Il brand del Califfato continua la sua inesorabile espansione e – come ogni marchio internazionale che si rispetti – deve essere immediatamente riconoscibile e contemporaneamente presente su più piazze possibili. La stessa metamorfosi del nome – ISIL, ISIS, in arabo DAESH (colui che semina discordia) o più semplicemente IS – basterebbe a spiegare la sua potenza commerciale; un po’ come la Coca-Cola – che in inglese si scrive Coke e viene poi tradotta in qualsiasi altra grafia in giro per il mondo – rimanendo però visivamente la stessa e identificabile cosa. Cameron stesso si è lamentato con la BBC perché a suo avviso chiamarlo Stato Islamico ne rafforzerebbe l’immagine e la capacità di attrazione; niente di più stupido: la mutazione del nome rimarca già la sua potenza evocativa. La precisa simbologia costituita da bandiere nere, tute arancioni, esecuzioni in stile hollywoodiano – dalla gabbia infuocata stile Mad Max all’ultimo raccapricciante show nell’arena di Palmira come ne Il Gladiatore – dimostrano quanto il nome sia ormai relativo. Il Califfato è infatti il primo gruppo terroristico che fa del marketing e dell’internazionalità la sua vera arma; i suoi video, i suoi proclami ne garantiscono il successo prima ancora delle sue gesta militari. I finanziamenti giungono copiosi perché il marchio è vincente, facilmente esportabile e le sue azioni/quotazioni in costante ascesa. Niente a che vedere con al-Qaida che, sebbene abbia varie diramazioni, mantiene sempre un nucleo ben riconoscibile afghano-pachistano-yemenita e fa dell’anonimato e della non rivendicazione (neppure l’11 settembre) il suo marchio distintivo.

L’accelerazione che l’IS ha impresso in queste ultime settimane – 100 vittime tra Tunisia, Francia, Yemen e Kuwait – fanno da contraltare alle difficoltà che il gruppo ha incontrato in Siria e Iraq. La capacità di colpire luoghi così lontani dal core business consentono di mantenere sempre un’immagine vincente e minacciosa. Queste operazioni frutto degli sforzi delle cellule terroristiche all’interno dei Wilayat, ovvero delle diramazioni locali del Califfato, dimostrano la capacità di proiezione degli uomini in nero. L’offensiva lanciata poi il 1° luglio dal Wilayat Sinai dimostra un notevole salto di qualità nelle tattiche e negli armamenti a disposizione del gruppo jihadista: un attacco simultaneo a 21 postazioni governative egiziane portato avanti con armi leggere, mortai, RPG, MANPADS (per inibire l’aviazione), razzi anticarro e veicoli blindati esplosivi. Gli uomini di al-Baghdadi ormai attaccano apertamente il ben equipaggiato esercito egiziano – più di 500 i morti tra le file dei regolari -, occupando caserme, valichi e addirittura la base aerea di al-Jura, sito della Multinational Force and Observers (MFO).

Il gruppo sta affinando tecniche che si credevano passate, come l’utilizzo dei tunnel e in particolare di quelli esplosivi – ampiamente utilizzati durante la Prima Guerra Mondiale – per aggirare i nemici o per fare detonare punti strategici come nel caso del Centro Comando delle forze irachene a Ramadi. Tattiche semplici, emulabili da altri gruppi salafiti che, a loro volta, non fanno altro che aumentare la notorietà e la capacità attrattiva degli uomini in nero. Il 23 giugno inoltre è stato proclamato ufficialmente il Wilayat Qawqaz (Caucaso) che soppianta di fatto l’Emirato Islamico del Caucaso (IEC) – affiliato ad al-Qaida – attirando i miliziani a cambiare casacca. Il loro leader infatti, Aliaskhab Kebekov, ucciso lo scorso aprile dalla Forze di Sicurezza Russe, ha lasciato un pericoloso vuoto di potere subito colmato dagli uomini di al-Baghdadi. Il gruppo ora sarebbe finalmente in grado di portare attacchi anche sul suolo russo – dove da tempo segnalavamo si sarebbe diretto, unico stato europeo ad essere direttamente oggetto delle attenzioni del Califfato -, tanto da far dichiarare al ministro degli esteri Lavrov di essere il “principale nemico della Federazione Russa”, mentre dall’altra parte dell’Atlantico continuano imperterriti a giocare alla Guerra Fredda.