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Un’esplosione a Diyarbakir, prima la smentita ufficiale ad opera della Polizia circa l’eventualità di un attentato, poi la conferma di un crollo dovuto ad un incidente, la conta dei feriti e delle vittime ed infine, dopo 24 ore, un secco dietrofront: nella città più importante del Kurdistan turco, l’esplosione è stata causata da una bomba piazzata da non identificati terroristi. Questo è soltanto l’ultimo episodio che può essere annoverato come emblema del clima che si respira in Turchia, alla vigilia del referendum costituzionale del prossimo 16 aprile; tutti i cittadini, compresi quelli residenti all’estero, saranno chiamati ad esprimersi sulla proposta che sugellerebbe, di fatto, l’intero percorso politico del presidente Erdogan, ossia la trasformazione della Turchia in Repubblica presidenziale a tutti gli effetti, con il capo di stato non più figura meramente cerimoniale delle istituzioni.

L’impressione è che il fondatore dell’AKP e leader del paese dal 2002 (tra premierato e presidenza della repubblica) si sta giocando il tutto per tutto: il presidenzialismo è inseguito da Erdogan dall’epoca del suo primo governo, nel 2007 l’elezione di Gul (suo delfino e suo ministro degli Esteri nei primi governi dell’AKP) ha accelerato il processo, in seguito il via libera alla riforma che ha previsto l’elezione diretta del Presidente a partire dal 2014 ha dato ulteriore spinta ai progetti del fondatore dell’attuale partito di maggioranza, il referendum è quindi l’ultimo atto che potrebbe portare al definitivo disco verde di un obiettivo che affonda le basi nei primi anni di vita politica dell’AKP. Ma in ballo, la prossima domenica, non c’è solamente lo scontro diretto tra chi vorrebbe il prevalere degli ‘Evet’ (Sì in turco) e chi invece quello degli ‘Hayir’ (il No, per l’appunto): il 16 aprile la Turchia tornerà al voto per la prima volta dal 15 luglio del 2016, data del tentato colpo di stato.

Manifesto a favore del Si al referendum costituzionale

Manifesto a favore del Si al referendum costituzionale -Credit Chris McGrath/Getty Images

Le urne saranno aperte in un clima dove lo spauracchio di quella nottata estiva torna frequentemente tanto nei palazzi del potere di Ankara ed Istanbul, quanto nei pensieri della gente comune; l’ombra del golpe di oramai nove mesi fa, aleggia pesantemente in tutto il paese, alle prese con un’economia che non regala al momento segni molto positivi e con il problema della sicurezza evidenziato sia dall’ultimo attentato di Diyarbakir, che da una lunga scia di sangue che colpisce la Turchia da oramai tanti e troppi mesi. Ma non solo: si arriva a queste elezioni referendarie con un presidente Erdogan che evidenzia una grave perdita di lucidità e che mostra tutte le proprie insicurezze derivanti tanto da fattori interni quanto soprattutto esteri; i sondaggi danno Evet e Hayir non troppo lontani, i dirigenti dell’AKP temono che la vasta mole di indecisi, circa il 30% negli ultimi rilevamenti, possa dare una clamorosa spallata al progetto costituzionale.

A tutto ciò, bisogna aggiungere i timori che arrivano soprattutto, per Erdogan, dalla sua fallimentare politica estera; l’operazione ‘Scudo nell’Eufrate’, chiusa ufficialmente solo nei giorni scorsi, è stata un fiasco: decine di soldati morti, tanti mesi di stallo militare attorno la città siriana di Al Bab ed infine un guadagno territoriale, tramite le milizie guidate ed armate da Ankara, che non dà alcuna garanzia circa la non formazione di un’entità autonoma curda lungo i confini turchi, che era poi il vero obiettivo della missione. Ma non solo: il ‘balletto’ tra NATO e Russia, consegna alla cronaca un Erdogan incapace di tenere una propria linea, ma soprattutto di essere preso in seria considerazione dalle parti in causa in queste ore così difficili per la crisi siriana. Prima il progetto di estromissione di Assad, anche a costo di finanziare jihadisti, islamisti e lo stesso ISIS, poi dopo il tentato golpe di luglio un lento riavvicinamento a Mosca e l’avvio di una fase in cui Ankara è stata protagonista degli accordi di Astana, pietra miliare di un vero possibile processo di pace in Siria, infine l’appoggio dato a Trump in occasione del bombardamento contro la base di Shayrat ed il ritorno alla retorica anti Assad, con tanto di accuse personali al presidente siriano. Repentini cambi di fronte e di opinione, che non danno al momento alla Turchia, nonostante il tributo di decine di suoi ragazzi dell’esercito, un ruolo chiave nella guerra siriana e nel Levante ed anche in questo caso un altro grande obiettivo di Erdogan, ossia il ritorno di Ankara nel novero delle grandi potenze regionali, appare entrare in una fase di stallo.

Immagini del tentato golpe 20/06/2016

Un pantano, quello siriano, che fa il pari con quello curdo in cui la guerra contro il PKK ha consegnato un sud est della Turchia in pieno assetto da guerra civile; un pantano, di fatto, generato dalle mire neo ottomane di Erdogan, che rischia di far scivolare in sentieri molto paludosi l’intero paese, tra nuove battaglie che si aprono ed i gravi rischi sulla sicurezza, così come l’intero operato politico del presidente. Il ‘sultano’ questo lo sa ed è da qui che nasce il proprio grande nervosismo: il rischio, per lui e per l’intera classe dirigente di Ankara, è quello di essere assorbiti in una spirale discendente a causa degli errori/orrori in politica estera dopo 15 anni di potere; il referendum quindi, assume in questo contesto un’importanza cruciale, che va ben oltre il merito della riforma oggetto della discussione.

Erdogan non può far altro quindi che uscire allo scoperto e giocare tutte le sue carte: del resto, sa bene come al pantano in politica estera, fa da contraltare però una politica interna dove il consenso al suo partito rimane alto e dove, soprattutto, non si vedono all’orizzonte forti e credibili alternative politiche in grado di scalzarlo. Domenica, dalle urne, usciranno quindi tanti responsi per la Turchia del prossimo futuro ed essi non riguarderanno soltanto gli esiti del referendum costituzionale.