Quando nel 2003 George W. Bush parlava di ‘esportazione della democrazia’, nessuno ha pensato che nel giro di poco più di 10 anni l’espressione si sarebbe tramutata in un qualcosa di reale e letteralmente veritiero; in Libia la ‘democrazia’ è arrivata proprio nella stessa maniera di come si esporta una comune merce, ossia con una nave che ha gettato l’ancora nel porto di Tripoli e che (non senza fatica) lo scorso 30 marzo ha scaricato a terra i pezzi e gli ingranaggi del nuovo governo libico. Quegli stessi abitanti di Tripoli che cinque anni fa si sono visti bombardare infrastrutture e palazzi della loro città in nome della ‘libertà’ e della ‘democrazia’, il nuovo governo non l’hanno scelto, non l’hanno votato e forse ancora oggi non hanno avuto modo e possibilità nemmeno di conoscerlo; è questa evidentemente la concezione che ha l’occidente della democrazia e della libertà di un popolo di autodeterminarsi. Dopo aver buttato giù un governo che, tra pro e contro, era comunque legittimo e dopo averlo fatto al prezzo della distruzione di un paese che aveva redditi e tassi di crescita economica più alti quasi dell’intera Africa, la fantomatica comunità internazionale a conduzione occidentale ha ben pensato di imporre anche il nuovo governo e di influenzare in tal modo la vita politica libica. Ma il nuovo esecutivo, come già spiegato anche in passato, sta servendo soltanto per un ben determinato motivo: avere un interlocutore a Tripoli che chieda ‘aiuto’ all’occidente e poter quindi, in tal modo, giustificare un incremento delle attività belliche di quegli stessi attori che hanno causato il caos e la distruzione della Libia.

Il nuovo primo ministro, Fayez Al Serray, non ha avuto alcuna legittimazione ed investitura popolare; proveniente da una famiglia da sempre molto potente a Tripoli, tanto da essere sopravvissuta a tutte le ere storiche della Libia moderna (suo padre è stato ministro all’epoca di Re Idris, Fayez stesso invece lo è stato, anche se con ruoli minori, durante il periodo di Gheddafi), Al Serray appare già molto indebolito. Se perlomeno l’ex presidente afgano, Hamid Karzai, poteva essere soprannominato (in maniera ironica) il Sindaco di Kabul, non avendo nel paese alcuna legittimazione al di fuori della capitale, al momento il premier libico non riesce ad imporre il proprio potere nemmeno nell’intera Tripoli. La città in queste ore è anzi piombata di nuovo nel caos; se da un lato il governo islamista, contrapposto per quasi 18 mesi a quello di Tobruk grazie anche al sostegno di Turchia e Qatar, sembra a poco a poco cedere e riconoscere contestualmente l’esecutivo di Al Serray, dall’altro lato a Tripoli si registrano scontri e violenze. Domenica è stata attaccata la casa del vice – premier, altri episodi del genere sono stati riscontrati in altri punti del territorio tripolino e tripolitano ed anche se i media, in maniera molto semplicistica, hanno parlato di fazioni islamiste che ancora non accettano l’avvento di Al Serray, in realtà tutto ciò esprime anche una certa insoddisfazione popolare per come la comunità internazionale ed in particolare l’ONU stanno gestendo la situazione. Semplificare per l’appunto la realtà libica, in questo momento è opera impossibile da fare se non si è in palese malafede; chi parlava di una balcanizzazione della Libia nel 2011, è costretto a ricredersi: infatti, non si stanno formando i due o tre Stati pronosticati nel dopo Gheddafi e composti dalle entità storiche e territoriali che i coloni italiani negli anni 20 hanno ricomposto per creare l’odierna Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan nello specifico), la situazione è invece ancora più ingarbugliata. Non si può parlare di regioni separatiste od entità che reclamano indipendenza, come nel caso dei Balcani, ad oggi si deve parlare purtroppo di fazioni, tribù od anche semplici famiglie che reclamano per sé un pezzo di paese e questo tanto in Tripolitania quanto in Cirenaica.

Non solo quindi la contrapposizione tra il governo dell’ONU (più che della Libia) di Al Serray ed il parlamento di Tobruk (erede della camera eletta nell’estate 2015 ed impossibilitata ad insediarsi a Tripoli e Bengasi ed in cui, tra le altre cose, aveva ottenuto un seggio lo stesso Al Serray), così come non solo la presenza dell’ISIS sempre più forte a Sirte da un lato e le azioni dell’esercito guidato da Haftar dall’altro, la Libia appare suddivisa in realtà alla stessa maniera di un puzzle disgregato e spezzettato in mille piccoli tronchi, il cui unico collante debole è costituito dai soldi che continua ad erogare la Banca di Libia dal suo esilio di Malta. Proprio quella della Banca di Libia è una storia del tutto peculiare all’incredibile situazione venutasi a creare nel paese africano con l’intervento occidentale; il governo di Gheddafi non ha prodotto nemmeno un centesimo di debito internazionale, tutt’altro è riuscito a mettere insieme un gran numero di riserve sia monetarie che bancarie, gran parte delle quali convogliate proprio presso la Banca di Libia la quale, a distanza di cinque anni dalla caduta del regime, è in grado ancora oggi di erogare stipendi e servizi ed ha un’autonomia di tanti anni davanti a sé: ospedali, scuole, università e quant’altro oggi dà una parvenza di normalità in Libia, viene pagato con le riserve gheddafiane. La Libia è un paese quasi fallito, con fazioni a contendersi il potere, con l’ISIS che avanza e con la comunità internazionale che impone governi non eletti, eppure l’unico elemento di unità è rappresentato dall’unica istituzione del passato regime di Gheddafi ancora in piedi; questo la dice lunga sullo scempio perpetuato dall’intervento occidentale della NATO nel 2011, è emblema della miopia europea ed a stelle strisce, i cui risultati si vedono tanto nel paese africano, quanto nelle coste siciliane e del sud Italia, dove centinaia di gommoni carichi di disperati vengono ogni giorno soccorsi e dove spesso si registrano gravi tragedie del mare.

Alla luce di tutto questo, ben si comprende l’astio dei tripolini verso il nuovo governo di Al Serray, così come l’indifferenza verso tale esecutivo del resto del paese; per i libici, quello sbarcato nel porto di Tripoli lo scorso 30 marzo, altro non è che un mero governo coloniale e questa nuova sensazione di assedio non fa che avvantaggiare il terrorismo. Il caos libico non può essere risolto da chi lo ha causato; l’occidente deve fare più di un passo indietro dalla Libia, ridando ai libici la possibilità di ricostruire le istituzioni statali. L’unico approccio sensato che in questo momento la comunità internazionale potrebbe avere, è quello di mediatore; attualmente, si è provveduto a mettere assieme numerose fazioni del paese, con il fine di creare un governo fantoccio, ma esperienze del genere sono già fallite in passato, come per esempio nel sopra citato caso afgano. La funzione mediatrice dell’occidente, potrebbe avere un senso soltanto per unire le varie anime della Libia dando però poi al popolo libico la possibilità di scegliersi forme e uomini di governo; del resto, dopo 42 anni di gheddafismo, la società libica è in grado di avere forti anticorpi al proprio interno contro l’estremismo islamico e contro l’ideologia takfira, ma se l’occidente continua ad imporre il proprio volere allora per gli uomini di Al Baghdadi cercare nuove reclute sulle coste del Mediterraneo ed a due passi da casa nostra, potrebbe essere ancora più semplice. Purtroppo però, l’intenzione di molti attori internazionali mira soltanto ad impadronirsi delle risorse libiche, sfruttando un falso insediamento di un governo fantoccio per poter riprendere a far risuonare il frastuono delle bombe in nome della lotta al terrorismo dell’ISIS, creato grazie ad altre miopie politiche e sociali dell’occidente. Un giro perverso, che difficilmente vedrà una soluzione: si è forse destinati ancora per tanto tempo ad osservare una Libia pronta ad implodere ai confini di casa nostra, piangendo le ben prevedibili nefaste conseguenze.