Non è tempo, né tantomeno luogo, per dormire sonni tranquilli. E quella Kobane che aveva emozionato il mondo con l’eroica resistenza delle milizie curde, torna di nuovo al centro dell’attenzione, illuminata da un sinistro riflettore che reca l’impronta di Daesh, o, se preferite, dell’autoproclamato “califfato”. Non che vi fossero stati segnali negli ultimi giorni. Lo “stato islamico”, pur nell’ambito di una travolgente offensiva ad ampio raggio su tutto il territorio siriano, riscontra alcune battute d’arresto di non trascurabile importanza. A Palmyra e a Raqqa i combattenti takfiri soffrono le controffensive siriana e di Hezbollah; e proprio da queste città sarebbero giunti in ritirata i guerriglieri che avrebbero così rotto la (relativa) tregua che si respirava negli ultimi mesi a Kobane. Nella città divenuta simbolo della resistenza anti-islamista, lo shock di un’autobomba che nella mattinata di giovedì squarcia l’ingresso della città e che coinvolge inevitabilmente civili – lasciando sul selciato almeno diciotto morti, tra cui donne e bambini, e decine di feriti – riporta al ben collaudato sistema con cui le bande di tagliagole al soldo di petromonarchie ed alleati hanno destabilizzato l’Iraq, prima, e l’intera Siria, poi.

Tuttavia, se alcune voci parlano di un attacco fatto convergere da più fronti ma comunque interne alla Siria, fonti iraniane dipingono invece una realtà diversa. E che, se nella sostanza non si discosta purtroppo molto dal tragico bilancio di sangue, getta nuove ed inquietanti ombre sul ruolo della Turchia e del “sultano” Erdogan. Kobane, cartina geografica alla mano, dista in alcuni suoi sobborghi appena qualche decina di metri dal confine turco-siriano. E oggi, il carico di morte, sembra essere arrivato direttamente da Ankara e non per interposta spedizione. Con le due autobombe provenienti dal confine turco; e i conducenti camuffati da soldati curdi che hanno così sfruttato una scarsa presenza di miliziani dell’YPG, impegnati altrove in azioni militari. I valichi lungo questa linea – sovente “terra di nessuno” ove armi e uomini passavano e passano come acqua in un colino – così come altri valici lungo i confini siriani con Iraq, Giordania ed Israele, sono al centro del grande quesito che il mondo razionale si pone dall’avvento di Daesh sulla scena internazionale: chi e come rifornisce continuamente lo “stato islamico” con tutto ciò di cui bisogna per proseguire la sua avanzata? Mentre la Giordania ospita campi d’addestramento, Israele compie incursioni in territorio siriano per attaccare l’esercito di Assad e salvare ribelli feriti, e le petromonarchie sostengono a modo loro la galassia islamista, la Turchia si rivela essere lo stato confinante più coinvolto nel sostegno agli islamisti.

Pur estremamente ambigua, la politica neo-ottomana a cui Erdogan ci ha abituati in questi anni segna con l’attacco di oggi un ulteriore e grave sconfinamento. La chiave primariamente anti-curda in cui questo s’inserisce, non giustifica l’ennesimo sostegno offerto sul piatto d’argento ai terroristi del “califfato”. Che possono così dar ancora filo da torcere in un’area dove curdi, siriani e mondo libero erano convinti di averli definitivamente scacciati.