro la Siria di Assad espressa dal Presidente della Federazione Russa e da Papa Francesco contribuirono a evitare la destituzione manu militari del Presidente alawita, che col senno di poi si sarebbe dimostrata una rovinosa tragedia per il travagliato paese mediorientale. Da allora in avanti, il confronto strategico tra Russia e Stati Uniti è proseguito ininterrottamente: al termine dell’esperienza di Obama alla Casa Bianca, non si può non assegnare la vittoria ai punti al suo omologo del Cremlino, che in pochi anni ha ricostituito per il suo paese uno spazio di manovra inimmaginabile sino al 2008, anno in cui l’intervento in Georgia segnò l’inizio della ricostruzione dell’autonoma politica internazionale russa

 Altrettanto significativi degli scacchi mediorientali e dell’arretramento inesorabile degli USA nello scenario siro-iracheno sono stati i risultati conclusivi a cui è giunta la strategia di Obama volta a garantire una base economica alla sfera di influenza americana attraverso la costituzione di ampie aree di scambio transoceaniche per mezzo dei due accordi-fratelli, il TPP e il TTIP. Per quanto concerne la Trans Pacific Partnership, l’elezione di Donald Trump e le dichiarazioni del tycoon newyorkese contrarie alla ratifica dell’accordo hanno portato la Casa Bianca a frenare sulla sua entrata in vigore, segnando di fatto le sorti di un trattato che vedeva negli Stati Uniti il punto di riferimento. Sul versante atlantico, invece, l’effetto combinato della mobilitazione di base dei cittadini europei, dei dubbi espressi sull’estensione indiscriminata del libero scambio da parte dei governi di Francia e Germania e del crollo del governo britannico di David Cameron, tra i massimi fautori del TTIP, a seguito del referendum sulla Brexit ha condotto al naufragio dei negoziati.

Il fallimento dei progetti del TTIP e del TPP va ricollegato al progressivo declino dell’ordine monopolare che Washington ha cercato di imbastire nel corso degli ultimi due decenni: essi, di fatto, avrebbero dovuto sancirne la definitiva consacrazione attraverso l’isolamento economico dei concorrenti potenziali emergenti per mezzo di meccanismi commerciali ad ampio raggio che creassero aree di libero scambio aventi, in ogni caso, gli Stati Uniti come pivot. Il caso del TPP è emblematico in quanto direttamente collegato al confronto geopolitico tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, nel quale Washington si trova coinvolta potendo contare su un’effettiva superiorità sotto il profilo militare e strategico a cui non corrisponde un retroterra politico-economico altrettanto saldo, considerata anche l’incerta tenuta delle storiche alleanze con partner di grande importanza nell’area indopacifica come le Filippine e la Thailandia.

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La strategia del “pivot to Asia” condotta negli ultimi anni dagli Stati Uniti d’America è corrisposta da una simmetrica strategia “pivot to U.S. debt” da parte della Cina e di altri importanti attori dell’Asia Orientale. In questa carta di Limes si nota chiaramente come Cina e Giappone rappresentino i principali detentori della quota di debito pubblico americano in mano a paesi esteri: tale dato ha rappresentato un punto a favore di Pechino nel confronto geopolitico con la controparte statunitense nel corso dell’era Obama, e continuerà a rivestire un’importanza primaria anche nel corso del mandato di Trump

Il declino della strategia internazionale del Presidente Obama è stato sancito, negli ultimi mesi, dalla marginalizzazione degli USA nel progressivo scioglimento di numerosi nodi riguardanti la questione siriana, primo fra tutti quello di Aleppo, la cui riconquista ha spianato la strada alle forze della coalizione filo-governativa, e dall’incentivazione, apparsa a tratti fine a sé stessa, della contrapposizione geopolitica con la Russia attraverso lo sbandieramento continuo del caso degli hacker che avrebbero contribuito a favorire l’elezione di Donald Trump. Considerando la questione su una prospettiva più ampia, le ultime mosse politiche di Obama sono sembrate a tratti veri e propri tentativi di boicottaggio delle strategie del futuro inquilino della Casa Bianca: paradigmatico è stato il recente caso diplomatico tra gli Stati Uniti e Israele, che ha portato Obama ad avvallare l’astensione di Washington alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza condannante gli insediamenti sionisti nei territori palestinesi occupati dopo otto anni di tentennamenti e sostanziale inazione.

Oltre al già citato Scaglione, altri autorevoli commentatori come Marcello Foa e Alberto Negri hanno criticato fortemente le mosse del Presidente uscente, sottolineandone la piccolezza morale prima ancora che politica. «Obama», scrive Negri, «esce di scena in maniera quasi infantile», comportandosi come un vero e proprio «vendicatore della Clinton» a due mesi dalla sua sconfitta nelle elezioni presidenziali statunitensi. Il canto del cigno di Obama, secondo Foa, «evidenzia soprattutto la frustrazione di un clan che vede svanire il perseguimento dei propri obiettivi strategici»: l’apparato di potere – neoconservatore ma non solo – che ha guidato gli indirizzi della politica estera statunitense negli ultimi anni, contribuendo all’insorgenza di problematiche macroscopiche in diverse aree del mondo. L’uscita di scena di Barack Obama avviene dunque nella modalità più misera che si potesse immaginare: il tramonto di una “nuova era” identica a quella precedente verrà certificato definitivamente quando, il prossimo 20 gennaio, Obama si accomiaterà definitivamente dalla Casa Bianca, lasciandosi alle spalle un mare magnum di illusioni e promesse tradite.