“L’ultimo dittatore d’europa” – come lo aveva definito sprezzantemente l’ex segretario di stato americano Condoleezza Rice – Aleksandr Lukašenko si è aggiudicato la vittoria per la quinta volta consecutiva alle elezioni presidenziali bielorusse con l’83,49% dei voti contro gli altri sfidanti rimasti tutti al di sotto del 5% dei consensi. L’Ocse ha giudicato il voto «non trasparente» e uno sparuto gruppo di oppositori si è riunito in piazza a Minsk per denunciare i brogli. Tuttavia da parte dei mass-media occidentali non c’è mai stato un vero sforzo di comprendere il perché del fatto che l’attuale Presidente bielorusso continui a godere sin dal luglio del 1994, quando diventò per la prima volta capo dello stato, del consenso della maggioranza della popolazione del paese. Nato nel villaggio di Kopys nella Provincia di Orsha, Regione di Viterbsk nel 1954 il giovane Aleksandr crebbe senza il padre e fin dall’adolescenza ha dovuto portare sulle proprie spalle il peso della famiglia. Dopo aver conseguito la Laurea presso l’Università Statale di Mogilev “A.A. Kuleshova” presta servizio militare nelle guardie di frontiera e nell’esercito sovietico. Durante gli anni ottanta entra nella sfera dell’attività economica della Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia occupando varie posizioni in imprese dell’industria dei materiali da costruzione e del complesso agro-industriale. Eletto deputato del Soviet Bielorusso nel 1990, fu l’unico a votare contro l’accordo che scioglieva l’Unione Sovietica e dava luogo nel 1991 alla Comunità degli Stati Indipendenti. Con il 77% dei voti i cittadini sovietici nel marzo di quell’anno si erano espressi nel referendum a favore della conservazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ma l’8 ottobre, nella foresta di Beloves in Bielorussia, a pochi chilometri dal confine polacco, il Presidente della Repubblica Russa El’cin, quello dell’Ucraina Kravcjuk e lo speaker del parlamento bielorusso Suskevic, che rappresentavano solo tre repubbliche su quindici, non esitarono a dichiarare la fine dell’URSS. L’accordo di Beloves era del tutto illegittimo, non solo perché contratto solo da una minoranza, ma soprattutto perché contrastante con quella che era stata l’espressione di voto largamente maggioritaria delle popolazioni delle diverse repubbliche sovietiche.

Si disse allora che i tre sottoscrittori dell’accordo erano pronti a rifugiarsi nella vicina Polonia, ove fossero stati accusati di alto tradimento. È pur vero che con il successivo accordo di Alma Ata, che seguì dopo alcune settimane, i rappresentanti delle altre repubbliche decisero di accettare il fatto compiuto. Nel parlamento bielorusso quindi contro la “ratifica” fu solo Lukašenko. Quando egli ascese alla presidenza della Repubblica di Bielorussia nel 1994, prese letteralmente le mani di un paese la cui economia era stata devastata dalla perestrojka e dalle privatizzazioni “selvagge” che ne erano seguite. L’intero sistema industriale era in disfacimento, la produzione nelle fabbriche era quasi completamente ferma, le assicurazioni e il sistema socio-sanitario erano inesistenti, le forniture energetiche erano compromesse o erano state completamente usurpate dall’élite oligarchica connessa al presidente della Federazione Russa Boris El’cin. Lukašenko, divenuto Presidente cancellò queste “riforme” liberiste del precedente governo e, dopo il disastro intervenuto con il crollo dell’Unione Sovietica, con appropriate misure, come ad esempio quella della reintroduzione del controllo dei prezzi da parte dello Stato e del raddoppio del salario minimo ai fini dell’allargamento della domanda interna, avviò il paese verso la stabilizzazione, anche attraverso l’unione economica con la Russia, da cui la Bielorussia dipende per l’approvvigionamento delle risorse energetiche, di gas ed elettricità.

Tali provvedimenti hanno dato i propri frutti: il tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo della Bielorussia ha registrato un decisivo ed esponenziale incremento tra il 1995 e il 1997, toccando addirittura punte massime superiori all’11% attraverso un preciso piano nazionale di ricostruzione industriale guidato dallo Stato che, a partire dal biennio 2000-2001, ha consentito una fondamentale stabilizzazione della situazione economica, almeno fino al 2003 allorquando, con una prima fase di razionalizzazione e armonizzazione tra settore pubblico e privato, il PIL è potuto crescere ancora sino a raggiungere nuovamente tassi di incremento compresi tra il 7 e l’11%. In generale, il PIL bielorusso è passato dai 55,2 miliardi di dollari del 1999 alla sorprendente cifra di 143,6 miliardi di dollari nel 2011, segnando un incremento netto di oltre il 160% in soli undici anni. Il segreto del successo economico bielorusso consiste nell’avere creato una economia di mercato socialmente orientata in cui l’80% delle industrie e servizi resta pubblico, mentre solo il 20% privato anche se non mancano importantissimi margini per l’iniziativa privata, sia nazionale che straniera. Nel paese vige il salario minimo; le pensioni e le borse di studio sono le più alte tra i paesi della CSI. Consistenti sono anche gli investimenti nell’istruzione, nella scienza e nella cultura. L’alfabetizzazione è del 99% e il tasso di mortalità infantile è tra i più bassi dell’ex blocco sovietico.

In politica estera Minsk persegue una politica multidimensionale. La Russia è ovviamente il partner strategico naturale, stante la complementarietà delle economie e gli stretti legami di cooperazione. Con la Russia e il Kazakhstan è stata creata nel 2011 un’unione doganale, ma l’obiettivo è quello di costruire uno spazio economico unico: l’Unione Economica Euroasiatica come parte sostanziale di una integrazione paneuropea. Il governo bielorusso auspica che questa iniziativa trovi rispondenza presso l’Unione Europea e che nel prossimo futuro si riesca a costruire uno spazio economico comune da Lisbona a Vladivostok. L’U.E. resta comunque un rilevante partner commerciale ed un importante investitore. In una intervista risalente a pochi anni fa il Ministro degli Esteri bielorusso ha sottolineato: «La Bielorussia per l’Europa è sempre stata e sarà un partner affidabile. Noi garantiamo il transito ininterrotto di merci e di energia. La Bielorussia è anche partner commerciale per gli U.S.A nella lotta al terrorismo, al traffico di droga, al riciclaggio di denaro sporco ed alla tratta di esseri umani». Ma la politica estera è portata avanti anche su larga scala stabilendo relazioni con la Cina, partner anch’esso strategico, e con altri paesi di Asia, America Latina, Africa, Medio Oriente, con i quali di fatto non vi sono divergenze politiche.

La Bielorussia è dunque un’importante attore dello scacchiere politico internazionale il quale riveste un ruolo di primo piano soprattutto per quanto riguarda le relazioni fra Russia ed Europa in particolare dopo la crisi ucraina dove grazie al ruolo super partes di Lukašenko si è riusciti ad arrivare ad una sia pur fragile tregua con gli Accordi di Minsk.La demonizzazione dell’attuale governo bielorusso è dunque assolutamente controproducente sia per gli interessi della Comunità Europea che della stabilità mondiale.