Il Super Tuesday delle primarie presidenziali americane, nel quale gli elettori di 13 stati americani si sono consultati per l’attribuzione dei delegati per le convention estive dei due grandi partiti per la nomination dei candidati alla stanza ovale, regalando dei risultati da un lato prevedibili, dall’altro contro pronostico e inimmaginabili. Accanto alla sorpresa del semi-outsider Donald Trump, grande vincitore di questa tornata, ora con un enorme potere contrattuale sul GOP per luglio, si conclude la favola di Bernie Sanders, Senatore del Vermont, apparentemente senza lieto fine. All’inizio della contesa in pochi pensavano che Sanders avrebbe potuto dare un consistente fastidio alla galoppata della Clinton verso la candidatura (e, probabilmente, anche alla vittoria finale), ma un revanscismo popolare verso un Paese lobbizzato e lobotomizzato dalle ingombranti questioni legate al posizionamento sullo scenario internazionale ha prodotto una deviazione sul percorso senza ostacoli della ex first lady; quello che per grandi linee si definisce “Paese reale” ha manifestato il suo evidente malcontento per come l’assenza di assistenzialismo statale (nella più nobile possibile delle sue accezioni), abbia ampliato la forbice sociale, con le logiche conseguenze sul malcontento di una classe medio-bassa sempre più in difficoltà. La politica molto più “a sinistra” professata dal senatore del Vermont ha puntato proprio su quelle fasce della popolazione maggiormente messe alle strette dall’establishment liberal-democratico, raccogliendo la maggior parte dei consensi tra i giovani e i delusi dalla classica retorica politica di stampo liberale. La forza elettorale di Hillary è stata edificata sulle minoranze, determinanti in questa tornata, andando a raccogliere numeri quasi plebiscitari tra gli ispanici e gli afroamericani del Texas e della Georgia, forse ancora troppo vincolata alla fiducia del vecchio establishment statunitense, infarcito di vuota retorica politica che professa riformismo e il recupero di quelle situazioni sfuggite di mano. Dai tempi di Occupy Wallstreet, il 99 percent ha iniziato ad aprire gli occhi sulla dittatura finanziaria di cui il più grande Paese del mondo si fa portatore di interessi, affidando alle mani e al pensiero di un modesto uomo di sinistra, quasi un sacrilegio per il politichese di stampo puritano del Nuovo Continente, il compito di contrastare il sistema precostituito, che ha reso infelici una sempre più consistente parte dei cittadini americani. Il lascito di Bernie Sanders alla causa delle primarie di quest’anno – al pari del populismo estremo di Trump, sebbene in senso totalmente opposto – è l’aver dettato uno “spostamento a sinistra” della linea liberal-democratica. Non si può sottovalutare la portata innovativa del “Sanderismo”, sebbene il risultato non sia stato compiutamente raggiunto; i cittadini a stelle e strisce non sono ancora pronti a rifondare la loro società, ma non si possono ignorare i passi percorsi lungo tale tragitto.