Quando vi furono i funerali di Paolo Borsellino, nel 1992, in chiesa successero alcune cose strane; mai viste sino a quel momento. I poliziotti – amici e colleghi dei membri della scorta saltati in aria in via d’Amelio – aggredirono verbalmente e fisicamente l’allora capo della Polizia, Parisi. I palermitani, esasperati e accorsi in gran numero a rendere omaggio a Borsellino, provarono a menare (sì, menare) Scalfaro, neo Presidente della Repubblica che fu salvato a stento se non da un linciaggio (era gente per bene), almeno da qualche ceffone. Perché successero cose del genere? Semplice. I poliziotti impegnati sul campo e i normali cittadini avevano capito con chi dovevano prendersela; avevano capito che dietro alle stragi mafiose c’era anche lo Stato, che con una mano combatteva cosa nostra e con l’altra ci siglava accordi. Non è questa la sede per dilungarsi sulla questione, ma il principio, ridotto all’osso, si può applicare anche alla maggior parte degli attentati terroristici che ormai infestano l’Europa.

Hollande e Valls sono stati duramente contestati a Nizza perché quando viene attaccata la Francia, non viene attaccato un Paese che non c’entra niente col terrorismo o che lo combatte da sempre “senza se e senza ma”, anzi. Si attacca uno Stato che dentro al proprio armadio ha scheletri a non finire. Per questo motivo si può fare la seguente proporzione: Daesh sta oggi alla Francia come la mafia stava allora allo Stato italiano. Accomunati dallo scendere a patti con un’organizzazione criminale per diversi motivi (geopolitici, economici, elettorali, ecc.), servendosene convinti che in qualunque momento potranno smettere, ringraziare e dimenticare l’accaduto. Ma non funziona così. La mafia, così come lo stato islamico e altre organizzazioni, non è un taxi dove si sale, si paga la corsa e si scende quando si vuole. La mafia iniziò a colpire duramente lo Stato italiano (Falcone, Borsellino, Salvo Lima, le bombe di Firenze, Roma e Milano, ecc.) quando questo cessò di fornirle l’appoggio che le aveva garantito sino a quel momento; e iniziò a combatterla (maxi-processo, 41bis, sequestro dei beni, ergastolo, ecc.). Lo stesso, con le dovute proporzioni, accade ora con la Francia: è stata la principale responsabile nel disastroso attacco contro la Libia di Gheddafi al fianco delle milizie islamiste, in prima fila nel richiedere un attacco contro la Siria di Assad dopo la bufala delle armi chimiche del 2013, finanziatrice senza tregua dei “ribelli moderati” durante l’intera guerra, alleato di ferro delle petromonarchie del Golfo ma, ora, sembra aver intrapreso qualche cambiamento di rotta. Combatte lo stato islamico nel Mali e (sembra) anche in Libia; vedendo la mal parata in Siria, strizza l’occhio alla Russia e volge le spalle a coloro che erano sino a poco tempo fa i suoi alleati nella guerra (addirittura combattendoli, a seguito degli attentati di gennaio e novembre 2015). Alleati indegni sì, quindi, ma più che utili, al momento opportuno, per perseguire i propri obiettivi politici ed economici. Fino a quando il giocattolo non sfugge di mano.

Morale della favola: quando accadono avvenimenti simili, c’è spesso (sempre?) un motivo ben più oscuro di quello che viene spacciato come veritiero. La Francia paga oggi, all’interno dei suoi confini, una politica ambigua e in alcuni casi vergognosa; così come gli Stati Uniti pagarono l’11 settembre 2001 anni di politiche estere miopi e rapporti indegni; proprio come l’Italia pagò decenni di connivenza e sostegno a cosa nostra. Trait d’union ed epilogo di tutte queste tristi vicende: quando si sostengono organizzazioni criminali, i risultati sono sempre questi; e a pagare con la vita, non sono mai i diretti responsabili ma inermi cittadini che diventano inconsapevoli pedine di un gioco sporco e più grande di loro. Le lacrime di coccodrillo di Hollande, quindi, non devono commuovere nessuno.