Il problema è capirsi, oppure nessuno può capire nessuno” diceva Calvino della complessità del dialogo umano. L’incomprensione, a volte, è proprio dettata dalla volontà di udire parole comprensibili solo per se stessi, così però, non si potrà mai avere un punto di contatto. Attualizzando il pensiero, emblematiche sono state le dichiarazioni di Putin circa il recente conflitto tra Arabia Saudita e Yemen, creando un evidente parallelismo con gli schieramenti oggi in campo in Ucraina: “Se si applicano standard differenti allo stesso tipo di eventi, non saremo mai in grado di accordarci su nulla”. Un po’ come dire che, facendo due pesi e due misure, non si può pretendere che si converga in qualche modo verso obiettivi comuni. Ed è quello che negli ultimi quindici mesi è successo tra gli Stati Uniti e la Russia, i quali, probabilmente, non hanno avuto voglia di capirsi, pronunciando parole incomprensibili all’orecchio dell’altro. Forse delle novità ci sono. Il Segretario di Stato John Kerry è volato in Russia per la prima volta dall’aggravarsi della situazione sul conflitto ucraino, seriamente compromessa dal febbraio dello scorso anno. La sua visita di cortesia si è tenuta a Sochi, proprio dove si sono tenuti gli ultimi Giochi Olimpici invernali, dove forse, si era affermata quella sensazione di gelo (figurato e non) tra l’Occidente e l’orso, mentre a Kiev le piazze erano messe a ferro e fuoco. Una volontà di ritrovarsi, insomma, proprio là dove ci si era amaramente lasciati. Le gentilezze di circostanza hanno portato ad uno scambio di presenti tra i due Ministri degli Esteri, con Lavrov padrone di casa che ha regalato a Kerry un cesto di patate di Krasnodar (buone per far la vodka, al contrario di quelle giganti dell’Idaho che Kerry regalò a Lavrov l’ultima volta) e di pomodori siberiani.

Di certo non può definirsi cruciale questo incontro circa la prospettiva della risoluzione delle crisi che vedono i due Paesi direttamente coinvolti; lo stesso Kerry ha definito come “schiette” le conversazioni avute con il presidente Putin ed il suo omologo russo, fondamentali per mantenere attiva la cooperazione specialmente nella trattazione delle questioni internazionali come gli accordi sul nucleare iraniano e la crisi siriana, oltre che ovviamente sulle parti del conflitto yemenita e la sincronica Ucraina. I principali punti di discussione sono stati infatti l’implementazione dei punti degli accordi di Minsk, mantenendo la condizione di non belligeranza in Donbass, di uniformare le elezioni delle autoproclamate repubbliche autonome alla Costituzione ucraina e di sviluppare un piano di riforme che includa una decentralizzazione del potere da Kiev. Anche la questione siriana ha avuto una menzione notabile nelle conversazioni, specialmente circa l’utilizzo delle armi chimiche da parte delle truppe di Assad nel Paese mediorientale, sottolineando come sia importante che venga intavolata una trattativa con le autorità ai fini di risolvere nella maniera più efficace possibile la crisi, a diretto ed immediato beneficio del popolo siriano. Ovviamente si è discusso dei rapporti bilaterali diretti tra Mosca e Washington, ma è evidente come non possano essere fratture sanabili nottetempo. Lo stesso Lavrov ha infatti dichiarato che “una collaborazione tra i due Paesi può configurarsi solo su basi di equità, senza che si dettino o applichino pressioni sulla Russia”. Che la Russia rinunci ai suoi interessi nazionali sotto il ricatto di sanzioni economiche e politiche è in sostanza fuori discussione e questo in Occidente sembrano averlo capito.

Passi avanti importanti non ce ne potevano essere, lo stesso Kerry lo ha sostenuto, ma vi è sicuramente un outcome rilevante: le “big politics” hanno bisogno della Russia, l’isolamento dell’orso dallo scenario internazionale non giova. Se inizialmente gli Stati Uniti ritenevano che Mosca potesse essere un player marginale, una mera “potenza regionale”, beh, sicuramente si è rivelato un calcolo errato: ad oggi le principali questioni internazionali hanno richiesto e richiedono che la Russia sia un partner decisivo nelle trattative. Il tentativo americano di imporre un unilateralismo di potenza ha mostrato che ciò non è una prospettiva considerabile. Non è stato certo auspicabile un potenziale salto indietro di cinquant’anni, sebbene si sia ritenuto più che probabile un anacronistico gelo dei dialoghi; cose da Guerra Fredda, insomma. Molti hanno rivisto lo spettro di quella linea rossa diretta tra Washington e Mosca, in uno spaventoso scenario apocalittico. La verità è che nessuno voleva farsi del male, e nessuno voleva che ce lo si facesse. Ad oggi, avere una Russia forte e cooperativa sul panorama internazionale è solo un vantaggio, al fine di estirpare i reali pericoli che il mondo fronteggia. Bene che il telefono squilli, ma per parlare di disgelo.