Report di Reuters confermano che questo martedì l’Aviazione Turca ha portato a termine diversi bombardamenti nel nord dell’Iraq, colpendo con successo i miliziani del PKK. Erano almeno 13 i Jet che hanno preso parte alle operazioni militari. Il comunicato ufficiale rilasciato dalle forze armate turche parla della distruzione di target quali diversi rifugi, caverne che nascondevano nei loro anfratti degli avamposti curdi segreti e di numerosi depositi di armi utilizzati dal PKK. I bombardamenti sono stati compiuti sia nel nord dell’Iraq sia negli stessi confini della Turchia, nell’area in prossimità della città di Semdinli, nella provincia sud-est di Hakkari. Nella confusione scatenata dagli ultimi sviluppi in Libia e in Siria, sembra essersi costituita una coltre di fumo mediatica perfetta per la Turchia di Erdogan, che ora può agire ancor più indisturbata (come se prima non lo fosse…) verso il compimento di quello che da tempo è uno dei suoi obiettivi principali: l’eliminazione della minoranza curda.

Ma noi occidentali sembriamo essere affetti da Alzheimer quando si parla di questa realtà regionale ancora non “Stato”, probabilmente perché nessuno dei nostri paesi nutre interessi nell’intrattenere rapporti con un’entità regionale da cui non è possibile ricavare vantaggi economici. D’altronde il Kurdistan non esiste, non è, appunto, uno Stato. Eppure è presente un esercito per la difesa del popolo curdo. Interessante anomalìa. E’ giusto allora stilare una breve cronistoria di tutti i maggiori bombardamenti subiti dal popolo curdo da quando, ormai da due estati fa, è alla mercè della fame espansionistica del presidente, con tratti da sultano, Recep Tayyp Erdogan.

Marzo 2015, caccia turchi bombardano cinque differenti avamposti del PKK in diverse aree dell’Iraq e Ankara parla di 67 miliziani curdi rimasti uccisi. 9 dicembre 2015, 10 F-16 turchi bombardano diverse postazioni curde. Dicembre 2015, Ankara – con il solito pretesto di combattere le milizie dell’IS – spedisce 150 soldati e 25 carri armati nella provincia di Nineveh, in Iraq, senza richiedere nessun permesso all’autorità di Baghdad, ricevendo in risposta la secca richiesta da parte del governo iracheno di lasciare immediatamente il paese. Nessuno aveva richiesto il loro intervento. Perchè Baghdad sapeva benissimo che le forze armate turche, schierate senza nessun tipo di avvertimento nel nord dell’Iraq, non erano lì con l’intento di combattere i miliziani dell’IS, bensì per controllare la minoranza curda presente in quella fascia del paese. Ad Erdogan erano arrivate voci che i curdi-iracheni avessero cominciato una vera e propria “campagna di sfratto” delle famiglie arabe presenti in quella zona, nell’intento di spingerle fuori dal territorio per formare così, finalmente, una piccola realtà curda nel nord dell’Iraq. Questi sono solo pochissimi degli episodi che scandiscono regolarmente – e con ancor più vigore dal luglio 2015 – la travagliata storia del popolo curdo. Martedì l’ennesima notizia di un duplice bombardamento da parte delle forze aeree turche nei confronti del PKK.

Una buona notizia sembrerebbe arrivare dal piano Bolton, che prevede la formazione di una regione federale curda dipendente dal governo centrale siriano, e che quindi permetterebbe almeno ai curdi-siriani un riconoscimento parziale della sovranità del loro popolo. Si utilizza il condizionale perché una decisione di questo tipo farebbe storcere il naso a due amici degli Stati Uniti e dell’Europa, la Turchia di Erdogan e l’Arabia Saudita. La Turchia non può permettersi, con i curdi presenti nella fascia sud-est dei suoi confini, la formazione di una realtà curda in Siria. Il rischio che i curdi iracheni, siriani e quelli presenti nel suo paese confluiscano, formando così in prospettiva un vero e proprio Stato, è troppo alto. L’Arabia Saudita appoggia il suo alleato ottomano, e l’Europa non può certo andare contro a chi sta tenendo nel suo paese (prezzo della transazione: 6 miliardi di euro) milioni di profughi, che se lasciati liberi di transitare per le vie balcaniche inonderebbero un’Unione Europea già con l’acqua alla gola. Sembra allora che anche la formazione di una regione federale curda dovrà aspettare, e sembra che i curdi, come al solito, se la dovranno cavare da soli.