di Riccardo Antonucci

Sono ormai lontani i tempi in cui il presidente dell’Argentina Cristina Kirchner lanciava la sua iniziativa di creare un sistema creditizio alternativo al Fondo Monetario ed alla Banca Mondiale, a seguito della sentenza emessa dal tribunale di Washington che ha respinto il ricorso del Paese latinoamericano all’interno del processo relativo agli hedge funds – emessa dal giudice statunitense Thomas Poole Griesa il 16 giugno 2014 – e dato ragione ai creditori stranieri.
L’intento dell’Argentina era quello di evitare di dover corrispondere il rimborso integrale dei titoli di debito a seguito della bancarotta del 2001. Non potendo più contare sullo strumento dei tribunali, il presidente Kirchner optò per una riorganizzazione radicale degli equilibri interni del Sudamerica, scelta che trovò la sua concretizzazione più alta nel vertice di Fortaleza: accanto ai partner limitrofi come Brasile e Venezuela, l’evento volto a porre le basi per una nuova organizzazione economica internazionale che potesse controbilanciare gli interessi delle maggiori potenze mondiali – di cui il FMI è una chiara espressione – puntò fin da subito a raccogliere il sostegno dei BRICS, i quali lamentano da tempo un potere decisionale all’interno del sistema corrente non adeguatamente proporzionato. In particolare, i leader politici Xi Jinping (Cina) e Vladimir Putin (Russia) si dimostrarono particolarmente interessati a sostenere la nascita di un progetto che vedeva finalmente l’America latina unita per contrastare la speculazione finanziaria portata avanti dai capitali stranieri. Si trattava del sogno perseguito anche da Chávez, il quale operò per rendere il Venezuela la locomotiva capace di trainare sulla scena internazionale una potenza regionale compatta ed orientata verso Cina e Russia, allontanando da sé le invadenze statunitensi.

Tuttavia, all’appoggio politico riscosso dall’Argentina non seguì il sostegno economico sperato ed il progetto di Fortaleza venne affossato prima ancora di poter venire alla luce. È qui che torniamo ai giorni nostri: il candidato liberale Mauricio Macri ha vinto le elezioni in Argentina ponendo fine alla stagione peronista durata dodici anni. Tra i suoi primi provvedimenti vi è stata la firma di un accordo con i creditori e l’abolizione del controllo sul cambio dollaro/peso argentino. I creditori potranno dormire sonni tranquilli e magari approfittare anche del programma di liberalizzazioni avviato dal presidente, il quale ha visto come primo atto l’abolizione delle tasse sul grano, mais e carne, i principali prodotti da esportazione verso i mercati occidentali. Per compensare la riduzione del gettito fiscale sono stati eliminati i sussidi pubblici, con conseguente aumento generale del costo del trasporto pubblico, dell’energia e della benzina. Uno scenario già visto, dunque: un Governo desideroso di compiacere quella finanza internazionale da cui è sostenuto opera per assicurare a quest’ultima l’estinzione dei debiti nei suoi confronti e crea le condizioni ottimali per poter operare all’interno del Paese.
Il caso argentino non è però isolato: il ritorno di istanze conservatrici è avvenuto anche in Brasile con l’impeachment di Dilma Rousseff del 12 maggio, a seguito del quale il suo vice Michel Temer ha assunto la guida provvisoria dello Stato e ha prontamente avviato una nuova stagione di liberismo dopo gli anni di Lula. Le principali economie del Sudamerica, dunque, sono tornate in mano agli interessi della borghesia e del capitale, lieti di poter approfittare di nuovo della compiacenza governativa per perseguire i propri obiettivi.
Il socialismo latinoamericano è forse un esperimento destinato al tramonto: la patria della nuova opposizione al capitalismo statunitense, il Venezuela, ha visto la concomitanza della sconfitta elettorale di Maduro e dell’avvio di una stagione di proteste politiche alimentata dalla scarsità di beni di prima necessità. Da potenza regionale aspirante alla scena globale, Caracas deve accontentarsi ormai di essere una roccaforte in rovina di un tempo che fu.

Lo stesso triste destino sembra profilarsi in Bolivia: il referendum costituzionale del 2016 che avrebbe concesso ad Evo Morales di poter ricoprire la carica di presidente per la terza volta consecutiva è stato vinto dal NO, che registra un successo territoriale molto ampio conquistando sei dipartimenti su nove. Ora che la Bolivia sembra essersi arricchita emergono le posizioni della borghesia che, preoccupata di poter perdere quanto conquistato, è intenzionata a limitare il proseguimento della redistribuzione.
Dove vi era la povertà, il socialismo poteva risultare una speranza. Adesso, con la borghesia che avanza, l’America latina sembra intenzionata a rinnegare il percorso fatto finora.