Colpo di stato in Turchia. I militari contro Erdogan e il sistema di potere dell’AKP che per più di dieci anni ha guidato il più grande paese del Medio Oriente. “Abbiamo preso il potere per proteggere la democrazia e ristabilire i diritti civili”, hanno detto i generali, parole a cui ha risposto Recep Tayyip Erdogan invitando i turchi a scendere in piazza a difesa delle istituzioni. Il caos regna sovrano. Aeroporti e frontiere chiuse, televisioni e media di Stato occupate dai militari, mentre voci insistenti parlano di scontri tra le forze di sicurezza e soldati dell’esercito. Forti esplosioni sono state sentite sia nella capitale Ankara che a Istanbul, dove si sono uditi colpi di arma da fuoco nelle strade, mentre elicotteri da guerra bombardavano il parlamento della capitale. Da golpe soft a guerra civile, in un paese geopoliticamente importante, bersaglio del terrorismo e alle prese con la mai risolta questione curda. Erdogan ha accusato apertamente Fetullah Gulen, storico oppositore del sistema di potere messo in piedi dall’AKP e ora in esilio negli Stati Uniti. Da un cellulare l’ormai ex presidente turco ha chiamato alla rivolta, raccogliendo il favore degli Imam, che hanno esortato i cittadini a scendere in strada contro i militari. Lealisti contro golpisti. Raid contro la sede dei servizi segreti, spari tra poliziotti e soldati. La popolazione è divisa. Gruppi di civili in festa nella famosa piazza Taksim hanno accolto i militari con gioia, mostrando bandiere e suonando i clacson in segno di vittoria. Altri, invece, fedeli al governo, si sono scagliati contro i carri armati, inneggiando slogan islamisti e filo governativi, senza provocare nessuna reazione violenta da parte dei golpisti. Un paese spaccato in due dove poliziotti e soldati sparano gli uni contro gli altri, a difesa dei rispettivi poteri. I militari hanno occupato per breve tempo istituzioni, televisioni e infrastrutture, segno che il regime change non era del tutto pronto. Da una parte l’esercito nella sua componente laica e kemalista, dall’altra polizia e servizi di sicurezza fedeli a Erdogan che hanno dichiarato fallito il tentativo di golpe.

Nonostante il sostegno di buona parte della popolazione, come dimostrano le folle inneggianti il suo nome, Erdogan è solo, snobbato dagli alleati di un tempo e ostaggio delle sue paranoie. La sua fuga è stata un vero e proprio giallo. Prima in volo senza meta sui cieli di mezzo mondo, poi avvistato in Turchia. Scontri in tutto il paese a testimonianza dell’estrema polarizzazione della società turca. Una spaccatura favorita dalle politiche degli ultimi anni di Erdogan. Da tempo l’ex sindaco di Istanbul aveva perso la fiducia delle istituzioni militari, soprattutto dopo la decisione di portare una vera e propria guerra nelle zone curde del paese, il golpe era solo questione di tempo. In mancanza di un’opposizione credibile, in grado di sfidare lo strapotere dell’AKP, i militari hanno preso in mano la situazione, mettendo a rischio, in una notte, un sistema che sembrava irriformabile.Piuttosto timide le reazioni internazionali. Nessuno è sembrato preoccuparsi troppo per la sorte di Erdogan. Stati Uniti e Russia sembrano condividere la stessa posizione attendista, limitandosi a mettere in guardia i turchi dalla possibile carneficina e a sostenere gli sforzi per il ritorno della democrazia. Frasi di circostanza a cui fanno eco le parole dei leader europei che si sono schierati per una generica “democrazia”. Una notte lunga, forse la più lunga, per un paese già provato dalla scia di sangue degli attentati terroristici degli ultimi due anni e alla ricerca di un’identità e di un posto nel mondo che conta. Probabilmente sarà un bagno di sangue. Erdogan tornerà più forte di prima e nell’esercito si aprirà la resa dei conti. Nonostante i proclami del governo, nessuno sembra controllare a pieno la situazione, ma la cultura del sospetto e della divisione favorita da Erdogan avrà un impatto negativo sul corso degli eventi, lasciando una profonda cicatrice sulla pelle dei turchi. Il golpe è fallito, ma nessuno, da stasera, potrà chiudere gli occhi di fronte al caos che regna in Turchia, paese membro della NATO e a perenne rischio implosione.