Dopo mesi passati nell’occhio del ciclone, con gli sguardi del mondo puntati addosso, sembra quasi che una cortina di silenzio sia calata sulla Grecia. Tale inaspettato disinteresse appare ancora più significativo alla luce del fatto che, domenica 20 settembre, si svolgeranno le elezioni anticipate dovute alle recenti dimissioni di Alexis Tsipras. Tale tornata elettorale rischia di diventare una delle più grandi farse della recente storia europea, e di rappresentare un triste precedente, un monito per il futuro delle traballanti democrazie del continente. La chiamata alle urne appare in partenza svuotata del suo stesso significato, sia le forze partitiche in corsa che la maggioranza dei greci si rendono conto che, qualunque sarà l’esito della contesa, il vincitore si troverà impossibilitato a governare secondo le sue reali aspettative, dovendo piegare giocoforza la testa di fronte a politiche sociali ed economiche scritte da altri, in altri luoghi e contesti.

Infatti, se i sondaggi sulla carta sembrerebbero presagire una partita decisamente aperta (con Nuova Democrazia, l’alfiere dell’europeismo senza se e senza ma, data in dirittura di sorpasso su Syriza), vista l’impossibilità per uno dei due partiti maggiori di conquistare una vittoria in solitaria il destino della Grecia è già segnato: sarà Grande Coalizione, verrà costruita ad arte una maggioranza impensabile anche solo a gennaio, dopo l’ultima e aspra campagna elettorale, a cui farà riferimento un premier (Tsipras o chi per lui non ha importanza) il cui unico compito sostanziale sarà dirigere l’applicazione delle politiche di austerità previste in ottemperanza al recente accordo-diktat firmato dal governo di Atene con le istituzioni europee. Un vero e proprio Quisling insomma, servo di interessi superiori, una marionetta cui non verrà data neanche l’illusione di poter condurre delle azioni autonome. Lo hanno già dichiarato i principali contendenti, che il destino sarà questo: e se Syriza, in un attualmente impronosticabile ripensamento, dovesse diventare recalcitrante, Nuova Democrazia cercherà sponde negli altri partiti europeisti del variegato panorama politico ellenico (ad esempio To Potami).

L’opposizione più dura al fronte pro-memorandum, compattatosi in maniera insolitamente rapida a soli ottanta giorni dal referendum che vide trionfare i “No”, è tutt’altro che coesa: essa comprende realtà oramai note e consolidate, come Alba Dorata, che lungi dall’essere un fenomeno passeggero potrebbe addirittura confermarsi come terzo partito, e AnEl, ex alleato di Tsipras, e una formazione nuova ed enigmatica come Unità Popolare, nata dalla scissione estiva nel partito di governo. Sembra veramente difficile che formazioni tanto diverse tra loro trovino la possibilità di fare fronte comune, in quanto l’antieuropeismo è probabilmente l’unico collante possibile tra partiti agli antipodi tra loro in numerose questioni tutt’altro che secondarie quali ad esempio l’immigrazione.

 La terra che diede i natali alla democrazia rischia dunque di diventarne la tomba. L’informazione mainstream ha implicitamente svelato il gioco dell’élite che guida i destini della Grecia con il suo disinteresse per le elezioni imminenti: ha confermato l’impressione che quanto sta andando in scena non sia altro che il simulacro della democrazia, una pura liturgia, quella del voto, svuotata del suo significato reale. Illudere i cittadini di essere padroni del proprio destino, in realtà deciso altrove, nei tristi saloni di Bruxelles e Francoforte, questo il senso delle elezioni di domenica. Un oscuro presagio di quel che potrebbe essere l’Europa del futuro, con i valori democratici della società, già travolti dall’Ideologia Unica del Mercato, incapaci di risollevarsi e travisati in vuoti processi elettorali, in elezioni farsa che ricordano tanto quelle altrettanto improbabili che hanno spesso luogo in paesi dalla dubbia democrazia, attirando il biasimo generalizzato dell’opinione pubblica.