di Andrea Muratore

La recente implosione del Medio Oriente è stata certificata dall’acuirsi della guerra civile yemenita nei giorni scorsi. Oramai la regione sta conoscendo una situazione di caos e degrado talmente sviluppati ed esacerbati da rendere impossibile una visione d’insieme. Attori regionali hanno nei diversi fronti interessi divergenti, e le stesse alleanze sono fumose, mutevoli e potenzialmente paradossali. E lo Yemen è l’apoteosi dell’incertezza, del vuoto pneumatico in cui stanno precipitando tutti gli sforzi seri e coerenti miranti alla pianificazione di una road map per la pace. Se l’Iran ha avuto negli ultimi anni vita dura nel trovare un modus vivendi coi paesi occidentali, lo stesso non si può dire dell’enigmatica Arabia Saudita. Il ricchissimo paese peninsulare si sta comportando in questi anni con ambiguo dinamismo. Il recente colpo di testa di Ryad ne è l’esempio lampante. L’operazione Decisive Storm è una lampante violazione di qualsivoglia accordo o trattato internazionale, lanciata in nome del contrasto a quel fondamentalismo islamico che i petrodollari degli sceicchi hanno tanto a lungo alimentato nel fronte caldo siriano. La situazione yemenita è frutto di complesse dinamiche storiche, la divisione manichea in “noi” e “loro”, difensori della libertà e terroristi, a priori fallace, è in questo caso ancor più deleteria. Stona nel coro internazionale l’avvallo di Israele, o quantomeno la non opposizione, ai raid aerei sauditi. L’asse sion-wahabita rischia di cementarsi anche alla luce del contesto di sempre maggior isolamento del paese ebraico e della parallela verve de grandeur saudita.

Nel crogiolo yemenita ricadono anche le intricate dinamiche del mercato petrolifero mondiale. La recente avanzata Houthi su Aden trasforma la città portuale in un campo di battaglia, cosa che influenza profondamente la già delicata questione geopolitica degli stretti. Con lo Yemen in turbolenza e i mari somali ancora infestati dai pirati del Puntland, il transito del greggio dal Golfo Persico al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez rischia di esser diaframmato da delle vere e proprie Forche Caudine. Una chiusura dello stretto valico marittimo di Aden comporterebbe uno sconquasso totale nel mercato mondiale, dovuto all’innalzamento del prezzo a causa del repentino aumento dei costi di trasporto. Di ciò ovviamente si avvantaggerebbero i sauditi, che avrebbero una motivazione in più all’intensificazione dei raid aerei. Mai come ora la comunità internazionale ha dimostrato la sua incapacità di azione. Che la NATO e l’Occidente in genere stiano recedendo sempre più e perdendo in maniera inesorabile influenza e appeal in Medio Oriente lo testimoniano l’assenza di dichiarazioni o prese di posizioni eclatanti sulla questione yemenita. Azioni concrete, sinora, sono venute, escludendo i raid a guida saudita, solo dal rinvigorito Iran che ha deciso di schierare la flotta in funzione antipirateria, conscio sicuramente delle conseguenze esplosive potenziali.

Dopo Iraq e Siria, un’altra terra dalla storia millenaria, che ospita retaggi architettonici che poco hanno da invidiare a quelli che rendono l’Egitto meta di turisti e appassionati da tutto il mondo, rischia l’annientamento e la degradazione a causa dell’esplosivo intreccio di politica, miseria e fanatismo. Intanto, stremate dal loro ultrainterventismo negli anni passati, gli attori di maggior rilievo tirano il fiato e si trovano sempre più impossibilitate a compiere azioni costruttive, mentre ruoli di primo piano passano in misura sempre maggiore a potenze regionali capaci di infiltrazioni e influenze radicate. Le radici dell’odio sono intanto sempre più difficili da estirpare, e l’effetto domino iniziato con le due sciagurate guerre imperiali di Bush dei primi Anni Duemila alimenta con sempre maggior sangue, distruzione e terrore il Golem del Conflitto Infinito, implacabile e fratricida che infuocherà anche negli anni a venire la già provata area mediorientale.