Mai forse delle singole elezioni regionali hanno avuto un’importanza così vasta, anche a livello mediatico, come quelle prossime in Catalogna. Dopo i tentativi velleitari e più che altro provocatori di fine 2014, sulla scia del referendum scozzese, adesso pare che i catalani vogliano fare sul serio ed il governatore uscente, nonché favorito numero uno alle prossime consultazioni di giorno 27, abbia già stilato un dettagliato crono programma: indipendenza entro 18 mesi. Ma in quale contesto politico si trova al momento la Catalogna? Quantunque la possibile secessione a furor di popolo di uno Stato, nel cuore dell’asettica UE, susciti istintivamente non pochi romanticismi, a guidare la regione spagnola verso il coronamento di un sogno nazionale che perdura da decenni è quell’Artur Mas che tutto ha tranne che i lineamenti di ‘capo – popolo’. Per capire bene l’aria che si respira a Barcellona, bisogna partire da qui; Mas è un economista, a guida di un partito tutt’altro che ‘antagonista’ od euroscettico: il CIU (Convergenci I Union, il partito di Mas per l’appunto) sta alla Catalogna come la DC è stata all’Italia. Tale formazione politica, eccezione fatta per un breve quadriennio a metà anni 2000, è di fatto da sempre al potere da quando la Spagna è tornata alla democrazia multipartitica; gran capo indiscusso del CIU, è stato Jordi Pujol: l’omonimo dell’ex capitano del Barça, è stato presidente della Catalogna dal 1980 al 2003. Pujol ha guidato il partito ad un posizionamento ‘centrista’, un mix tra la tradizione liberale e quella democratico – cristiana, tanto che quest’ultima anima del CIU siede a Strasburgo tra le fila del PPE; ma sta qui la contraddizione tutta catalana, che negli anni ha animato il sentimento indipendentista in tutta la regione: il CIU da un lato si pone come partito centrista, ma dall’altro rivendica autonomia per sé e per l’intera ‘Generalitat’. Un partito liberale e pseudo democristiano, che riesce al tempo stesso ad essere guida dei catalani ed a dare, nei fatti, ampia autonomia decisionale da Madrid; la contraddizione incarnata da Pujol, sposa il sentimento predominante a Barcellona: da un lato la voglia di sentirsi europei, dall’altro quello di non sentirsi spagnoli. E’ il CIU dunque, pur non essendo partito ‘di popolo’, a garantire ai catalani la difesa dell’autonomia ed a pretendere prima un nuovo statuto regionale con ancora più potere ed adesso la definitiva indipendenza.

Per far capire a pieno la situazione, è utile fare un raffronto con casa nostra; la Sicilia e la Sardegna, per esempio, hanno uno statuto speciale che dà alle isole molta autonomia, ma negli anni tali strumenti normativi sono nei fatti entrati in disuso in quanto i partiti che governano a Palermo ed a Cagliari, sono gli stessi di Roma. Non si può cioè avere autonomia, se i colori politici che si contendono le poltrone sono gli stessi che si spartiscono il potere a livello centrale; in Catalogna tutto questo non è mai successo: il CIU è un partito con un suo orientamento politico, ma catalano ed a carattere catalano e questo ha contribuito a dare a Barcellona una vita politica tutta sua, autonoma da quella di Madrid, con partiti e colori diversi rispetti a quelli del parlamento centrale. Da qui dunque, il lungo percorso dei catalani verso una maggiore divaricazione dal resto della Spagna; basta percorrere l’autostrada che dall’aeroporto barcellonese di El Prat porta dritto al porto da un lato ed alla Avigunda Diagonal dall’altro per capire quanto è sentito il tema dai catalani: non c’è cavalcavia o tabellone pubblicitario che non sia imbrattato dalla scritta ‘Catalunya Is Not Spain’, per non parlare di quanto sta dietro al motto blaugrana del ‘Mes Que un Club’ (Più di un Club) che campeggia al Camp Nou, il quale testimonia l’importanza che la squadra di calcio ha nel tenere unito il sentimento catalano. E adesso, ecco che si arriva dritti ai giorni nostri; Artur Mas, leader catalano dal 2010, è principale fautore dell’indipendenza della Catalogna. La crisi scoppiata nel 2009, ha acuito il desiderio di star da soli dei catalani; la regione manda a Madrid 62 miliardi di Euro di entrate, ricevendo in cambio 45 miliardi di trasferimenti: il saldo annuale negativo di 17 miliardi, ha fatto sì che secondo i catalani il miglior modo per tornare ad essere competitivi è quello di far rimanere a Barcellona tutte le entrate, in poche parole di tornare ad essere indipendenti dopo tre secoli. A questo, bisogna aggiungere il crescere dell’orgoglio nazionale tra quelle entità popolari ‘strette’ all’interno di altri Stati; la Scozia in primis, ma anche la Corsica, la Bretagna, il Galles, così come (seppur in misura minore) il Veneto e la Sicilia in Italia, sono tutti esempi che vanno in questa direzione. La corsa all’omologazione che si sta da anni perpetuando in Europa, spinge molti popoli e soprattutto quelli non autonomi a rivendicare e rimarcare le proprie differenze e le proprie specificità; in più, il precedente storico di quanto accaduto nei Balcani ed in Cecoslovacchia negli anni 90, alimenta le speranze di tanti nel sognare l’indipendenza.

I catalani oggi più che mai sono determinati a staccarsi dal proprio stato nazione; il CIU vincerà le elezioni di giorno 27, l’unico dubbio è sapere se avrà o meno la maggioranza assoluta dei voti e quindi in parlamento: se così fosse, Madrid e l’Europa intera inizierebbero a non considerare più ‘velleitario’ il proposito elettorale di Artur Mas. La prova di forza si è avuta lo scorso 11 settembre; quello che per il mondo è la data in cui si celebra l’anniversario degli attentati alle torri gemelle, per i catalani è la ‘Diada’, la festa nazionale della Generalitat: a Barcellona erano più di mezzo milione tra le Rambla e Passaige de Gracia a formare una lunga catena umana con in mano la bandiera catalana. A prescindere dall’ideologia del CIU, oggi tale partito rappresenta la volontà della maggioranza del popolo catalano di staccarsi dalla Spagna; se l’UE non è stata scalfita dalla sinistra radicale in Grecia, potrebbe invece tremare sul serio grazie ad un partito centrista nel cuore del Mediterraneo. Una Catalogna indipendente, vorrebbe dire una Spagna indebolita ed un ‘buco nero’ nel bel mezzo dell’UE, visto che Barcellona non entrerebbe nelle istituzioni comunitarie in caso di secessione; un buco nero che varrà miliardi di Euro, essendo quella catalana una delle regioni più produttive di tutto il sud Europa, con livelli di PIL non lontani dalle zone più sviluppate del nord. Ecco dunque come mai le elezioni di domenica in Catalogna sono così importanti; questa volta non è lo spettro di un ‘populista’ ad agitare le fredde istituzioni europee, bensì un partito centrista e considerato generalmente ‘moderato’. Ma soprattutto, questa volta è l’intera volontà di un popolo a spingere affinché si cambi verso e rotta nel malandato vecchio continente.