La storia recente della Birmania è guidata dai fili conduttori dell’incertezza, della precarietà e della contraddizione. Incertezza, perché questo Paese vive da anni una grande crisi di identità, che si riflette nel dibattito sul nome della nazione, dibattuto tra lo storico appellativo “Birmania” (che sarà utilizzato nel presente articolo) o la versione de facto ritenuta ufficiale nell’ultimo trentennio di “Myanmar”. Precarietà, perché la Birmania è oggi uno degli Stati maggiormente lacerati sul piano interno e instabili dell’Asia meridionale, presentando un Human Development Index di 0,536 (paragonabile a quello della Tanzania e dello Swaziland), livelli di disuguaglianza economica accentuatisi progressivamente negli ultimi anni del governo militare e profonde difficoltà nel suo processo di crescita dovute agli effetti di anni di sanzioni internazionali e alle difficoltà conosciute nell’integrazione politico-economica a livello regionale con Paesi come Cina, India, Bangladesh. Contraddizione, perché gli indirizzi futuri della Birmania sono al giorno d’oggi imprevedibili a causa della forte e contrastante dialettica tra pulsioni contrastanti: la partita più importante si gioca infatti sul piano politico e vede coinvolta in prima persona Aung San Suu Kyi, l’ex attivista e Premio Nobel per la Pace che, dopo aver dominato con la sua Lega Nazionale per la Democrazia (LND) le elezioni svoltesi nel novembre 2015, le prime completamente libere dopo l’instaurazione della dittatura militare nel 1962, è divenuta la protagonista indiscussa e l’arbitro della vita istituzionale della Birmania.

Scorcio di Yangon, la città più importante della Birmania, di cui è stata la capitale fino al 2005. Tra le principali decisioni imposte dalla giunta militare negli ultimi anni del suo governo, la scelta di spostare il centro istituzionale del Paese nella città interna di Naypyidaw è una di quelle che maggiormente testimonia i timori che i militari dimostravano per la conservazione del proprio potere. La capitale, infatti, fu spostata da Yangon perché la si riteneva una città eccessivamente vulnerabile a possibili attacchi militari o terroristici compiuti dai nemici della Birmania.

Scorcio di Yangon, la città più importante della Birmania, di cui è stata la capitale fino al 2005. Tra le principali decisioni imposte dalla giunta militare negli ultimi anni del suo governo, la scelta di spostare il centro istituzionale del Paese nella città interna di Naypyidaw è una di quelle che maggiormente testimonia i timori che i militari dimostravano per la conservazione del proprio potere. La capitale, infatti, fu spostata da Yangon perché la si riteneva una città eccessivamente vulnerabile a possibili attacchi militari o terroristici compiuti dai nemici della Birmania.

Dopo che la Lega Nazionale per la Democrazia ha conquistato 135 dei 224 seggi della Camera delle Nazionalità e 255 dei 330 seggi della Camera dei Rappresentanti, ottenendo maggioranze inscalfibili anche dalla quota ingente di parlamentari nominata dopo il voto dai militari (che ai sensi della Costituzione birmana sono pari al 25% del totale per entrambe le camere, rispettivamente in numero di 56 e 110), Aung San Suu Kyi, che a norma di legge non era eleggibile alla Presidenza della Repubblica, ha unificato nelle sue mani una serie di cariche di primo piano. Il 30 marzo 2016, infatti, la leader della LND è stata nominata titolare dei ministeri degli Esteri, dell’Energia e dell’Educazione dal Presidente Htin Kyaw, oltre a venire investita della carica di Consigliere di Stato, equiparabile de facto a quella di Primo Ministro.

Aung San Suu Kyi si è di fatto ritrovata al vertice di un Paese provato dalla lunghissima esperienza del regime militare, tuttora sottoposto a un regime politico ibrido e unico nel suo genere che consegna alle forze armate birmane un ruolo di “guardiani” nel nuovo sistema politico e, soprattutto, più che mai attanagliato dalla necessità di ricostruire la sua credibilità e di riconquistare un posto nel contesto internazionale dopo che le mosse compiute dal precedente regime lo avevano relegato al di fuori dagli schemi regionali. Per questo l’ex attivista, rimasta a lungo prigioniera nella sua dimora e confinata agli arresti domiciliari, ha voluto ottenere una poltrona importante come quella degli Esteri: la San Suu Kyi ha voluto infatti spendere nella sua nuova posizione tutto il peso della sua enorme popolarità a livello planetario e del rilievo simbolico della sua figura, ribadita una volta di più nel giugno 2012 quando, a oltre vent’anni dal conferimento, ha potuto recarsi a Oslo per ritirare il Premio Nobel per la Pace. Ciò si è notato esplicitamente in occasione del primo intervento di Aung San Suu Kyi di fronte alle Nazioni Unite del 21 settembre 2016, nel corso del quale la leader della LND ha invitato alla concordia interna i cittadini birmani, o della sua visita in qualità di Ministro degli Esteri a Londra, ove ha avuto modo di ringraziare Theresa May per l’apporto del Regno Unito alla transizione avvenuta nel suo Paese.

Aung San Suu Kyi e Theresa May a colloquio al Numero 10 di Downing Street a Londra. Ex colonia britannica, la Birmania cerca oggi nel Regno Unito un partner di primo piano per veicolare il suo ritorno nel contesto diplomatico internazionale.

Aung San Suu Kyi e Theresa May a colloquio al Numero 10 di Downing Street a Londra. Ex colonia britannica, la Birmania cerca oggi nel Regno Unito un partner di primo piano per veicolare il suo ritorno nel contesto diplomatico internazionale.

Tuttavia, la narrazione del nuovo corso della Birmania ha dimenticato troppo a lungo il triplice filo conduttore della sua storia recente, quella commistione di incertezze, precarietà e contraddizioni che non ha tardato a far sentire la sua presenza nel momento in cui di fronte al mondo si è presentata l’ampiezza di un dramma silenzioso che, nella nebbia dell’indifferenza e dell’indolenza, prosegue oramai da diverso tempo: la tragedia del “popolo dimenticato”, i musulmani Rohingya che subiscono una grave persecuzione a partire dal 2012. Già nel 2014, in un reportage pubblicato su Repubblica, Mario Paganelli ha denunciato l’ampiezza della limitazione dei diritti dei Rohingya stanziati nello Stato federale costiero di Rakhine, vicino ai confini col Bangladesh.

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Le frange più nazionaliste della componente buddhista della popolazione birmana e i vertici delle forze armate accusano questo popolo di circa 1,5 milioni di anime d’essere una massa di immigrati irregolari dal Bangladesh, mentre la realtà dei fatti testimonia come in realtà i Rohingya siano attestati in Birmania sin dal XV secolo, dando fondamento alla tradizione narrativa del popolo che vede i suoi “padri fondatori” nei mercanti arabi dei primi secoli della storia dell’Islam. A partire dal 9 ottobre 2016, l’esercito birmano ha avviato una forte campagna militare nell’area dello Stato di Rakhine, reagendo con l’uccisione di numerosi civili a dei presunti attacchi compiuti dall’organizzazione militante islamista Aqa Mul Mujahidin, come riportato da Caleb Quinley sul The Diplomat. Agli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile si sono aggiunti processi di demolizioni di case e palazzi abitati dai Rohingya e sfollamenti forzati di decine di migliaia di persone, ai quali le forze armate birmane si sentono autorizzate da provvedimenti legislativi introdotti dalle giunte militari del passato come la Citizenship Law del 1982, “elencante 135 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente come stanziati nel territorio dell’attuale Birmania prima del 1823”, spiega Michael Hart in un altro articolo del The Diplomat, “ma escludente i Rohingya […] a cui sono negati numerosi diritti fondamentali”. Ai Rohingya è infatti fatto divieto di “viaggiare in altre parti della nazione […] e molto spesso gli è negato l’accesso all’istruzione, alla sanità, alla proprietà terriera e alle opportunità lavorative”.

Le proteste del popolo Rohingyaan contro gli atti di forza della leader birmana

Mentre le ambiguità circa la condotta delle forze di sicurezza birmane nel Rakhine e le reali proporzioni delle vessazioni subite dai Rohingya assumevano proporzioni innegabili, Aung Sang Suu Kyi è stata aspramente criticata per il suo silenzio, per la sua mancata critica di una brutale prova di forza che appare come il colpo di coda dei militari birmani, desiderosi di sottolineare la perpetrazione della loro leadership anche nella nuova Birmania formalmente democratica.

Dimostratasi a lungo un esempio vivente grazie alla sua tenace battaglia per i diritti umani, Aung Sang Suu Kyi, leader indiscussa dell’attuale politica birmana, sembra ora aver indossato una maschera cinica

Otre che silenziosa, infatti, la Sang Suu Kyi si è dimostrata sorda a tutti gli appelli provenienti da numerose fonti autorevoli, come la lettera aperta presentata da 15 Premi Nobel per la Pace al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 30 dicembre, nel quale è stata chiesta la fine della “pulizia etnica” contro i Rohingya. La “democratica latitante”, come l’ha definita Fulvio Scaglione sul suo sito, non ha speso nemmeno una parola a favore della causa di un popolo ritrovatosi tra i più discriminati e perseguitati al mondo, nonostante possegga nelle sue mani l’imprescindibile potere dell’autorevolezza e, soprattutto, le prerogative istituzionali per fermare l’arbitrio e gli scempi verificatisi negli ultimi mesi. Nulla del genere sembra oggigiorno all’orizzonte, e l’inazione del Consigliere di Stato suona come un implicito avvallo alle mosse dei militari, utile a non intaccare il serbatoio di consenso degli ultranazionalisti buddhisti: la repentina e inquietante conversione di Aung Sang Suu Kyi, l’eroina dei diritti umani divenuta la cinica donna del silenzio complice, nuoce alla causa dei “dannati della Terra” di oggi, i Rohingya che si ritrovano sperduti e privi di alcuna reale prospettiva in un Paese che, tra incertezze, precarietà e contraddizioni, stenta a costruire il suo futuro a causa dell’incapacità di dimenticare il proprio passato.